What's next?

Alexandra Daddario

Il garage era tornato quello di sempre, con la striscia di luce arancione che adesso tagliava il banco da lavoro quasi a metà e l'orologio sul muro che segnava le nove e dieci di sera. Edoardo aveva passato l'ultima mezz'ora a scorrere Instagram senza cercare davvero niente, saltando da un profilo all'altro con il pollice, quando la foto gli era comparsa davanti.

Alexandra Daddario.

Lo scatto era recente, pubblicato lo stesso pomeriggio. La foto la ritraeva seduta su una panca di legno in un giardino, con una tazza in mano e un maglione grigio oversize che le copriva le spalle. I capelli castani erano raccolti in una coda alta e il viso era girato di tre quarti verso l'obiettivo, con quell'espressione che Edoardo conosceva bene per averla vista in decine di film. Sotto la foto, la didascalia era di una riga sola: *Domenica lenta.*

Edoardo ingrandì l'immagine.

Non era la didascalia a interessarlo. Era il tag in basso a destra, quello che la maggior parte delle persone nemmeno apriva. Un ristorante. Probabilmente dove aveva pranzato. Nessun geotag sulla località precisa.

Tornò indietro e aprì le storie in evidenza.

Ce n'erano una decina, ognuna con il titolo in maiuscoletto: *Set*, *Amici*, *Casa*, *Viaggi*, *Cani*. Edoardo saltò le prime due e aprì *Casa*. Le storie erano una sequenza di stanze, di angoli, di dettagli domestici che Alexandra pubblicava ogni tanto come facevano tutte — un vaso di fiori sul tavolo della cucina, un libro aperto su una poltrona, un cane addormentato su un divano grigio chiaro. Niente coordinazione. Niente etichetta.

Poi arrivò all'ultima storia.

Era un breve video girato dalla finestra di una stanza che Edoardo non aveva ancora visto: una parete di vetro che dava su un patio interno con una piscina piccola e un uliveto oltre la recinzione. Sulla destra, in lontananza, si vedevano le colline brulle e giallastre tipiche di quella zona della California. La storia non aveva geotag, ma il paesaggio parlava da solo. Colline nascoste. Di nuovo.

Edoardo chiuse l'app e aprì Google Maps.

Aveva già la zona salvata dalla ricerca di Elizabeth. Il quartiere era grande, ma i punti di riferimento nel video erano abbastanza specifici: la piscina con il bordo in pietra chiara, l'uliveto sul retro, la fila di cipressi che segnava il confine della proprietà verso est. Con un po' di pazienza e qualche passaggio tra satellite e street view, riuscì a restringere il campo a tre o quattro ville candidate.

Due di queste erano già note come caso di celebrità — una apparteneva a un produttore, l'altra a un'ex modella diventata imprenditrice. La terza non aveva nome nei database immobiliari pubblici, ma la forma del patio e la disposizione delle finestre corrispondevano quasi perfettamente al video.

Edoardo confronta l'immagine della storia con la vista satellitare per un altro quarto d'ora. Poi inserire le coordinate approssimative nel teletrasporto, lasciando il numero finale come stima da correggere eventualmente dopo il primo salto.

Non sarebbe stata la prima volta che sbagliava di una casa intera. Con Scarlett gli era andata bene al primo tentativo, con Madison ci aveva messo tre tentativi prima di trovare la telecamera giusta. Ma il teletrasporto non lasciava tracce, e un errore significava soltanto tornare indietro e ricalcolare.

Prima di attivare il dispositivo, Edoardo lanciò un'occhiata verso la porta che dava sulla cucina. La luce filtrava dalla fessura sotto la porta ed era spesa da un pezzo. Sua madre si era ritirata verso le dieci, dopo aver guardato un documentario sui grandi felini che aveva commentato ad alta voce per tutta la durata, come faceva sempre quando qualcosa la annoiava ma non voleva ammetterlo.

La casa era silenziosa.

Edoardo controllò le cifre sul display del teletrasporto una seconda volta. Il verde si stabilizzò come sempre. Infilò il modificatore nella tasca della tuta, tenne il teletrasporto in mano, e aspettò ancora un secondo buono prima di premere il pulsante.

Il garage si piegò.

L'aria che lo accolse all'arrivo era tiepida e ferma, con un odore di legno e di qualcosa di dolce che poteva essere una candela o un diffusore per ambienti. Edoardo aprì gli occhi e si ritrovò in un angolo di un salotto che non aveva mai visto, in piedi dietro una poltrona di pelle color cuoio, con il muro di vetro sul fondo che dava sul patio esatto del video.

La stanza era più grande di quanto sembrasse nelle storie. Il soffitto era alto, con travi scure a vista, e la parete di destra era occupata da una libreria bassa piena di libri e di piccoli oggetti di ceramica. Il pavimento era in cemento lucido, coperto in parte da un tappeto annodato a mano di colore beige spento. Un camino a legna, spento, era incassato nella parete di sinistra.

Sul divano in fondo, davanti alla parete di vetro, c'era Alexandra Daddario.

Sedeva con le gambe incrociate e un libro aperto in grembo, la testa leggermente china, i capelli castani legati in una coda bassa che le ricadeva sulla spalla sinistra. Indossava una felpa larga color panna e un paio di leggings neri. Ai piedi aveva dei commenti corti bianchi. Una tazza vuota era appoggiata sul tavolino accanto a lei, con il manico rivolto verso la parete.

Non si era accorta di niente.

Edoardo rimase immobile dietro la poltrona e la tastiera leggere. Le sue dita scorrevano sulle pagine con una lentezza che sembrava quasi studiata, il pollice che si appoggiava sul bordo del libro prima di girare il foglio e poi tornava indietro. Ogni tanto si passava una mano tra i capelli, spostando un ciuffo che non voleva stare al suo posto, e poi tornava a leggere.

Aveva trentotto anni, o qualcosa del genere. Edoardo lo sapeva da una ricerca fatta mesi prima, quando ancora non aveva deciso chi colpire per primo dopo Madison. Era più magra di quanto sembrasse sullo schermo, con le spalle strette sotto la felpa larga e le braccia sottili, la pelle chiara che di sera appariva ancora più pallida sotto la luce calda della lampada.

Ma la vera Alexandra Daddario, quella che Edoardo voleva, non era quella seduta sul divano adesso.

Era quella di dieci anni prima, quando aveva ventotto anni e recitava in True Detective. Il personaggio si chiamava Lisa Tragnetti, ma Edoardo non lo ricordava nemmeno. Non gli importava del personaggio. Gli importava del corpo che Alexandra aveva avuto in quella serie, quando la linea delle sue anche riempiva ogni scena in cui appariva, quando il seno era più pieno e la pelle più abbronzata ei capelli le ricadevano sulle spalle in onde scure lunghe e pesanti.

Quella Alexandra lì.

Estrasse il modificatore dalla tasca della tuta e lo puntò verso di lei.

Alexandra continuava a leggere. Il libro era un volume con la copertina blu scuro che Edoardo non riconobbe, e lei stava nel mezzo di un capitolo, con il dito a segnare il punto in cui era arrivata sulla pagina di sinistra.

Edoardo preme il pulsante laterale.

«Torna al corpo di True Detective» sussurrò.

Il modificatore vibrò nella sua mano per qualche secondo, come sempre. Un'onda tiepida gli risalì lungo il braccio, e l'aria della stanza si fece più densa per un istante, come se il tempo stesso stesso rallentando per permettere al comando di attecchire.

Alexandra smise di leggere.

Il dito le rimase sospeso sopra la pagina, fermo a metà del gesto che stava facendo. La sua schiena si irrigidì contro lo schienale del divano e le spalle le salirono di qualche centimetro, come se qualcuno le avesse appoggiato una mano fredda sulla nuca. Non si girò. Non poteva girarsi. Ma Edoardo la vide deglutire, una volta sola, con il collo che si tendeva per un secondo prima di rilassarsi.

poi il cambiamento avviene.

I capelli furono la prima cosa. La coda bassa che le raccoglieva i capelli castani si sciolse da sola, e le ciocche ricaddero sulle spalle allungandosi mentre scendevano, diventando più scure e più pesanti man mano che crescevano. In pochi secondi le arrivarono a metà schiena, in onde folte che Edoardo ricordava bene dalle scene della serie, quando Alexandra si muoveva ei capelli le ricadevano sul viso con un movimento che non aveva niente a che fare con quello delle acconciature curate dei red carpet.

Il viso cambiò più lentamente. Le linee accanto alla bocca si distesero, e le guance ripresero una consistenza che la versione di dieci anni dopo aveva perso. Il naso rimase lo stesso, così come gli occhi azzurri, ma la mascella si fece più marcata e il collo più pieno, con la linea della clavicola che si faceva più profonda sotto la pelle.

Il corpo venne dopo.

La felpa larga cominciò a riempirsi sotto, il tessuto che si tendeva sul petto mentre il seno prendeva volume sotto di esso. Le spalle si allargarono di qualche centimetro, e le braccia presero una consistenza nuova lungo l'avambraccio e la spalla. Sotto i leggings neri, i fianchi si allargarono in modo più netto, riempiendo le cuciture in un modo che il tessuto sottile non poteva più a contenere senza segnare la forma esatta del bacino.

La pelle cambiò per ultima. Da chiara quasi pallida diventò più scura e più soda, come se dieci anni di sole californiano fossero stati riassorbiti in un secondo e poi restituiti in un'unica tonalità compatta e omogenea. Un colorito più caldo, più dorato, che Edoardo riconosceva dalle scene in cui Alexandra appariva in lingerie con quella luce da interni che faceva sembrare la sua pelle quasi ambrata.

Quando il processo finì, Alexandra Daddario aveva di nuovo il corpo di ventotto anni.

Edoardo abbassò il modificatore di qualche centimetro e respirò.

La stanza era tornata silenziosa. Alexandra era ancora seduta sul divano, immobile, con il libro aperto in grembo e lo sguardo fisso sulla pagina che non stava più leggendo. I capelli scuri le ricadevano ora sulle spalle in onde lunghe e pesanti, e il tessuto della felpa le aderiva addosso in punti in cui prima era largo e informato. I leggings neri segnavano le curve dei fianchi nuovi sotto di sé.

Il dito di Alexandra era ancora sospeso sopra la pagina.

Edoardo la osservò per un altro secondo buono.

Poi cominciò a muoversi verso di lei.

Edoardo si mosse verso il divano senza fretta, i piedi nudi sul cemento lucido che facevano un rumore leggero a ogni passo. Alexandra non si voltò. Non poteva. Il modificatore la teneva ferma nella posizione in cui l'aveva trovata, con il libro in grembo e lo sguardo puntato sulla pagina, ei suoi occhi si muovevano soli, nervosi, cercando di capire cosa stesse succedendo senza riuscire a girarsi verso la fonte del pericolo.

Quando Edoardo le arrivò alle spalle, si fermò a guardarla da vicino.

I capelli scuri le scendevano ora lungo la schiena come una tenda folta, più lisci di quanto fossero un minuto prima e più pesanti sulle spalle strette. Da dietro, la linea del collo scendeva verso le spalle in modo diverso, più pieno, con i tendini che si vedevano appena sotto la pelle abbronzata. La felpa color panna era tesa sul davanti, il tessuto che si tendeva in due punti ben precisi dove il seno nuovo premeva contro il cotone.

Edoardo allungò una mano e le afferrò i capelli alla base della coda che non c'era più.

Le ciocche scure gli riempirono il pugno, folte e lisce, ancora tiepide come se il modificatore avesse riscaldato anche i capelli oltre al corpo. Tirò verso l'alto.

Alexandra si alzò in piedi con uno scatto, il libro che scivolava dal grembo e cadeva aperto sul tappeto con la copertina blu rivolta verso il soffitto. Non opporsi alla resistenza. Il suo corpo seguiva il movimento della testa perché non aveva altra scelta, e le sue gambe si distesero sotto di lei finché non fu in piedi davanti al divano, con Edoardo dietro di sé e la testa inclinata all'indietro dal pugno che le tirava i capelli.

Edoardo la girò verso di sé.

Il viso di Alexandra adesso era quello della serie. Le guance più piene, la mascella più marcata, la pelle più scura e più compatta sotto la luce calda della lampada. Gli occhi azzurri erano ancora i suoi, ma il resto del volto era stato riscritto dal modificatore fin nei minimi dettagli, fino a quella piccola piega che aveva tra le sopracciglia e che Edoardo ricordava bene dalle scene in cui il suo personaggio si arrabbiava con il detective.

Lo guardare. Non poteva fare altrimenti, con la testa tirata all'indietro e il collo esposto, ma i suoi occhi si mossero davvero per la prima volta da quando Edoardo era arrivato. Lo guardarono dall'alto in basso, rapidi, come se stessi misurando qualcosa che non riuscivano a mettere a fuoco.

Edoardo le lasciò andare i capelli.

Poi le afferrò il colletto della felpa con entrambe le mani e tirò.

Il tessuto si strappò dal centro con un rumore secco, dividendo la felpa in due metà che caddero ai lati del corpo di Alexandra e rimasero appese per un secondo alle spalle prima di scivolare del tutto giù per le braccia. Sotto non indossava niente. Il seno nuovo era lì, più grande di quanto fosse stato un minuto prima sotto il tessuto, con la pelle più scura che si tendeva sopra le costole ei capezzoli scuri che si indurivano nell'aria tiepida della stanza.

Edoardo suona in basso.

I leggings neri aderivano ai fianchi pieni e alle cosce, il tessuto sottile che segnava ogni curva del corpo nuovo. Le infilò le dita nella fascia in vita e tirò verso il basso con uno strappo unico. La cucitura cedette dal centro ei leggings si aprirono come la felpa, scivolando giù per le gambe e restando impigliati per un secondo alle caviglie prima che Alexandra — o il modificatore dentro di lei — riuscisse a liberarsene con un piccolo movimento del piede.

Rimase nuda sul tappeto beige.

Il corpo era quello di True Detective. I fianchi pieni che si allargavano dalla vita stretta, il seno più grande e ben definito, con i capezzoli scuri e leggermente rialzati dal freddo. La pelle più scura e soda del resto del corpo copriva anche le cosce, che erano più piene di quelle della versione di dieci anni dopo, con la parte interna leggermente più chiara ma sempre abbronzata. Tra le gambe, il pelo pubico era scuro e folto, tagliato corto in una striscia verticale.

Edoardo la prese per una spalla e la spinse verso il basso.

Alexandra si inginocchiò sul tappeto, con le cosce aperte e le mani appoggiate sulle ginocchia, la testa china. I capelli scuri le ricaddero ai lati del viso come una tenda, e Edoardo li raccolse di nuovo in una mano sola, tirandoli indietro per esporle il collo.

Si tolse la tuta con un movimento rapido — maglietta sopra la testa, pantaloni giù fino ai piedi, inviato via subito dopo — e rimase nudo davanti a lei, con il modificatore ancora stretto nella mano sinistra. Il libro di Alexandra era aperto sul tappeto accanto al suo ginocchio destro, con la pagina che aveva letto fino a quel momento ancora piegata all'angolo.

Edoardo le afferrò il mento con la mano libera e le alzò la testa.

«Apri la bocca» disse.

Alexandra obbedì.

La prese da davanti, prima, in ginocchio sul tappeto. Non fu una penetrazione particolarmente lunga — il primo orgasmo arrivò presto, più per l'eccitazione accumulata nei giorni precedenti che per altro, e con la regola della ricarica istantanea Edoardo poté continuare senza nemmeno un secondo di pausa. Si ritirò, si guardò il corpo di Alexandra inginocchiato davanti a sé, e poi la prese di nuovo dalla bocca fino a quando decise che era ora di cambiare posizione.

La sollevò per i capelli e la portò sul divano.

La mise a quattro zampe sul cuscino grigio chiaro, con la faccia schiacciata contro il tessuto e le ginocchia affondate nel sedile. La prese da dietro, tenendola per i fianchi con entrambe le mani, guardando il proprio inguine che scompariva e riaffiorava tra le natiche di lei.

Il corpo di Alexandra rispondeva come doveva. Le sue anche si muovevano con il ritmo che lui imponeva, e ogni volta che la spinta era più forte lei avanzava di qualche centimetro sul cuscino prima che Edoardo la riportasse indietro afferrandola per la vita. Le sue dita si aggrappavano al bordo del divano, ei suoi capelli scuri ricadevano sul tessuto chiari, sparsi come una macchia d'inchiostro sulla stoffa.

Il primo orgasmo di Alexandra arrivò dopo pochi minuti.

Non fu un orgasmo rumoroso. Il modificatore non glielo permetteva. Ma il suo corpo si irrigidì tutto contro di lui, le cosce le tremarono e la sua schiena si inarcò in una curva che sembrava sbagliata per come era piegata in avanti. Un gemito le uscì dalla gola, basso e strozzato, e le sue dita strinsero ancora più forte il bordo del cuscino.

Edoardo non rallentò.

Venne la prima volta dopo un altro quarto d'ora circa, e per la regola della ricarica istantaneamente il suo corpo tornò pronto nello stesso secondo in cui aveva finito di eiaculare. Continuò senza staccarsi, senza nemmeno il tempo di un respiro, e il secondo orgasmo di Alexandra arrivò mentre ancora era dentro di lei, con un tremito più lungo del primo che la fece piegare in avanti fino a toccare il cuscino con la fronte.

Quando ebbe finito con il divano, la portò contro la libreria.

La prese in piedi, con le spalle di Alexandra contro i ripiani della parete di destra e le gambe sollevate intorno alla sua vita. Lei si aggrappò ai bordi dei ripiani con le mani, e i libri cominciarono a cadere quasi subito, uno dopo l'altro, finché un'intera sezione della libreria non fu svuotata sul pavimento. I piccoli oggetti di ceramica che stavano sui ripiani più alti caddero insieme ai libri, e uno di essi si ruppe in tre pezzi secchi sul cemento.

Edoardo continuò.

Il terzo orgasmo di Alexandra arrivò contro la libreria. Il quarto arrivò mentre ancora era lì, poco dopo, e il quinto arrivò quando lui decise che era ora di spostarsi sul tavolo di legno.

Il tavolo era vicino alla parete di vetro, rettangolare, con una gamba che scricchiolava ad ogni spinta. Edoardo ci piegò Alexandra sopra, con il petto schiacciato contro il piano e le gambe che penzolavano da un lato, e la prese da dietro di nuovo, tenendola per i fianchi mentre il tavolo sobbalzava sotto di loro con un rumore ritmico che si mescolava ai gemiti di Alexandra.

Fu qui che Edoardo notò la prima cosa strana.

Alexandra aveva cominciato a muoversi da sola.

Non molto, all'inizio. Solo un piccolo movimento del bacino, quasi impercettibile, che si coordinava con le sue spinte invece di subirle. Edoardo lo notò per la prima volta intorno al settimo orgasmo di lei, quando le sue anche cominciarono ad andarle incontro invece di aspettare. Poi il movimento si fece più evidente, più deciso, e alla fine Alexandra stava spingendo davvero contro di lui, con un ritmo che non aveva niente a che fare con quello che il modificatore le imponeva.

Edoardo rallentò un secondo.

Lei non smise. Continuò a muoversi anche quando lui si fermò, e per un attimo Edoardo pensò che il modificatore avesse smesso di funzionare, che qualcosa si fosse rotto nel comando, che Alexandra fosse tornata padrona del proprio corpo. Ma poi guardò i suoi occhi, girati di lato sul piano del tavolo, e vide che erano ancora vuoti come prima, lucidi e fissi su un punto indefinito oltre la parete di vetro.

Era il corpo che si muoveva da solo.

Edoardo riprese a spingere con più forza.

La portò sul pavimento per le ultime ore. Il tappeto beige era il punto in cui Alexandra arrivò al quindicesimo orgasmo, e poi al ventesimo, e poi al venticinquesimo. Il suo corpo tremava a ogni movimento, le gambe non la sostenevano più, e ogni volta che Edoardo la lasciava andare per un secondo lei ricadeva sul cemento con un rumore sordo, i capelli scuri sparsi intorno alla testa come una macchia d'inchiostro.

Edoardo perse il conto dei propri orgasmi intorno alla ventesima eiaculazione. La regola funzionava, il corpo gli si ricaricava ogni volta senza sforzo, ma la mente cominciava ad accusare la stanchezza. Continuò comunque, cambiando posizione ogni volta che sentiva il bisogno di muoversi, girando Alexandra sul fianco, poi sulla schiena, poi di nuovo a quattro zampe, poi seduta sopra di lui con le gambe intorno alla sua vita.

Intorno all'ultima ora, Alexandra smise di resistere del tutto.

Non che avesse resistito prima — il modificatore non le permetteva nemmeno di provarci — ma c'era una differenza visibile nel modo in cui il suo corpo reagiva adesso. Si muoveva in modo più naturale, più fluido, come se avesse accettato la meccanica della cosa e avesse deciso di seguirla invece di subirla. Le sue mani si appoggiavano sul petto di Edoardo quando era sopra di lei, e le sue anche ruotavano con un ritmo che sembrava quasi suo.

Edoardo la guardava negli occhi mentre continuava.

Per un attimo, sotto tutta la riscrittura del modificatore, gli sembrò di vedere qualcosa che assomigliava al piacere. Non quello forzato degli orgasmi contro la sua volontà, ma qualcosa di più semplice — la concentrazione di un corpo che aveva smesso di opporsi e stava cominciando a partecipare.

Poi Alexandra chiuse gli occhi e ricadde all'indietro contro il pavimento, e Edoardo smise di pensarci.

Il salotto, quando ebbe finito, era nel caos.

Il tappeto era spostato di almeno un metro dalla posizione originale, ei libri della libreria erano sparsi sul cemento lucido in una distesa disordinata di copertine colorate. Il tavolo di legno era fuori posto di fianco alla parete di vetro, e uno dei cuscini del divano era finito contro il camino spento, insanguinato in un angolo da un graffio che Alexandra si era fatta senza che nessuno dei due se ne accorgesse.

Alexandra era stesa sul pavimento, supina, con le gambe aperte e le braccia lunghe i fianchi. I capelli scuri le coprivano in parte il viso e in parte il petto, e il suo respiro era tornato lento dopo l'ultimo orgasmo. Non piangeva. Non parlava. Guardava il soffitto con gli occhi aperti, immobile come una cosa che era stata messa lì e dimenticata.

Edoardo si alzò da terra e raccolse la tuta.

Il display del modificatore, quando lo controllò, mostrava i valori normali. La lente era ancora integra. Il teletrasporto nella tasca della tuta era tiepido come sempre, pronto per essere usato. Guardò l'orologio sul telefono per la prima volta da quando era arrivato.

Le quattro e dieci del mattino.

Sei ore erano passate davvero.

Edoardo passò le ore successive concentrandosi su tre cose, in quest'ordine: le tette, il viso, la vagina.

Il seno di Alexandra era la parte che era cambiata di più. Trentotto anni di carriera e di allenamenti avevano lasciato una versione asciutta e tonica, ma il modificatore aveva riportato indietro la consistenza di dieci anni prima, quando il corpo era più pieno e la pelle più morbida al tatto. Edoardo lo prese tra le mani e lo strinse, sentendo il peso della carne sotto le dita, ei capezzoli scuri che si indurivano contro le sue palme ogni volta che ci passava sopra con i pollici.

Si chinò a succhiarli uno alla volta. Non usciva latte da quelli — Alexandra non era una madre, non aveva mai partorito, e il modificatore non aveva toccato quella parte — ma il sapore della pelle abbronzata era più intenso di quello che aveva sentito sulle altre donne, più caldo, con una punta di sale che si mescolava a qualcosa di dolce. Edoardo succhiò a lungo, tenendo il capezzolo tra le labbra finché non lo sentì indurire del tutto, e poi passò all'altro con la stessa lentezza.

Quando si stancò del seno, passò al viso.

Non al viso come organo sessuale — quello venne dopo — ma al viso come bersaglio. Le prese il mento tra le dita e la tenne ferma, guardandola negli occhi mentre continuava a penetrarla con la mano libera appoggiata sul suo bacino. Alexandra non distoglieva lo sguardo perché non poteva, e per tutto il tempo Edoardo continuò a studiare la faccia che il modificatore le aveva ridato, i tratti che aveva visto decine di volte in True Detective, la linea della mascella, la piega accanto alla bocca, il modo in cui gli occhi azzurri sembravano più chiari contro la pelle più scura.

Poi arrivò la parte che riguardava il viso come bersaglio vero e proprio.

Con il pene ancora eretto dopo uno degli orgasmi — il corpo gli si ricaricava ogni volta, e dopo un po' aveva smesso di contare — Edoardo si ritirò da lei e si inginocchiò sopra il suo petto. Tenne la base con una mano e appoggiò la punta contro la guancia di Alexandra, premendo abbastanza da farle affondare la pelle appena sotto lo zigomo.

«Girati» disse.

Lei girò il viso verso di lui, con la guancia appoggiata al cemento lucido del pavimento. Edoardo alzò la mano e lasciò cadere il pene sulla sua guancia con uno schiaffo secco. La pelle si arrossò in una linea obliqua che andava dallo zigomo all'angolo della bocca. Alexandra non reagì. Non poteva.

Colpì di nuovo. E di nuovo. Ogni volta il rumore dell'impatto contro la pelle risuonava nella stanza, e ogni volta la guancia di Alexandra diventava un po' più rossa. Edoardo alternava i lati, prendendole il viso per il mento quando serviva a girarlo, e continuò finché entrambe le guance non ebbero lo stesso colore acceso, come se qualcuno le avesse dato due sberle vere.

Poi si mise a cavalcioni sul suo petto e spinse il pene tra le sue labbra.

Alexandra aprì la bocca quanto bastava. Non era una suzione vera e propria — il modificatore non le permetteva quella partecipazione — ma era abbastanza perché Edoardo sentisse il calore umido della bocca intorno a sé. Si mosse avanti e indietro con un ritmo lento, tenendole la testa ferma con entrambe le mani, e guardò il proprio pene che scompariva e riaffiorava tra le labbra di Alexandra senza che lei muovesse un muscolo del viso.

Quando si stancò anche di questo, tornò alla vagina.

La penetrò di nuovo sul pavimento, con le sue gambe sollevate sulle proprie spalle per avere un angolo più profondo. Il corpo di Alexandra rispondeva come doveva, il canale si stringeva e si allargava al ritmo delle sue spinte, e gli orgasmi continuavano ad arrivare senza che lei potesse controllarli. Edoardo perse il conto intorno al ventesimo. Un po' più tardi, quando si fermò un secondo per riprendere fiato, si rese conto che Alexandra aveva superato da un pezzo i quaranta.

Non erano orgasmi normali. Erano contrazioni involontarie del corpo, movimenti muscolari che il modificatore innescava direttamente dal sistema nervoso, senza passare per il cervello di lei. Edoardo lo sapeva, perché in alcuni momenti notava che Alexandra non aveva nemmeno il respiro accelerato, e in altri momenti il suo corpo rispondeva come se fosse sul punto di morire. Il modificatore era una macchina, e come tutte le macchine aveva una logica interna che non aveva niente a che fare con il piacere vero.

Edoardo eiaculò per la trentesima volta intorno alle tre e mezza del mattino.

Era in ginocchio sul tappeto, con Alexandra piegata davanti a sé, e venne ancora una volta dentro di lei prima di ritirarsi. Il liquido scivolò fuori dal suo corpo e finì sul tappeto beige in una macchia scura che si allargò lentamente tra le fibre. Edoardo rimase inginocchiato per qualche secondo, con il respiro che si stabilizzava e il corpo che gli si ricaricava per l'ultima volta senza bisogno di usarlo.

Fu in quel momento che notò la cosa.

Alexandra non era più immobile.

Era ancora piegata in avanti, con le ginocchia e i palmi appoggiati sul tappeto e la testa china, ma il suo corpo si stava muovendo. Non con la meccanica vuota delle prime ore. Con qualcosa di diverso. Le sue anche ruotavano lentamente, come se stesse cercando una posizione, e le sue spalle si alzavano e abbassavano in un respiro più profondo del solito.

Edoardo rimase fermo a guardarla.

Alexandra girò la testa di lato, e per la prima volta in sei ore lo guardò davvero. Non con lo sguardo vuoto che aveva avuto fino a quel momento, ma con qualcosa di più pieno, come se gli occhi avessero ripreso a funzionare. Non sorrideva. Non piangeva. Lo guardava e basta, con un'espressione che Edoardo non riuscì a decifrare subito.

Poi Alexandra si mosse verso di lui.

Non verso la porta. Non verso la finestra. Verso di lui. Si raddrizzò lentamente sulle ginocchia, con i capelli scuri che le ricadevano davanti al viso, e allungò una mano verso il suo petto. La appoggiò piatta sulla pelle di Edoardo, e le sue dita si chiusero appena, come se stesse prendendo confidenza con la forma del suo corpo.

Edoardo la lasciò fare.

Alexandra si alzò in piedi. Le sue gambe tremavano ancora, e per un secondo dovette appoggiarsi alla spalla di Edoardo per non cadere. Poi si stabilizzò, e con un movimento lento gli si mise davanti, girandosi di spalle. Si piegò in avanti, con le mani appoggiate sulle proprie ginocchia, e spinse il bacino contro di lui senza che nessuno glielo avesse ordinato.

Edoardo la prese di nuovo.

Questa volta fu diverso. Alexandra si muoveva con lui, non contro di lui. Le sue anche si coordinavano con le sue spinte, il ritmo che si creava tra i due corpi era qualcosa che Edoardo non aveva mai provato con nessuna delle donne precedenti, e per la prima volta in sei ore sentì che non era lui a determinare tutto. La sua mano si alzò da sola e si appoggiò sul fianco di Alexandra, e Alexandra rispose spingendosi indietro con più forza.

Sembrava una moglie.

Edoardo non riuscì a togliersi quel pensiero dalla testa per tutta la mezz'ora successiva. Il modo in cui Alexandra si girava verso di lui, il modo in cui le sue mani cercavano il suo collo, il modo in cui il suo respiro si sincronizzava al suo senza che nessuno dei due lo decidesse. Era come se il modificatore, dopo sei ore di lavoro continuo, avesse smesso di comandare e avesse cominciato a suggerire. O come se Alexandra avesse trovato dentro di sé una parte che rispondeva al comando senza più combatterlo.

Non resisteva più. Non era più una cosa che veniva mossa. Era qualcosa che si muoveva insieme a lui.

Edoardo la prese per l'ultima volta contro il muro di vetro.

Le sue spalle erano premute contro la superficie fredda, e le sue gambe erano intorno alla sua vita, e i suoi occhi erano aperti e fissi sui suoi mentre si muoveva dentro di lei. Non c'era più traccia del vuoto di prima. C'era qualcosa che assomigliava alla concentrazione, o all'attenzione, o a qualunque parola si potesse usare per descrivere una persona che aveva deciso di essere lì.

Quando venne per l'ultima volta, Alexandra chiuse gli occhi.

Non subito, non come le altre volte. Li chiuse lentamente, e rimase con gli occhi chiusi per qualche secondo dopo che Edoardo si fu ritirato. Poi li riaprì e lo guardò di nuovo, senza dire niente, con le labbra appena socchiuse.

Edoardo si staccò da lei.

Il salotto era un disastro. I libri erano ancora sparsi sul pavimento, il tappeto era spostato di un metro, la macchia sul beige si era allargata fino a diventare una chiazza scura grande quanto un piatto. Uno dei cuscini era contro il camino, e sopra il tavolo di legno c'erano i segni delle unghie di Alexandra incise nella vernice.

Edoardo raccolse la tuta dal pavimento e se la infilò una gamba alla volta. La maglietta era stropicciata ma non importava. Si infilò le scarpe senza allacciarle e prese i due dispositivi dalla tasca della tuta, controllando con il pollice che la lente del modificatore fosse ancora integra.

Era tiepida. Senza scheggiature. Il display mostrava i valori normali.

Alexandra era ancora contro la parete di vetro, con le gambe distese sul pavimento e la schiena appoggiata alla superficie fredda. I capelli scuri le coprivano in parte il viso e in parte il petto. Non si muoveva. Non lo guardava più. Guardava davanti a sé, verso il patio buio oltre il vetro, con lo sguardo perso su qualcosa che Edoardo non riusciva a vedere.

Edoardo si è mostrato intorno per l'ultima volta.

La sua presenza fisica era già scomparsa dalla stanza. Non c'erano impronte sul cemento, non c'erano capelli suoi sul tappeto, non c'era niente di lui che potesse essere trovato. Restava solo Alexandra, con il corpo che il modificatore le aveva riscritto addosso, e tutto quello che era successo nelle sei ore precedenti.

Il pollice troverà il pulsante centrale del teletrasporto senza bisogno che guardasse.

Il salotto si piegò.

L'aria tornò a essere quella del garage. Stagno vecchio, plastica, polvere accumulata. La striscia di luce arancione dalla finestrella in alto non c'era più, e fuori era ancora buio. L'orologio sul muro segnava le quattro e ventidue del mattino.

Edoardo appoggiò i due dispositivi sul banco, allineati come sempre. Teletrasporto a sinistra, modificatore a destra. Poi prese il panno dal cassetto e pulisci la lente con movimenti lenti e precisi. Il vetro tornò a brillare in pochi secondi.

Si sedette sullo sgabello e rimase fermo per un momento, con le mani appoggiate sul banco e gli occhi puntati sui due dispositivi davanti a sé.

Poi assicura il telefono.

Aprì Instagram, scorrendo verso il basso con il pollice, e si fermò su una foto che non aveva visto prima. Una donna con i capelli rossi, in piedi davanti a un fondale nero, con un'espressione che Edoardo riconobbe subito. Non una celebrità. Non un'attrice. Qualcosa di diverso.

Il salvataggio della foto non richiede più di un secondo.

Edoardo chiuse l'app e si alzò dallo sgabello. Spense la luce del garage e attraversò il corridoio buio fino alla sua camera, chiudendo la porta alle spalle con un clic.

Start your own immersive adult AI roleplay story
Ad

What's next?

Back Start Over View Story Map

0 comments