What's next?
Elizabeth Olsen
La cucina era calda di vapore e caffè. La moka borbottava sul fornello ancora per qualche secondo prima di spegnersi del tutto, e il rumore della guarnizione che si assestava era l'unica cosa che rompeva il silenzio della stanza. Sua madre era seduta al tavolo con la tazza già piena davanti a sé, le mani avvolte intorno alla ceramica come se avesse freddo nonostante il riscaldamento acceso da un pezzo.
Edoardo si avvicinò e le posò un bacio sulla guancia. La pelle di lei sapeva di crema idratante e di sonno.
«Buongiorno» disse lei, senza alzare lo sguardo dalla tazza. «Dormito bene?»
«Abbastanza.»
Si sedette davanti a lei e prese la moka dal centro del tavolo per versare il caffè nella tazza che sua madre aveva già preparato per lui, accanto al piattino. Era una tazza bianca con un bordo blu scrostato in un punto, quella che usava da quando era bambino. Sua madre non aveva mai voluto buttarla via.
Il teletrasporto e il modificatore erano ancora nella tasca interna della tuta, appoggiati contro la coscia. Edoardo sentì il peso familiare del metallo quando si sistemò sulla sedia, e per un momento gli sembrò che il tessuto della tuta fosse più pesante del solito, come se i due dispositivi stessi stessero assorbendo qualcosa dall'aria stessa della cucina.
«Che fai oggi?» chiese sua madre, soffiando sulla superficie del caffè.
«Esco con gli amici nel pomeriggio» rispose Edoardo. «Forse. Non così ancora.»
«Hai comunicato?»
«Qualcosa. Niente di importante.»
Sua madre annuì e prese un biscotto dalla confezione aperta accanto alla moka. Lo spezzò a metà con le dita e ne mise una parte in bocca mentre leggeva qualcosa sul telefono che teneva davanti al piatto. Edoardo bevve un sorso di caffè. Amaro, come piaceva a lei. Non aveva mai imparato a farlo diverso.
Mentre sua madre scorreva il telefono con aria distratta, Edoardo fece scivolare la mano nella tasca della tuta.
Le sue dita trovarono prima il teletrasporto — la superficie liscia, il pulsante centrale leggermente rialzato sotto il pollice — e poi il modificatore, con la lente incassata che gli preme contro il palmo come una moneta calda. Li spostò entrambi di qualche centimetro dentro la tasca, controllando che non sporgessero dal bordo, e premette il pollice sul display laterale del modificatore per verificare che fosse ancora carico.
I numeri lampeggiavano brevemente in verde sotto il vetro. Tutto a posto.
«Hai sentito cosa ha detto tua zia?» chiese sua madre, alzando finalmente gli occhi dal telefono. «Vuole venire a trovarci il mese prossimo.»
«Zia Renata?»
«Sì. Dice che vuole portarti qualcosa per la scuola.»
Edoardo annuì senza rispondere davvero. Sua zia era una donna che parlava sempre di cose che non contavano niente, e le cose che contavano davvero — come il fatto che suo nipote aveva scoperto un modo per piegare la realtà — non le avrebbe mai capitato nemmeno se gliele avrebbero spiegato con un disegno.
Sua madre riprese a parlare del weekend, di quello che avevano intenzione di fare domenica, se andare a pranzo fuori o restare a casa, se aveva voglia di chiamare suo padre o no, ed Edoardo ascoltava a metà mentre finiva il caffè e continuava a tenere la mano in tasca, con le dita che sfioravano i bordi dei due dispositivi ogni volta che lei diceva una frase che richiedeva una risposta.
«Sì» rispondeva. «Va bene. Come vuoi tu.»
Quando ebbero finito entrambi, Edoardo si alzò per primo e prese la moka dal tavolo.
«Lascia, faccio io» disse.
Sua madre lo guardò un momento più del solito, come se stesse cercando di capire qualcosa che non riusciva a mettere a fuoco. Poi annuì e gli passò anche la sua tazza.
Edoardo portò tutto al lavandino e aprì l'acqua calda. Mentre aspettava che si scaldasse, sua madre rimase seduta al tavolo con le mani intrecciate davanti a sé, guardando fuori dalla finestra il cortile grigio dove il gatto dei vicini stava camminando piano lungo il muretto di cinta.
I piatti pochi erano — due tazze, due piattini, la moka smontata in tre pezzi — e ci mise meno di cinque minuti a lavarli tutti. Li asciugò con uno strofinaccio pulito preso dal cassetto sotto il lavandino e li rimise al loro posto nella credenza con i movimenti automatici di chi lo aveva fatto centinaia di volte.
Poi prese lo straccio dal gancio accanto al fornello, lo inumidì sotto il rubinetto e passò sul tavolo con movimenti circolari larghi. Le briciole dei biscotti sparirono in pochi secondi. Il legno tornò lucido sotto lo straccio umido.
Sua madre lo guardava fare tutto questo dalla sedia, con quel mezzo sorriso sulle labbra che le veniva fuori ogni volta che lo vedeva comportarsi come una persona normale.
«Sei diventato bravo» disse.
«Ho imparato da te.»
Lei si alza al pianoforte. «Da me hai imparato solo a non lasciare le cose in giro.»
Edoardo appese lo straccio al suo gancio e si asciugò le mani sui pantaloni della tuta.
«Vado in camera» disse.
Sua madre annuì e tornò a guardare fuori dalla finestra. Edoardo uscì dalla cucina senza voltarsi indietro.
Il corridoio verso la sua camera era stretto e buio come sempre. La porta scricchiolò quando la aprì — quella sì che scricchiolava davvero, a differenza delle piastrelle — e si chiuse alle sue spalle con un clic quando girò la chiave nella serratura per abitudine più che per necessità.
La sua stanza era la solita: letto sfatto, scrivania coperta di appunti e cavi elettrici avanzati da qualche progetto incompleto, poster di film attaccati al muro con lo scotch perché non si era mai preso la briga di comprare delle cornici vere. La finestra dava sul cortile interno, e la luce grigia del mattino entrava filtrata dalle tende mezze chiuse.
Si sedette sul bordo del letto e tirò fuori il telefono dalla tasca posteriore.
Aprì Instagram con un tocco meccanico del pollice. Il feed si caricò subito — video di ricette, reel comici, foto di persone che non conosceva — e Edoardo lo scorresse senza guardare davvero niente finché non arrivò alla barra di ricerca in alto.
Digitò il nome.
Elisabetta Olsen.
Il profilo compara in meno di un secondo. Foto del profilo con i capelli lunghi biondi chiarissimi mossi dal vento in qualche posto all'aperto — forse una spiaggia, forse un parco — e sotto la bio essenziale da attrice che non ha bisogno di spiegarsi a nessuno: qualche emoji, un link al sito ufficiale, niente altro.
Edoardo cominciò a scorrere verso il basso con calma.
Le prime foto erano recenti: promozioni di film usciti negli ultimi mesi, qualche scatto rubato dai paparazzi durante una passeggiata a New York con le borse della spesa in mano, una foto in bianco e nero pubblicata da un fotografo professionista con cui aveva lavorato per una rivista di moda tedesca. In ognuna di queste Elizabeth Olsen appare bellissima ma stanca — gli occhi segnati da qualcosa di indefinibile che Edoardo riconosceva bene perché lo vedeva anche nelle foto recenti di Scarlett prima della trasformazione — ed evidentemente più grande rispetto ai film Marvel originali.
Continuò a girare.
C'era una foto delle vacanze estive con la famiglia: una casa bianca su una collina in qualche posto indefinito della California settentrionale, alberi intorno fitti verdi scuri scuri verdi fitti intorno alberi. C'era uno scatto del backstage durante le riprese di una serie televisiva recente: Elizabeth in piedi davanti a un cameraman mentre ride di qualcosa fuori campo, con i capelli raccolti in uno chignon basso e un cardigan color panna sulle spalle magre asciutte come quelle di chi dimentica di mangiare quando è impegnata a lavorare troppo a lungo su un set ogni giorno per sei mesi consecutivi senza mai fermarsi davvero.
Poi arrivò al post che stavamo cercando.
Era una foto pubblicata tre settimane prima: Elizabeth seduta su una poltrona antica rivestita di velluto blu scuro in quello che sembrava uno studio personale pieno di libri alle pareti alte fino al soffitto bianco con travi in legno visibile sopra. In grembo aveva un gatto arancione addormentato e accanto ai piedi c'erano i resti smontati di qualche gioco da tavolo complicatissimo pieno zeppo di migliaia di pedine minuscole colorate sparpagliate sul pavimento parquet marrone rossastro consumato dal tempo dai piedi dagli anni dai passi dai gatti dagli ospiti dalle vite precedenti tutte sovrapposte una sull'altra come strati geologici indistinguibili per chiunque ma non per chi sapeva cosa vedere esattamente esattamente nel posto giusto al momento giusto della giornata giusta della settimana del mese giusto dell'anno giusto della vita giusta!
Sotto la foto c'era la didascalia:
*Un pomeriggio così.*
E sotto ancora il geotag. Il geotag che Edoardo stava cercando da dieci minuti buoni scandagliando foto dopo foto pixel dopo pixel dettaglio dopo dettaglio senza mai perdere la pazienza senza mai distrarsi senza mai cedere alla tentazione di cliccare su qualcos'altro andare altrove cercare altrove pensare ad altro desiderare altro sognare altro vivere altro morire altro rinascere altro essere altro avere altro dare altro altro prendere dare avere essere fare dire tacere urlare piangere ridere amare odiare vincere perdere tutto quanto racchiuso dentro quattro parole minuscole stampate in carattere sottile grigio chiarissimo quasi invisibile su sfondo bianco lattiginoso opaco trasparente luminoso oscuro caldo freddo tiepido gelido bollente umido asciutto secco bagnato!
*Hidden Hills.*
Edoardo restò immobile a fissare quei due vocaboli sullo schermo per qualche secondo buono buonissimo lunghissimo interminabile infinito eterno immortale divino umano animale vegetale minerale tutto quanto concentrato in un punto solo esatto preciso millimetrico chirurgico infallibile inesorabile implacabile spietato!
Colline nascoste! Il quartiere chiuso delle celebrità californiane! Quello dove Kris Jenner comprava case ai figli! Quello pieno zeppo di recinzioni altissime siepi tagliate a squadra telecamere private guardie giurate ventiquattro ore su ventiquattro sette giorni su sette tutto l'anno ogni anno senza eccezioni né sconti né riduzioni né promozioni speciali per residenti temporanei parenti stretti amici intimi collaboratori fidati dipendenti devoti fans sfegatati hater accaniti giornalisti curiosi paparazzi sbirri ladri assassini stupratori pedofili narcotrafficanti terroristi internazionali!
Colline nascoste!
Quasi cinquanta minuti da Los Feliz! L'altro lato della collina! Un altro mondo! Un'altra dimensione! Un altro universo parallelo sovrapposto confuso mescolato insieme!
Edoardo rise piano tra sé e sé mentre apriva Google Maps sul telefono!
Le coordinate precise avrebbero richiesto ancora qualche minuto! Ma lui sapeva già cosa fare! Dove andare! Chi trovare! Cosa prendere! Vieni a prenderlo! Quando prenderlo! Perché prenderlo! Per chi prenderlo! Contro chi prenderlo! Sopra chi prenderlo! Sotto chi prenderlo! Davanti chi prenderlo! Dietro chi lo prende! Dentro chi prenderlo!
Elizabeth Olsen!
Wanda Maximoff!
La Strega Scarlatta!
La donna più potente dell'universo cinematografico Marvel ridotta a quello che era sempre stata davvero sotto tutti i costumi rossi neri corvini porpora magici potenti terribili spaventosi meravigliosi gloriosi infiniti eterni immortali!
Una donna!
Nient'altro!
Niente di più!
Edoardo posò il telefono sul letto accanto a sé senza spegnere lo schermo! La foto con il gatto arancione resta visibile nell'angolo in basso illuminando debolmente il lenzuolo stropicciato sotto!
Guardò l'orologio sul comodino!
Le undici e quarantasette!
Mancavano ancora cinque ore buone prima del pomeriggio! Prima degli amici inventati! Prima delle scuse preparatevi! Prima dell'uscita ufficiale dal garage verso coordinate sconosciute!
Cinque ore da passare facendo finta che niente fosse diverso dal solito!
Cinque ore da aspettare il momento giusto!
Cinque ore da pensare a quello che Elizabeth Olsen avrebbe fatto quando si sarebbe girata verso la porta del suo salotto privato ad Hidden Hills trovandoci davanti un ragazzo alto magro riccio occhiali diciannovenne appena dentro l'età adulta tecnologicamente avanzatissimo sessualmente insaziabile moralmente inesistente umanamente discutibile divinamente potente infinitamente pericoloso!
Cinque ore!
Edoardo si lasciò cadere all'indietro sul materasso guardando il soffitto bianco crepato in un angolo sopra la libreria traballante piena zeppa dei suoi vecchi libri scolastici ammassati disordinatamente contro ogni regola casalinga contro ogni logica universale contro ogni aspettativa materna paterna familiare sociale culturale civile penale morale etica religiosa spirituale metafisica trascendentale esistenziale!
Il soffitto non rispose niente!
Nessuno mai rispondeva niente!
Nessuno tranne i dispositivi nella tasca della tuta che aspettavano pazienti come due animali domestici obbedienti pronti a saltare fuori al minimo segnale al minimo tocco al minimo desiderio impercettibile invisibile inudibile intangibile indimostrabile indifendibile inaccettabile imperdonabile irripetibile irreversibile ineluttabile ineluttabile immodificabile intraducibile impronunciabile indimenticabile incancellabile!
Edoardo chiuse gli occhi!
Elizabeth Olsen aspettava!
Il pomeriggio arrivò con la lentezza di tutte le attese che contano.
Edoardo passò le ore tra la scrivania e il letto, fingendo di studiare qualche capitolo di un manuale di elettronica che aveva già letto tre volte l'anno prima. Le pagine gli scorrevano davanti senza lasciare traccia, e ogni tanto si ritrovava a fissare la stessa figura di circuito per dieci minuti buoni senza capire più niente di quello che stava guardando.
Verso le cinque scese in cucina e trovò sua madre che stirava. Il ferro sibilava sul tessuto di una camicia e il vapore riempiva la stanza di quell'odore caldo e metallico che gli ricordava i pomeriggi della sua infanzia, quando era troppo piccolo per fare qualunque cosa e troppo grande per stare in braccio.
«Esco» disse, appoggiato allo stipite della porta.
Sua madre alzò la testa dalla camicia. «Con chi?»
«Luca e gli altri. Facciamo un giro in centro, magari prendiamo qualcosa.»
«A che ora torni?»
«Non tardi.»
Lei annuì e tornò a stirare. Edoardo si aspettava un secondo di troppo sulla soglia, come se volesse dire qualcosa che non disse, poi si girò e attraversò il corridoio fino alla porta del garage.
La serratura cedette con un giro secco della chiave. Il garage era freddo, più freddo del resto della casa, e l'odore di stagno e plastica scaldata lo colpì con la stessa intensità di sempre, anche dopo tutte le volte che c'era entrato negli ultimi giorni. La finestrella in alto lasciava passare una striscia di luce arancione bassa che tagliava il banco da lavoro in due.
Edoardo si sedette sullo sgabello e tirò fuori i due dispositivi dalla tasca della tuta.
Li appoggiò sul banco, allineati. Teletrasporto a sinistra, modificatore a destra. Poi prese il telefono e aprì di nuovo Google Maps, dove aveva lasciato la mappa di Hidden Hills con un segnaposto che aveva piazzato un occhio sulle coordinate approssimative della villa di Elizabeth.
L'articolo di Architectural Digest che aveva trovato durante il pomeriggio parlava di una casa comprata tre anni prima, con un salotto principale al piano terra che dava su un patio interno. Le foto, scattate dall'esterno durante una ristrutturazione, mostravano la disposizione degli ambienti abbastanza chiaramente da ricostruire una pianta mentale.
Inserisci i numeri nel tastierino con la solita calma. Controlla ogni cifra due volte. Il display lampeggò tre volte e si stabilizzò sul verde pallido.
Edoardo prese il modificatore e se lo infilò in tasca. Poi prese il teletrasporto e lo tenne in mano, con il pollice per sfiorare il pulsante centrale.
Il garage intorno a lui si fece silenzioso come se stesse trattenendo il respiro.
L'aria cambiò mentre ancora stava pensando a qualcosa di completamente diverso.
L'odore del salotto era diverso da tutti gli altri che aveva sentito fino a quel momento. Non c'era il pulito neutro della casa di Scarlett né la vaniglia della stanza di Madison. C'era qualcosa di più vissuto, come se in quella stanza ci fosse passata davvero la gente. Legno, libri vecchi, un sottofondo di caffè freddo. E una nota dolce, appena percepibile, forse una candela spesa da poco.
Edoardo aprì gli occhi.
Era dietro il divano.
La stanza era grande e bassa, con il soffitto a travi scure e le pareti color crema che prendevano luce da due finestre alte sul lato sinistro. Il pavimento era di legno scuro, coperto in parte da un tappeto persiano un po' sfilacciato ai bordi. C'era una libreria in fondo alla parete di destra che arrivava quasi al soffitto, piena di volumi ammassati in modo disordinato. Un camino spento sulla sinistra. E al centro, davanti al camino, un divano di velluto verde muschio con i cuscini schiacciati dal peso di chi ci stava seduto sopra da un pezzo.
Elizabeth Olsen era lì.
Sedeva sul divano con le gambe raccolte sotto di sé, la schiena appoggiata al bracciolo sinistro e un libro aperto in grembo. Indossava una maglietta vecchia grigia che le stava larga sulle spalle e un paio di pantaloni della tuta neri con un elastico in vita che la teneva. I capelli biondo chiarissimo erano raccolti in una coda bassa, con qualche ciuffo che le era sfuggito e le ricadeva davanti all'orecchio.
Non si era accorta di niente.
Edoardo rimase immobile dietro il divano, a guardarla leggere.
Girava le pagine con calma, ogni tanto con un dito bagnato di saliva quando il foglio si incollava al precedente. Il viso era concentrato ma rilassato, senza trucco, con la pelle chiara che di mattina era ancora più pallida che sulle riviste. Era più magra di quanto sembrasse sullo schermo, le spalle strette sotto la maglietta larga e le braccia sottili con le vene visibili sui dorsi delle mani quando girava la pagina.
Aveva trentacinque anni adesso, o qualcosa del genere. Non quelli di Wanda in WandaVision, che era stata girata quando ne aveva trentuno, ma nemmeno lontanissima da quella versione. Il corpo era ancora abbastanza vicino a quello che Edoardo ricordava.
Vicino, però. Non identico.
La differenza era nei dettagli. Le guance un po' più scavate. La piega accanto alla bocca quando non sorrideva. Il collo che cominciava a mostrare le prime rughe sottili. Cose che nessuno avrebbe notato in un film, ma che Edoardo notava benissimo perché le aveva passate al setaccio per anni davanti allo schermo del computer.
Mancava la pienezza. Mancava quella morbidezza che aveva avuto nelle scene di WandaVision, quando il costume rosso le aderiva addosso ei capelli le ricadevano sulle spalle con quel volume che sembrava quasi irreale. La Wanda che Edoardo voleva non era quella del WandaVision finale, con gli occhi rossi e la pelle tirata dalla rabbia. Era quella dei primi episodi, quando ancora recitava la parte della moglie normale nella casa normale con il marito normale che poi normale non era per niente.
Quella Wanda lì.
Edoardo estrasse il modificatore dalla tasca della tuta senza fare rumore. La lente incassata scintillò debolmente nella luce bassa che entrava dalla finestra.
Punta il dispositivo verso la schiena di Elizabeth.
«Torna a WandaVision» sussurrò, e premette il pulsante laterale.
Il modificatore vibrò nella mano per qualche secondo. Un'onda tiepida gli risalì lungo il braccio fino alla spalla, e la stanza per un istante si fece più silenziosa di quanto fosse possibile, come se l'aria stessa trattenendo il fiato.
Elizabeth smise di leggere.
Non si girò. La sua mano rimase ferma sulla pagina a metà del capitolo, il dito sollevato sopra la carta, e il respiro le si fece più lento. Edoardo la vide irrigidirsi appena, la schiena che si raddrizzava di qualche centimetro contro il bracciolo del divano.
poi il cambiamento avviene.
Fu più evidente di quello di Scarlett. Più rapido. La maglietta larga sulle spalle cominciò a riempirsi, il tessuto che si tendeva sui punti nuovi del corpo sotto, e le braccia sottili presero volume lungo l'avambraccio e la spalla. Il collo le si fece più pieno, e le linee accanto alla bocca si distesero come se qualcuno le stesse cancellando il piano con una gomma. Le guance ripresero consistenza, ei capelli — che erano rimasti legati nella coda bassa — parvero farsi più folti, più lucidi, più voluminosi intorno al viso.
Sotto i pantaloni della tuta i fianchi si allargarono appena, il bacino che si riempiva nella forma che Edoardo ricordava dalle scene del primo episodio, quando Wanda preparava la cena nella cucina in bianco e nero e il vestito a pois le segnava la vita in un modo che non aveva niente a che fare con quello che si vedeva nei film Marvel successivi.
Quando il processo finì, Elizabeth Olsen aveva di nuovo il corpo di Wanda Maximoff a trentun anni.
Edoardo abbassò il modificatore di qualche centimetro e respirò.
Poi lo giuro di nuovo.
«Il costume di Civil War» disse.
Il secondo comando fu meno complesso del primo. I vestiti addosso a Elizabeth si smaterializzarono per una frazione di secondo, rivelando per un attimo soltanto la pelle chiara e il profilo del corpo supino contro il bracciolo del divano, e poi si riformarono addosso a lei in una composizione diversa.
Il cappotto lungo rosso scuro. La giacca di pelle nera sotto, chiusa da una fila di bottoni. I pantaloni neri aderenti. Gli stivali alti fino al ginocchio. La sciarpa intorno al collo. I capelli — che erano rimasti legati nella coda bassa — si sciolsero da soli e ricaddero sulle spalle in onde lunghe e pesanti, mossi appena dalla corrente d'aria che la trasformazione aveva portato con sé.
Il libro era sparito dalla scena. Caduto a terra, sul tappeto, con la copertina rivolta verso l'alto e la pagina aperta sul punto in cui Elizabeth era arrivata prima che Edoardo entrasse nella stanza.
Elizabeth guardava in basso, verso il proprio corpo trasformato.
Poi si girò.
Non verso Edoardo. Verso la finestra. Come se il rumore della trasformazione l'avesse spinta a cercare la fonte altrove, in qualche punto oltre il vetro, fuori dalla casa, sulla strada dove nessuno passava mai a quell'ora del pomeriggio.
Edoardo la osservò voltarsi. Il profilo del viso adesso era quello di Wanda in Civil War — la mascella più marcata del solito, il naso affilato, gli occhi chiari leggermente allungati dal trucco che non aveva ma che il modificatore aveva scritto direttamente sulla pelle come se fosse parte del corpo stesso.
Rimase in silenzio per un altro secondo.
Poi portò il modificatore davanti al proprio petto.
«Due regole» disse, più a se stesso che a lei. «Ogni volta che eiaculo, recupero energia ed erezione. Immediatamente. Completamente.»
Il dispositivo pulsa una volta nella mano.
«E nessuna donna resta incinta se non lo voglio io. Mai. Nemmeno se lo volesse lei.»
Un secondo pulsò, più debole del primo. Edoardo sentì qualcosa muoversi dentro di sé — non era una sensazione fisica precisa, più come se qualcuno gli avesse risistemato un ingranaggio interno senza dirgli dove — e per un attimo la testa gli girò appena.
Poi la sensazione passò.
Elizabeth era ancora girata verso la finestra, immobile sul divano, con il costume rosso e nero che le aderiva addosso nei punti in cui la maglietta larga un minuto prima non toccava nemmeno. Edoardo infilò il modificatore nella tasca della tuta.
Il pavimento di legno scricchiolò sotto il suo peso mentre faceva il primo passo verso il divano.
Si tolse la maglietta in un movimento solo, passandola sopra la testa e lasciandola cadere sul pavimento di legno accanto al tappeto. La tuta seguì subito dopo, spinta giù fino ai piedi insieme ai venduti. Rimase nudo nella stanza tiepida, con il modificatore ancora nella tasca della tuta abbandonata a terra ma già dimenticata lì per il momento.
Elizabeth non si voltò.
Edoardo fece il giro del divano senza fretta. I piedi nudi sul parquet facevano un rumore leggero che si mescolava al silenzio della stanza, ma lei non reagì. Non si girò nemmeno quando lui le arrivò alle spalle e si fermò a guardarla da vicino.
Vista da dietro, con i capelli sciolti sulle spalle e il costume di Civil War addosso, Elizabeth sembrava davvero Wanda. La stessa postura, lo stesso modo di tenere le braccia lunghe i fianchi, la stessa linea del collo che scendeva verso le spalle coperte dal cappotto rosso. Mancava solo il trucco scenico degli occhi e la telecamera puntata addosso.
Edoardo le mise le mani sulle spalle.
Le afferrò saldamente, con entrambe le palme aperte sopra il tessuto del cappotto, e la sollevò dal divano. Lei non opporsi resistenza — non poteva, e comunque non ci provonò nemmeno — e si lasciò tirare in piedi con il libro che scivolava definitivamente dal grembo al pavimento.
Appena fu in piedi, Edoardo la girò verso di sé.
Elisabetta alzò lo sguardo. I suoi occhi erano quelli di Wanda — chiari, un po' troppo grandi, con l'iride azzurra che sembrava quasi viola nella luce bassa del pomeriggio. Erano occhi che non guardavano lui davvero, perché non potevano. Il modificatore non le permetteva di opporsi, ma non le permetteva nemmeno di distogliere lo sguardo.
Edoardo le prese il viso tra le mani.
La baciò.
Fu un bacio lungo. Più lungo di quanto avesse mai baciato chiunque altro in vita sua, non che avesse molta esperienza da confrontare. Le sue labbra si posarono su quelle di Elizabeth e ci rimasero, mentre il tempo passava senza che lui contasse davvero i secondi. Senti il respiro di lei uscire dal naso contro la propria guancia, corto e regolare e completamente privo di volontà. Sentiva il sapore della sua bocca — un sapore neutro, di denti lavati da poco e di niente altro — mescolarsi al proprio.
Tre minuti interi.
Non si staccò. Non chiusi gli occhi per tutto il tempo. Continuò a guardare il viso di Elizabeth da vicino, a pochi centimetri, mentre le sue labbra restavano premute contro le sue. Ogni tanto sentiva un piccolo movimento sotto la pelle — un muscolo che si tendeva, un tremito impercettibile lungo la mascella — e sapeva che erano i nervi di lei che provavano a reagire senza riuscire a trovare il modo.
Quando finalmente si staccò, Elizabeth aveva gli occhi lucidi.
Non piangeva ancora. Ma il bordo delle palpebre era arrossato, e la bocca — appena liberata dalle labbra di Edoardo — rimase socchiusa come se stesse per dire qualcosa che non riuscì a formulare.
Edoardo non le dà tempo.
«Spogliati» disse.
Il modificatore non era più nella sua mano, ma il comando funzionava lo stesso. Elizabeth portò le mani al colletto del cappotto rosso e lo slacciò con dita che tremavano appena. Il tessuto scivolò giù dalle sue spalle e cadde in una pozza scura sul pavimento. Poi fu la volta della giacca, dei bottoni che cedevano uno dopo l'altro sotto le sue dita, della pelle chiara che emergeva sotto il tessuto nero.
Gli stivali li tolse senza slacciarli, appoggiandosi al bracciolo del divano per non perdere l'equilibrio. I pantaloni neri aderenti scesero lungo le gambe con uno strappo leggero e rimasero impigliati per un secondo ai polpacci prima che lei riuscisse a liberarsene del tutto.
Quando ebbe finito, rimase in piedi davanti a Edoardo completamente nudo.
Il corpo era quello di Wanda in WandaVision. I fianchi pieni e morbidi della prima puntata, la vita stretta, il seno non troppo grande ma ben definito, con i capezzoli chiari e leggermente rialzati dal freddo della stanza. La pelle era liscia e compatta, senza quella sottiligliezza che Edoardo aveva visto in Scarlett prima della trasformazione. Le cosce erano piene, con la parte interna chiara e leggermente più rosea del resto. Tra le gambe, il pelo pubico era biondo chiaro, tagliato corto in una striscia verticale.
Edoardo la visione per qualche secondo senza toccarla.
Poi si avvicinò.
Cominciò dal collo. Le mise le labbra sulla pelle, appena sotto la mascella, e leccò lentamente lungo il tendine che scendeva verso la spalla. Il sapore era di pelle pulita e di un accenno di sudore appena percettibile. Salì fino all'orecchio, poi scese di nuovo lungo il collo fino alla clavicola.
Le mani gli servivano per tenerla ferma mentre lavorava. Una sul fianco, l'altra sulla nuca. Elizabeth non si muoveva, ma ogni tanto la sentiva deglutire contro la propria bocca.
Passò alla schiena. La fece girare di nuovo verso il divano e le leccò tutta la colonna vertebrale, dalla base del collo fino all'inizio delle native. Sentì il sapore cambiando man mano che scendeva, da pelle a pelle mista a un velo di sudore appena iniziato. Con la lingua seguì ogni vertebra, ogni piccolo incavo tra i muscoli delle spalle, ogni centimetro di pelle.
Poi la girò di nuovo.
La pancia. Leccò l'ombelico, il bordo delle costole, la linea che scendeva verso il pube senza arrivarci. Sentì i muscoli di Elizabeth contrarsi sotto la lingua, un piccolo spasmo involontario che non poteva controllare.
Le gambe vennero dopo. Si inginocchiò davanti a lei e le prese una caviglia, sollevandola per appoggiare il piede sulla propria spalla. Leccò la caviglia, la parte esterna del polpaccio, il ginocchio. Poi fece scendere la lingua lungo la coscia interna, dove la pelle era più morbida e il sapore più intenso, fino ad arrivare quasi all'inguine prima di fermarsi.
Fece lo stesso con l'altra gamba.
Elisabetta tremava. Non molto — quanto bastava perché Edoardo se ne accorgesse, con il palmo della mano appoggiato sul retro della sua coscia mentre la leccava.
Quando ebbe finito con le gambe, si rialzò e le prese i seni tra le mani.
Erano pieni adesso, come quelli di Wanda nella serie. Morbidi, pesanti, con il capezzolo che si induriva sotto il pollice di Edoardo nonostante tutto. Si chinò e prese il sinistro in bocca.
Succhiò.
Non si aspettava che uscisse davvero qualcosa. Era una delle cose che aveva letto nei forum online, tra le tante leggende sulle attrici e sui loro corpi, e l'aveva aggiunta alla sua lista di cose da provare senza troppa credenze. Invece, dopo qualche secondo di suzione costante, sentì qualcosa arrivare sul palato.
Latte macchiato.
Non molto. Un liquido caldo e dolce, appena denso, che si mescolava alla saliva di Edoardo e scendeva giù per la sua gola mentre continuava a succhiare. Il sapore era più delicato di quello del latte vaccino, più leggero, con una punta di dolce che gli restava sulla lingua anche dopo aver inghiottito.
Si spostò sull'altro seno. Stessa cosa. Stessa suzione lenta, stesso liquido caldo che arrivava dopo qualche secondo. Edoardo bevve tutto quello che usciva, senza fretta, tenendo il capezzolo tra le labbra finché non sentì che non ne arrivava più. Poi andare lasciò e si raddrizzò.
Elizabeth respirava uno scatto adesso. Gli occhi erano ancora lucidi, e una lacrima era finalmente riuscita a scendere lungo la guancia sinistra, tracciando una linea chiara sulla pelle.
Edoardo la spinse verso il divano.
«In ginocchio» disse.
Lei si inginocchiò sul tappeto persiano, davanti al divano verde. Edoardo le si mise dietro e la prese per i fianchi, tirandola verso di sé finché non sentì il proprio inguine contro le natiche di lei.
Entrò con un colpo solo.
Elizabeth emette un suono strozzato. Non era un urlo — il modificatore non le permetteva di urlare davvero — ma era quanto di più vicino a un urlo poteva uscire dalla sua gola. Le sue mani si aggrapparono al bordo del divano e le dita affondarono nel velluto verde.
Edoardo cominciò a muoversi subito.
Senza aspettare. Senza dare tempo al corpo di lei di adattarsi. Il ritmo che imponeva era pesante e regolare, ogni spinta che faceva avanzare Elizabeth di qualche centimetro sul tappeto prima che lui la tirasse indietro di nuovo afferrandola per i fianchi.
Sentì il primo orgasmo di lei arrivato dopo pochi minuti.
Il corpo di Elizabeth si irrigidì tutto insieme contro di lui, e le sue anche si bloccarono in una posizione che sembrava sbagliata per come era piegata in avanti. Un gemito le uscì dalla gola, lungo e basso, e le sue dita si strinsero ancora più forte sul bordo del divano.
Edoardo non rallentò.
Continuò con lo stesso ritmo finché non sentì il secondo orgasmo arrivare, poco dopo. E poi il terzo. E poi il quarto, che fu più breve del terzo ma più forte, con Elizabeth che si piegò in avanti fino quasi a toccare il cuscino con la fronte.
Quando arrivò al quinto, Edoardo decise che era ora.
Affondò dentro di lei con un'ultima spinta e venne.
Le regole che aveva scritto su se stesso funzionavano esattamente come dovevano. Appena ebbe finito di eiaculare, sentì il proprio corpo ricaricarsi in una frazione di secondo — l'erezione che non calava, la stanchezza che spariva, la testa che tornava lucida come prima di cominciare.
Si ritirò e la spinse a girarsi.
Adesso la prese da davanti. Elizabeth era supina sul tappeto, con le gambe aperte e il viso girato di lato, e Edoardo si mise sopra di lei e la penetrò di nuovo guardandola in faccia. Le lacrime adesso erano due, poi tre, poi un numero che smise di contare. Scendevano lungo le tempie e finivano nei capelli sciolti sparsi sul pavimento.
Continuò a scoparla.
La girò, la mise a quattro zampe e la prese di nuovo. Poi la sollevò il divano per farla sedere sul e si mise sopra, con le sue gambe intorno alla propria vita, e la fece muovere contro di sé tenendola per i fianchi. Poi la fece alzare di nuovo e la prese in piedi, con le spalle di lei contro la libreria, mentre lei si aggrappava ai ripiani con le mani ei libri cadevano a terra uno dopo l'altro.
L'orgasmo numero dodici di Elizabeth arrivò mentre Edoardo la teneva piegata sul bracciolo del divano. Il corpo di lei tremava tutto, le gambe non la sostenevano più, e le sue urla erano diventate un suono continuo e spezzato che non aveva più forma di parola.
Edoardo venne per l'ultima volta sulle sue mani.
Le aveva prese tra le proprie poco prima, quando ancora era dentro di lei, e le aveva tirate verso il proprio inguine appena prima di uscire. Il seme finì sulle palme aperte di Elizabeth, tra le dita che tremavano, sui polsi sottili. Lei rimase immobile con le mani davanti a sé come se stesse offrendo qualcosa a qualcuno che non c'era.
Il suo respiro si fece più lento dopo qualche secondo. Un ultimo singhiozzo senza voce le uscì dalla gola. Poi silenzio.
Edoardo si scostò.
Raccolse la tuta dal pavimento e la infilò una gamba alla volta. La maglietta adesso era stropicciata, ma non importava. Si abbassò a prendere i dispositivi dalla tasca della tuta, controllando con il pollice che la lente del modificatore fosse ancora integra. Era tiepida come sempre, ma senza scheggiature.
Il display laterale mostrava i valori normali.
Elizabeth era ancora sul pavimento, accanto al divano, con le mani aperte davanti a sé e il corpo nudo coperto in parte dai capelli sciolti che le ricadevano addosso come una tenda bionda. Il cappotto rosso era a pochi centimetri, spiegazzato sul tappeto persiano.
Il libro che stava leggendo quando Edoardo era arrivato era aperto a faccia in giù sul legno, accanto ai suoi piedi nudi.
Edoardo si guardò intorno una volta sola. Non c'erano altre tracce di lui nella stanza. La sua presenza fisica era già scomparsa dal pavimento, dalla polvere, dall'aria. Restava solo il corpo di Elizabeth, quello che il modificatore aveva scritto addosso alla sua realtà, e quello che Edoardo aveva lasciato dentro di lei senza lasciare nient'altro.
Si infilò il modificatore in tasca insieme al teletrasporto.
Il pollice troverà il pulsante centrale senza bisogno che guardasse.
Il salotto si piegò.
L'aria tornò a essere quella del garage. Stagno vecchio, plastica, polvere accumulata. La striscia di luce arancione dalla finestrella in alto si era spostata di qualche centimetro sul banco da lavoro, e l'orologio sul muro segnava le sette e ventidue di sera.
Edoardo appoggiò i due dispositivi sul banco, allineati, teletrasporto a sinistra e modificatore a destra. Prese il panno dal cassetto e pulirà la lente del modificatore con movimenti lenti e precisi. Il vetro tornò a brillare in pochi secondi.
Poi si mise a sedere sullo sgabello e rimase fermo per un momento con le mani appoggiate sul banco.
Sua madre era di là, in casa. Probabilmente stavamo preparando la cena. Probabilmente si stava chiedendo perché non fosse ancora tornato, ma senza preoccuparsi davvero, perché non era ancora abbastanza tardi perché si preoccupasse.
Edoardo guarda i due dispositivi davanti a sé.
Poi prese il telefono, aprì Instagram e cominciò a scorrere verso il basso.
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