Ora può mettersi davvero al lavoro.
Ma viene presto interrotta
Artemisia si sedette ad una sedia e, sollevatosi il vestito, iniziò pazientemente a limare il primo dei lucchetti che custodivano la sua intimità. Per attutire il rumore, si era anche poggiata un cuscino e una coperta sulle ginocchia, sperando che questo bastasse per proteggerla dalle orecchie indiscrete delle serve. Ma non durò.
Poco tempo dopo la porta venne spalancata e il figlio di Helena con volò con un gemito all'interno della stanza della principessa, cadendo disteso prono e con le mani a tenersi i testicoli. La ragazza sobbalzò sulla sedia quando vide la scena e poi scorse entrare, dietro il servo, la madre di lui e, ancora peggio, anche la propria di madre. Lo avevano riportato indietro a calci nelle palle!
"Idiota inutile: ti era stato richiesto di fare una sola cosa e non l'hai fatta!" disse con voce aspra e furiosa la governante al ragazzo, entrando nella stanza e dirigendosi minacciosa nella sua direzione. E quello, appena ripresasi dal dolore, strisciò ai piedi di lei ripetendo piangendo da brava bestiola ammaestrata che era "Sì, sono inutile: vi prego di punirmi!". La Regina, che osservava adirata la scena, entrò a sua volta nella stanza seguita da altre domestiche e da alcune guardie e commentò "Avevo ordinato che nulla fosse lasciato qui dentro". Poi guardò la figlia e ordinò, secca "Tirala fuori. Adesso".
Artemisia sospirò e, spostati cuscino e coperta, poggiò sul tavolo la lima e si alzò in piedi, sistemandosi il vestito. Si sentiva fremere per la rabbia e la frustrazione: ancora una volta i suoi piani erano stati mandati a monte! Si nascose le mani dietro la schiena e serrò i pugni, con lo sguardo basso e senza dire nulla, perché non voleva almeno in quello darla vinta alla madre.
Helena, invece, riprese la parola e, colma di disprezzo, chiese alla sovrana "Lo so che purtroppo l'ho partorito io, ma possiamo castrarlo come gli altri servi inutili?". Il ragazzo che le stava baciando i piedi, le aveva cinto delicatamente con le mani le caviglie e continuava a implorare di essere punito, rassegnato al proprio destino: almeno una vita di impegno per addestrarlo aveva portato a quel minimo di risultato, anche se per il resto era rimasto l'ennesimo maschio inutile, pensò la madre. La Regina annuì alla richiesta della governante e con un gesto della mano la invitò a procedere, senza nemmeno degnare di uno sguardo la loro nuova vittima.
Artemisia, invece, non riusciva a togliere lo sguardo da quel povero bastardo. Da un lato era compiaciuta dal vedere i frutti del suo addestramento, ma dall'altro... no, ai suoi occhi era ancora il docile animaletto di poco prima, che cercava di esserle devoto e ubbidiente a tutti i costi. E non avrebbe permesso a quelle due stronze di fargli del male. Esitò un istante e poi, con gli occhi pieni di determinazione, battè due volte un piede per terra e ordinò "Servo, qui!".
Il ragazzo si voltò verso la principessa, attirato istintivamente da quell'ordine. Ma non si mosse subito: prima cercò istintivamente il suo sguardo: qualcosa nella sua testolina programmata per ubbidire lo stava mettendo in confusione. Ma la ragazza vinse subito ogni resistenza: lo guardò negli occhi e ripeté imperiosa "Qui, ora!" e indicò il pavimento alle proprie spalle. E quello trotterellando carponi ubbidì, accucciandosi alle spalle della fanciulla, che poi si parò protettiva tra lui e tutti gli altri presenti.
Helena, che intanto aveva sfoderato un coltello dalla cintura di una delle guardie pronta ad agire, guardò con disgusto il figlio e gli ordinò "Idiota, torna immediatamente indietro". E il ragazzo stava anche per obbedire, se non fosse stato per Artemisia che gli poggiò una mano sulla testa e lo rispinse giù. E poi, per essere ancora più persuasiva, andò a poggiare il tallone sul suo scroto ancora indolenzito, in modo da tenerlo fermo tra il proprio piede e il suolo: il maschio non sarebbe potuto andare da nessuna parte.
La governante non poteva farci niente e guardò la Regina, che sbuffò e si rivolse stancamente alla figlia "Artemisia, adesso può bastare: levati di torno o faccio sistemare una segreta come tua nuova stanza". La ragazza, però, incrociò le braccia e tenne fieramente testa alla madre "Non mi levo di torno: non merita quello che volete fargli. Mi ha solo ubbidito senza fare domande, come dovrebbe fare ogni servo e come fa sempre anche con te e con quella ingrata di sua madre. E io non vi lascerò castrarlo per questo". E, reprimendo un sorriso di orgoglio per il proprio coraggio insperato, si sistemò meglio sulle gambe in modo da ergersi più dritta in quella sfida... ma fu il basso gemito del maschio per terra che le fece capire che, così facendo, gli aveva per sbaglio schiacciato le palle! Dispiaciuta, rimediò subito.
Le parole della figlia avevano fatto tentennare la sovrana, ma anche acceso la sua rabbia: quella ragazzina viziata adesso osava contestare la sua autorità? E tutto per proteggere il suo schiavetto da una punizione? Le rispose più perentoria "E' l'ultimo avvertimento: non sfidare la mia autorità o te ne pentirai amaramente. Sono stata fin troppo tollerante verso i tuoi continui tentativi di disubbidirmi, quindi dimmi tu cosa devo fare con te".
Più diplomatica, la principessa rispose "Non ti sto dicendo di non punirlo: è vero che non ha fatto il suo dovere. Solo ti sto chiedendo di punirlo in modo giusto, come anche lui vorrebbe". Ma la Regina, spazientita, fece cenno a due guardie di avanzare, al che la ragazza, preso il servo per la collottola, arretrò lentamente e, quando fu a tiro del proprio arco, lo impugnò e sfoderò una freccia dalla faretra. Guardando minacciosa i due soldati e loro si fermarono "Un altro passo e sarò io a castrare qualcuno".
"E va bene" concesse la sovrana esasperata, che ormai voleva solo tagliare corto con l'ennesimo capriccio della figlia "Quale sarebbe, secondo te, la punizione giusta per quel servo inutile?". Artemisia abbassò l'arma con un moto di sollievo, ma poi esitò: quale poteva essere la punizione giusta?
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