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Celine Dept

Capitolo 11: Il Belgio Non Esiste

Il modificatore pesava meno di quanto sembrasse. Edoardo lo posò sul banco con la lente rivolta verso l'alto, dove la lampada gialla del garage ci disegnava sopra un cerchio di luce fermo. Per qualche secondo non fece altro che guardarlo. Poi prese il panno di microfibra e lo passò via.

L'aveva usato per immobilizzare, per ordinare, per cancellare. Funzionava sempre. Era quello il problema. Funzionava così bene che ormai non gli serviva nemmeno più pensare a cosa stesse facendo mentre lo faceva — e da un po' di tempo, quando ripensava alle facce di quelle donne, vedeva soltanto una cosa che il dispositivo aveva già deciso al posto suo. Nico che spariva nel nulla senza nemmeno un suono. Brooke rigida contro il frigo con le nocche bianche sul marmo. Tutto corretto, tutto eseguito alla perfezione.

Da qui in avanti niente più comandi. Se le voleva, se le prendeva con le mani.

Una decisione presa così, in piedi nel gelo del garage alle otto meno un quarto del mattino, senza nessuno ad ascoltarla. Non la scrisse da nessuna parte. Non ce n'era bisogno. Si mise il modificatore nella tasca laterale della tuta insieme al teletrasporto, tirò giù la lampada e rimase un istante nel buio prima di aprire la porta che dava sul vialetto.

Fuori l'aria era quella solita di fine ottobre a Londra, umida e grigia come un panno steso male. Un furgone passò in fondo alla strada con il motore rumoroso, e da qualche parte un cane abbaiava dietro un cancello. Le case della famiglia erano le prime della fila, strette tra loro come tessere di domino che qualcuno aveva dimenticato di spingere.

Dalla cucina arrivava odore di soffritto.

«Sei tu?» La voce di sua madre coprì il rumore della porta che si chiudeva.

«Sì.»

Edoardo si tolse le scarpe, le allineò contro il muro e attraversò il corridoio finché non arrivò all'angolo del tavolo. Sua madre era china sui fornelli con il grembiule annodato sopra il maglione; le pentole facevano il rumore che fanno sempre quando qualcuno le muove troppo in fretta. Sul tavolo c'erano già i piatti posati e un tovagliolo piegato a metà.

«Hai dormito?» chiese lei senza voltarsi.

«Abbastanza.»

«Abbastanza quanto.»

Edoardo tirò indietro la sedia e si sedette, appoggiando il telefono accanto al piatto. «Otto ore in tre giorni.»

Sua madre emise un suono tra il sospiro e lo sbuffo che gli era familiare da anni, poi spense il gas e portò la padella al centro del tavolo. Fagioli e salsiccia. Niente di speciale, ma la cucina era tiepida e la sedia era comoda, e per una volta il corpo gli chiedeva soltanto di diventare sordo per mezz'ora.

Mentre mangiava, aprì TikTok.

Lo schermo si illuminò sul feed già scorso a metà dal mattino precedente, quando ancora non sapeva che sarebbe finito in un soggiorno bianco di Los Angeles con il sole californiano sulle spalle. Il primo video era una ricetta di pasta con un audio sbagliato di tre secondi troppo velocizzato; Edoardo scrollò via con il pollice ancora unte di olio e lo asciugò distrattamente sul tovagliolo.

Il secondo video era una ragazza con i capelli biondi legati in una coda alta, in piedi davanti a una televisione accesa.

Celine Dept — la scritta comparve nell'angolo in basso quasi contemporaneamente al suono, come se gliela stesse dicendo qualcuno all'orecchio. Indossava una maglietta bianca extralarge infilata dentro i jeans e parlava all'obiettivo con l'entusiasmo di chi ha appena visto qualcosa di clamoroso.

«No, ragazzi, ma avete visto?» diceva in un misto di inglese e fiammingo talmente veloce che Edoardo dovette riavvolgere per capire dove finiva una lingua e cominciava l'altra. «Questo è un gol assurdo. Assurdo. E dicono che il campionato belga è noioso.»

Dietro di lei scorrevano le immagini mute di una partita — prato verde, maglie blu contro maglie bianche — con uno striscione pubblicitario che ciclicamente entrava e usciva dall'inquadratura della TV. La stanza era semplice: un divano chiaro sulla sinistra, una vetrata sul fondo con la pioggia che batteva sui vetri, e sopra la televisione una mensola con tre cornici nere.

Edoardo prese un altro cucchiaio di fagioli e non scrollò.

Non seguiva il calcio. Non aveva mai seguito niente di sportivo al mondo se non quello che gli serviva per capire dove stessero le persone — coordinate, indirizzi, punti cardinali ricavati da qualunque angolo. Ma questa Celine parlò per altri venti secondi del rigore negato e del difensore lentissimo, gesticolando, mentre sotto comparivano i primi commenti a centinaia.

Toccò il suo profilo.

La griglia si aprì su una serie di foto coerenti tra loro in quel modo ordinato delle influencer costruite bene: lei contro muri dipinti a tinte pastello in giro per l'Europa; lei in costume su una spiaggia che non sembrava belga; lei in macchina con la cintura allacciata e una mano fuori dal finestrino aperto. Un milione e mezzo di follower circa. Nella bio c'era una bandierina del Belgio seguita da una frase corta che Edoardo non si prese la briga di leggere per intero.

Aprì le storie in basso.

La prima si chiamava *home* ed era composta da foto vecchie e nuove sparpagliate nello stesso insieme — tipico. C'era una cucina con i pensili scuri lucidi ei ripiani bianchi esposti agli angoli; c'era un giardinetto dietro la casa con una recinzione bassa di metallo; c'era uno scatto dalla finestra della camera da letto con dei tetti grigi appena visibili oltre il davanzale. Niente città sullo sfondo come nella storia di Brooke Monk; qui bisognava lavorare al contrario.

Edoardo si mise il telefono più vicino alla faccia da braccio piegato sul tavolo. Passò alla seconda storia, *fits*, tutta vestiti posati sul letto. Passò alla terza — *match days* — dove ho trovato quello che cercava.

Tre foto alla stessa partita dalla stessa visiva: tribuna laterale, settore ospiti sulla destra dell'inquadratura, un telone pubblicitario con un logo blu lungo tutto il parapetto davanti al campo. Sotto l'ultima foto c'era un geotag che indicava soltanto la città — *Bruxelles* — senza specificare lo stadio. Ma Edoardo sapeva leggere la geometria dei luoghi meglio dei nomi: la curva a semicerchio disegnata dall'arbitro lungo distanza, la disposizione dei cartelloni pubblicitari sfalsati uno rispetto all'altro, l'ombra lunga dello spalto opposto. Cercò per un paio di minuti su Maps gli stadi belgi col telone blu su quel lato preciso del parapetto finché uno non combaciò — Anderlecht? No, più piccolo. Cercò ancora tra i club minori della zona metropolitana finché non ne trovò uno con le tribune basse proprio così.

Non era importante quale stadio fosse. Serviva soltanto capire dove quella ragazza abitava.

Tornò alle storie *home* e le analizzate come avrebbe analizzato un circuito difettoso: cercando la variabile coerente tra tutti i pezzi. I tetti grigi dietro la finestra della camera — ci passò sopra due volte col consueto ingrandimento delle dita fino a far perdere ogni definizione all'immagine — appartenevano a case basse disposte su entrambi i lati della stessa via stretta che curvava a sinistra dopo un semaforo. La macchina parcheggiata sotto casa nelle foto del giardinetto aveva lapidi belghe gialle su sfondo bianco, formato standard europeo sì ma diverso da quello inglese o francese: lo riconobbe dalla banda verticale rossa sul lato.

Aprire Google Maps sembrò naturale ora come respirare. Cominciò ricostruendo le distanze dalle poche foto notturne con i lampioni sui lati della strada: i pali erano alti e snelli col braccio elicoidale tipico dei paesi del Benelux, non dritti come quelli inglesi né inclusi nella muratura come a Parigi.

Ci mise undici minuti in tutto tra scrolling, zoomate ingrandite male e continui ritorni alla stessa foto-finestra per verificare se aveva visto giusto prima — undici minuti durante i quali finì tutta la pasta lasciata sul piatto ma non toccò mai più la salsiccia perché entrambe le mani erano occupate a stringere lo schermo oa mordersi distrattamente l'unghia del pollice mentre pensava (brutta abitudine tornata fuori da quattro giorni).

Batté le palpebre un paio di volte sugli occhi asciutti davanti allo schermo ancora acceso sopra le coordinate segnate nel blocco note con precisione maniacale cifra per cifra due volte verificate punto virgola verifica finale ricontrollo paranoico terzo controllo ossessivo uguale identico confermato.

"Mamma."

«Che c'è.» Lei stava già sparecchiando i piatti verso il lavandino; acqua corrente rumore mascherante perfetto.

«Esco un attimo.»

Sua madre si voltò appena col piatto in mano gocciolante schiuma sulla ceramica bianca sviluppata anni prima in qualche mercatino del nord Londra non ricorda neppure quando né quale periodo storico esatto della loro vita famigliare complicata movimentata precaria instabile precaria precaria.

«OK»

Appena chiusa la porta di casa, Edoardo premiette invio.

Il garage si piegò.

L'aria arrivò fredda e umida, marrone-grigia, il cielo belga che non lasciava passare un filo di sole. Quando gli occhi gli si abituarono, Edoardo si trovava in un soggiorno di medie dimensioni, con il pavimento in laminato color rovere chiaro e il divano grigio antracite addossato alla parete di sinistra. Tutto qui. Nessun corridoio largo da attraversare, nessuna vetrata alle spalle, solo un ambiente compatto con un tavolo basso davanti al divano e la televisione spesa nell'angolo.

Siamo in due.

Celine stava seduta sul bracciolo del divano con le gambe accavallate, il telefono in mano. Il ragazzo accanto a lei — Michel, se lei lo chiamava così — era seduto di traverso con la schiena appoggiata allo schienale e un braccio gettato sopra la spalla della ragazza. Portava una felpa con il cappuccio tirato su e le cuffie appoggiate intorno al collo. Sullo schermo del telefono di Celine qualcosa andava avanti da sola, una partita o una serie, non importava.

Il rumore del teletrasporto non c'era stato. Ma fu l'aria a cambiare, forse, o fu il fatto che il soggiorno aveva all'improvviso uno spigolo in più dentro. Michel fu il primo a voltarsi.

«Cosa—»

La parola gli uscì dalla bocca e rimase a mezz'aria, senza corpo che la sostenesse oltre il primo suono. Edoardo aveva già alzato il modificatore mentre il ragazzo ancora stava aprendo le labbra per finire quella parola olandese che non ebbe mai un finale.

«Sparisci.»

Il corpo di Michel si cancellò dal divano in un istante. La felpa col cappuccio, le cuffie intorno al collo, le scarpe da ginnastica bianche che aveva infilate sotto il tavolo: tutto sparito insieme a lui. Il posto sul divano rimase incavato per un secondo prima che la stoffa tornasse a distendersi sotto nessun peso. Sulla spalla di Celine era caduto appena il braccio che la cingeva. Cadde nel vuoto e rimase a mezz'aria per un istante prima che lei lo riabbassasse di scatto.

Celine guardò il posto dove c'era stato il fidanzato. Poi guarda Edoardo.

Non disse niente. Il telefono le scivolò dalle mani e cadde sul pavimento con un rumore secco, e lei si alzò dal bracciolo del divano indietreggiando verso l'angolo della stanza opposta. Le gambe le andavano all'indietro a scatti brevi e scomodi. Il tallone le sbatté contro lo zoccolo bianco del termosifone dietro la porta.

«Michel?» La voce le uscì sottile e poi si ruppe sull'ultima consonante del nome come se non ci credesse nemmeno lei. «Michel!»

Edoardo abbassò il modificatore di un dito per controllare che la coordinata tenesse, poi lo rimise nella tuta senza fretta.

Si mosse verso di lei camminando piano, i passi che battevano leggeri sul laminato. Celine si premette contro l'angolo della stanza con i palmi aperti contro i muri ai lati, come se potesse trovare una fuga lì dentro. Lo sguardo le correva da lui verso la porta del soggiorno e di nuovo verso di lui; la bocca le si aprì per gridare ma uscì solo un suono strozzato.

Edoardo le è arrivato davanti e le prese un polso.

Lei provò a strapparglielo via con tutta la forza che il braccio le permetteva. Non eran poca cosa: Celine si divincolò con il vigore di chi hanno spinto oltre la paura, tirandogli indietro il polso e piegando le ginocchia per liberarsi la mano dalla stretta. La mano libera gli arrivò sulla spalla cercando di spingerlo indietro, ma Edoardo si limitò a stringere più forte sul polso.

«Vieni qui.»

Fu una frase comune, senza alcun ordine dentro. Lei non si fermò, anzi si mise a scalciare con le gambe cercando di toccare ovunque potesse far male sul polpaccio o sulla tibia. Edoardo la girò su se stessa tenendola per il polso e per la vita finché non ebbe la schiena contro lo stomaco e allora cominciò a trascinarla attraverso il laminato chiaro, tre o quattro passi lunghi finché non arrivarono al divano grigio antracite.

Lei opporsi resistenza a ogni centimetro. Le scarpe da ginnastica bianche grattavano sul pavimento; le unghie della mano libera gli scavarono nella manica della tuta finché non lo trovarono attraverso lo spessore della stoffa lasciandogli delle strisce rosse sul polso destro — sciocco dettaglio in cui si ritrovò a pensare mentre continuava a trascinarla, come avrebbe pensato un operaio ai graffio sulla vernice di una porta che deve comunque chiudere.

La spinse sul divano.

Celine perse l'equilibrio e la fine della schiena con le gambe penzoloni dal bordo e i capelli biondi sparsi sul cuscino dietro la testa. Il respiro le usciva rumoroso dal petto in soffi rapidi. La mano libera corse subito verso il telefono a terra dall'altra parte del tavolo; Edoardo ci arrivò prima con il ginocchio sopra il bordo del tavolo basso e gliela bloccò contro lo schienale del divano con il peso del suo corpo. Lei scattò con l'altra mano verso la sua faccia — ci andò vicina, abbastanza vicina da fargli sentire le unghie raspargli sull'orecchio prima che lui le bloccasse anche quella prendendogliela per il polso e piegandole i due bracci sopra la testa contro i cuscini.

Celine Urlò.

Non un grido compiuto — quello era già andato via prima nella gola e non era più tornato — ma un suono acuto che rimase per aria a mezz'altezza tra i due come una corda pizzicata male. Poi le lacrime cominciarono quasi contemporaneamente al secondo suono più basso che le uscì dal naso nell'arretrare della testa contro i cuscini.

Edoardo le tenne entrambi i polsi con una mano sola sopra la testa contro lo schienale del divano grigio. Con l'altra mano cominciò dai jeans.

Erano jeans chiari dal taglio dritto con un bottone di metallo; ci mise qualche secondo in più perché i pantaloni erano attillati sui fianchi e Celine si stava dimenando in modo disordinato sotto di lui; quando riuscì a farglieli scivolare giù dalle anche lei scalciò ancora, due calci secchi che finirono entrambi sul suo fianco destro senza fare danni veri, e poi ancora uno alla coscia destra mentre si allungava in avanti nel tentativo di raggiungere chissà quale punto del pavimento dove c'era ancora il telefono acceso con una partita ferma su uno schermo diventato improvvisamente insignificante.

I jeans finiscono uno sopra l'altro in una piega sul tappeto ai piedi del divano. Rimase Celine con le mutande bianche di cotone semplice — niente pizzo da influencer per il fidanzato davanti alla TV — e dopo quelle lo stesso trattamento delle altre volte: giù fino alle ginocchia, fino alle caviglie, fino alla punta dei piedi dove si impigliarono nello scalcio successivo.

Lei non smetteva di piangere.

Il pianto era cominciato come qualcosa di trattato ma adesso correva libero fuori dalla sua gola in suoni sconnessi; gli occhi avevano perso qualsiasi puntamento — fissavano ora lui.

«Basta» disse Celine.

La voce le uscì rotta dal pianto ma udibile infine dopo tutte quelle volte che non era riuscita a dire proprio niente se non singhiozzi. «Basta, basta, per favore…»

Edoardo non esclude.

Si abbassò su di lei tenendole ancora i polsi sopra la testa contro lo schienale del divano grigio antracite e spinse in avanti i fianchi finché non sentì il corpo cedergli dentro per quella piccola resistenza iniziale. Lei sussultò tutto insieme sotto di lui — dalla pancia alla gola passando per tutte le costole — e urlò ancora una volta verso il soffitto bianco.

La tirò su per un braccio quando ne ebbe abbastanza.

Celine si alzò maschio dal divano, con le gambe che ancora le tremavano e le mutande rimasero impigliate a una caviglia. Edoardo non aspettò che si raddrizzasse per bene. Le premette una mano sulla spalla e la spinse verso il pavimento finché le ginocchia non le toccarono il laminato chiaro, e lei andò giù senza opporre quella resistenza che aveva opposto prima, forse perché il corpo aveva già speso tutto quanto aveva dentro nelle ultime decine di minuti.

Si inginocchiò davanti a lui con le mani lungo i fianchi e la testa bassa.

Edoardo si slacciò la cintura e abbassò la zip della tuta. Poi le prese i capelli biondi con la mano destra — un pugno compatto vicino alla nuca, dove la coda alta era ormai mezza sciolta — e le tirò il viso verso l'alto finché non l'ebbe all'altezza del bacino.

Il primo schiaffo del cazzo le arrivò sulla guancia sinistra e le fece girare la testa di lato. Il secondo sulla destra, simmetrico, con un rumore umido che risuonò nel soggiorno piccolo di medie dimensioni con il divano grigio antracite e il laminato rovere chiaro. Celine chiude gli occhi. Non urlò, non cercò di ritrarsi — non poteva, con la presa nei capelli che le teneva la testa ferma nel punto esatto in cui Edoardo la voleva.

Lui continuò a batterla così. Guancia sinistra, guancia destra, poi ancora sinistra, con un ritmo che andava accelerando piano piano senza fretta di arrivare da nessuna parte. Il viso di Celine rimbalzava contro di lui e tornava indietro solo perché la mano nei capelli lo riportava ogni volta nella posizione giusta. Le lacrime le colavano adesso anche dagli angoli degli occhi chiusi e le finivano sulle guance, dove la pelle cominciava a diventare rossa e lucida nei punti colpiti.

Dopo una decina di colpi la lasciate andare.

La testa di Celine ricadde in avanti e il mento le finì quasi contro il petto. Respirava con la bocca aperta, le spalle che salivano e scendevano in modo irregolare. Sulla faccia aveva un'espressione che non era più né terrore né pianto — solo quello stato di mezzo in cui il corpo ha smesso di reagire e aspetta la prossima cosa che succederà, qualunque essa sia.

Edoardo la tirò di nuovo su, questa volta per il braccio, e la portò verso il tavolo basso che stava davanti al divano. Il tavolo era di quelli semplici in truciolare impiallacciato rovere chiaro, con i bordi arrotondati e le gambe a trapezio, e sopra non c'era praticamente niente se non il telecomando della televisione e un porta-candele di metallo nero spento.

La piegò in avanti e le fece appoggiare il petto sul piano.

Celine si aggrappò istintivamente al bordo opposto del tavolo con entrambe le mani. Il viso le rimase schiacciato di lato contro l'impiallacciatura; da quella posizione, con un occhio solo libero, finì per fissare la televisione spesa nell'angolo, che a schermo nero rifletteva in modo sbiadito tutta la scena come uno specchio cattivo.

Edoardo le mise una mano sulla nuca e con l'altra si abbassò a cercare l'ingresso giusto. Lei capì cosa stava succedendo un attimo prima che succedesse e provevò a serrare le gambe, ma erano già aperte e lui gliele teneva separate con il ginocchio sinistro contro l'interno coscia, e quando spinse dentro il corpo di Celine si tese tutto quanto, dal collo alle caviglie, e dalla gola le uscì un suono lungo che non era un urlo ma qualcosa di più basso e più rotto.

I fianchi di Edoardo cominciarono a muoversi.

Lei stringeva il bordo del tavolo con entrambe le mani e le nocche le si sbiancavano a ogni spinta. Il tavolo scricchiolava sul laminato in modo diverso rispetto a come avrebbe scricchiolato sul pavimento di un altro appartamento in un'altra città in un altro paese — un rumore più secco, più corto, da mobile economico che non è mai stato pensato per sopportare peso in movimento. Edoardo le teneva i fianchi fermi con entrambe le mani per impedirle di scivolare avanti, e ogni volta che spingeva a fondo il corpo di Celine si spostava di qualche centimetro e poi tornava indietro per la presa.

Durò qualche minuto.

Il cielo oltre la finestra del soggiorno era sempre quella lastra grigio-marrone uniforme di prima, senza variazioni, senza movimento, come se fuori non esistesse una vera Belgique ma solo un fondale dipinto per risparmiare sui costi di produzione. Da qualche parte nell'appartamento un orologio a muro faceva il suo tic tac regolare, e nel palazzo accanto, dietro la parete, qualcuno stava usando un trapano elettrico con quel suono continuo che fa da sottofondo a qualsiasi vita condominiale ovunque nel mondo occidentale civilizzato.

Edoardo si stufò del ritmo.

Si tirò fuori e si raddrizzò, lasciando che Celine rimanesse piegata sul tavolo con la faccia schiacciata contro l'impiallacciatura. Prese il modificatore dalla tasca per abitudine, poi se lo rimise dentro — non gli serviva per questo, non serviva a niente adesso, era solo il gesto automatico della mano che cerca qualcosa quando il resto del corpo si sta già muovendo verso il prossimo passo.

Attraversò il divano e si sedette sul grigio antracite.

Da lì vedeva Celine ancora piegata sul tavolo. La schiena le si alzava e abbassava con il respiro; la coda alta era ormai completamente sciolta ei capelli biondi le coprivano metà del viso girato di lato. Sotto il tavolo, sul laminato, le erano rimasti i jeans in una piega e le mutande bianche abbandonate a metà tra il divano e il punto in cui era stata inginocchiata prima.

«Vieni qui.»

Non era un comando del modificatore. Era solo una frase a voce normale in una stanza in cui c'era una sola persona che poteva eseguirla.

Celine si staccò dal tavolo con lentezza. Le gambe le tremavano ancora; il passo le si accorciò mentre attraversava il mezzo metro di pavimento che la separava dal divano. Si fermò davanti a Edoardo senza sapere bene cosa fare, con gli occhi bassi e le braccia molli lungo i fianchi.

«Siediti qui.» Le indicò il pavimento davanti al divano. «Con i piedi.»

Lei capì. Ci mise un secondo, poi si abbassò finché non fu seduta sul pavimento di fronte a lui con le gambe piegate verso l'esterno ei piedi nudi posati uno accanto all'altro davanti al proprio corpo. Sulla destra, sull'alluce, aveva un piccolo cerotto beige che Edoardo non aveva notato prima — probabilmente una vescica da scarpe nuove o da unghi incarnato, chissà, un dettaglio irrilevante che però gli rimase negli occhi per un istante mentre lei sistemava i piedi nella posizione giusta.

Celine prese il cazzo con entrambi i piedi.

I piedi erano piccoli, lisci, curati, senza calli sulle piante. La pelle del collo del piede era chiara e si tendeva sopra le ossa quando sottili lei stringeva. Cominciò a muoverli su e giù uno contro l'altro, tenendolo in mezzo, con un movimento lento e incerto, come se stesse cercando un ritmo che non conosceva né aveva mai dovuto imparare.

Edoardo si appoggiò allo schienale del divano e la lasciò fare.

Celine andò avanti così per qualche minuto, i piedi che salivano e scendevano, le punte che si toccavano sopra di lui ogni volta che arrivava in cima al movimento. Non alzava mai la faccia. Guardava i propri piedi e nient'altro, con le lacrime ormai asciugate sulle guance ma le tracce ancora visibili sul viso dove la pelle era rimasta arrossata nei punti dove lui l'aveva colpita prima.

Il trapano del vicino andava avanti nell'appartamento dietro la parete.

Edoardo sentì la tensione salire con regolarità mentre guardava quella scena — i piedi bianchi che scorrevano lenti sul cazzo, i capelli biondi sciolti sulle spalle, i seni che si alzavano a ogni piccolo sforzo delle ginocchia nel tenere la posizione. Non disse niente per tutto il tempo. Non le ordinò di accelerare, non le ordinò di rallentare. La andare lasciò al ritmo in cui stava andando, e quel ritmo non era granché veloce, ea un certo punto si rese conto che la lentezza stessa faceva parte della cosa — che l'attesa indisturbata era diventata una componente del piacere, e che non aveva più nessuna fretta di arrivare alla fine.

Quando ci siamo arrivati ​​fu comunque senza preavviso.

Celine sentì il corpo irrigidirsi sotto di lei nello stesso momento in cui il primo getto partì verso l'alto; i piedi le scattarono istintivamente di lato per effetto del movimento involontario di Edoardo e parte dello sperma le finì sulle dita, parte sul collo del piede, parte direttamente sul laminato chiaro tra le sue ginocchia. Il resto andò sul cuscino del divano e un'ultima striscia arrivò quasi sul ginocchio di Celine, che rimase ferma dove stava senza ritirare i piedi anche dopo che era finito.

Edoardo respirò due volte.

Poi si tirò su dal divano e cominciò a rivestirsi. Si riallacciò la cintura della tuta con i gesti rapidi di sempre — è la parte più facile, la parte che non lascia traccia, la parte che gli era ormai diventata una specie di rito senza significato.

Si sistemò il modificatore nella tasca laterale e il teletrasporto nell'altra.

Controllò il display del teletrasporto un paio di secondi per abitudine. Verde stabile. Coordinate del garage londinese ancora inserite dall'inizio dell'operazione, mai cancellate, mai toccate. Il dito gli scivolò sulla superficie fredda dello schermo e lasciò una mezza impronta che si cancellò subito da sola.

Celine rimase sul pavimento.

Non si alzò, non raccolse i jeans, non prese il telefono che era ancora dall'altra parte del tappeto con lo schermo acceso. Si limitò a rimanere seduta con le gambe piegate verso l'esterno ei piedi ancora sporchi, lo sguardo fisso in un punto davanti a sé che non era né il divano né la parete né niente di preciso dentro quella stanza.

Edoardo premette il pulsante.

Il soggiorno belga si piegò via per un istante intero in cui tutto quanto intorno si mosse in direzioni che non rispettavano nessuna geometria conosciuta. L'ultimo brandello che vide prima del buio fu la televisione nera nell'angolo con il riflesso ormai vuoto del pavimento chiaro davanti a lei.

poi il garage.

Lampada gialla accesa sopra il banco da lavoro. Odore vecchio di plastica bruciacchiata e caffè freddo nella tazza sul ripiano alto. Fuori la solita finestra con le nuvole basse di Londra, la stessa pioggerellina sottile che non smetteva mai di cadere per giorni interi. L'orologio appeso al muro diceva le dieci e ventisette.

Edoardo prese il panno di microfibra e passò la lente nei cerchi dal centro verso i bordi.

Il gesto era pulito, preciso, uguale a tutte le volte precedenti. La lente era già pulita; lui la pulì comunque, come sempre, perché il movimento serviva a mettere in fila quello che aveva appena fatto prima di poterlo lasciare andare, ea un certo punto — mentre il panno girava sulla superficie di vetro — si chiese se avesse davvero mantenuto la sua decisione di prima.

Non avevo usato il modificatore per immobilizzarla. Non le aveva ordinato di stare ferma, non le aveva piegato la volontà. Aveva solo cancellato Michel e poi aveva fatto il resto a mani nude. Celine era proprio scivolata via per conto suo, quando aveva voluto lei, e lui aveva dovuto tenerle i polsi, e lei gli aveva graffiato il braccio, ea un certo punto gli aveva detto basta con la sua voce vera.

Era meglio così.

Non era peggio. Era andata meglio in un modo che non aveva ancora ben capito se gli piaceva o gli dava fastidio.

Rimise il modificatore nella tasca della tuta, spense la lampada del garage ed uscì nella pioggerellina londinese. La porta di casa si aprì sul corridoio tiepido e sul rumore della televisione accesa in salotto: sua madre stava guardando uno dei programmi del pomeriggio, e non si voltò nemmeno quando sentì i suoi passi sulle scale.

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