What's next?
Scarlett Johanson
Il garage aveva quell'odore che Edoardo conosceva a memoria. Stagno, plastica riscaldata, un sottofondo di polvere che si mischiava al metallo. Si sedette sullo sgabello davanti al banco da lavoro e appoggiò entrambi i dispositivi sul piano, allineati come due strumenti chirurgici. Il teletrasporto a sinistra, il modificatore a destra. La lente del modificatore era ancora tiepida quando la sfiorò con il pollice, e la cosa lo fece sorridere. Calore residuo. Come se il dispositivo avesse assorbito qualcosa da Madison e non l'avesse ancora restituito del tutto.
Guardò l'orologio sul muro. Levitico 9:12. La lancetta dei secondi si muoveva con quella lentezza meccanica che aveva sempre trovato rassicurante, come se il tempo stesso fosse una macchina che lui poteva controllare.
Sua madre non si sarebbe alzata prima delle dieci. Forse dieci e mezza, se il sabato era generoso. Aveva tempo per almeno un'altra visita, e l'idea di tornare a letto non lo sfiorava nemmeno. La testa gli girava ancora per l'adrenalina, per quella sensazione di potere che non si era ancora dissipata. Madison era stata diversa da Sabrina. Più silenziosa, più remissiva, quasi deludente nel modo in cui si era arresa senza combattere davvero.
Sabrina aveva lottato. Non con le mani, non con la voce, ma con gli occhi. C'era stato un momento, sul divano, in cui Edoardo aveva visto qualcosa dentro di lei spegnersi e riaccendersi, come un interruttore che non trovava la posizione giusta. Madison non aveva niente di tutto questo. Madison era stata una bambola che piangeva.
Edoardo prese il telefono e aprì Instagram. Non cercava ispirazione, non davvero. Sapeva già chi voleva vedere. Era una cosa che covava da anni, da prima ancora che il teletrasporto funzionasse come si deve.
Scarlett Johansson.
Il nome gli si formò in testa con una chiarezza quasi fisica. La ricordava in Iron Man 2, quando era ancora quella donna bionda con i capelli mossi e il costume nero aderente che sembrava dipinto addosso. Venticinque anni, forse ventisei. Il corpo di una donna che non aveva ancora partorito, non aveva ancora attraversato tutte le trasformazioni che il tempo e la maternità portano con sé. Le cosce piene ma sode, la vita stretta, il seno che riempiva il costume senza strabordare. Quella versione di lei era rimasta impressa nella mente di Edoardo come una fotografia sviluppata male, con i bordi sfumati ei colori troppo saturi.
Poi c'erano stati gli altri film. Avengers, il primo, il secondo, Infinity War. Ogni volta il corpo cambiava un po'. Le forme si facevano più mature, più definite, meno morbide. Non era un peggioramento, questo Edoardo lo sapeva bene. Era solo un cambiamento. Ma la Scarlett che lui voleva non era quella degli ultimi film. Era quella dei primi.
Scorse il profilo di lei. Foto recenti, promozioni, qualche scatto rubato dai paparazzi che lei non aveva pubblicato ma che circolavano comunque. Aveva quarant'anni adesso, o quasi. Una donna bellissima, ancora, ma diversa. Il corpo era più asciutto, i lineamenti più marcati, gli occhi più stanchi.
Edoardo posò il telefono e prese il modificatore tra le mani. Lo rigerò tra le dita mentre pensava.
Con Sabrina e Madison avevano usato lo stesso approccio. Ordini semplici: resta immobile, non urlare, non muoverti. Il dispositivo piegava la loro volontà come si piega un ramo giovane, senza spezzarlo. Funzionava bene per quello che serviva, ma lasciava sempre quella sensazione di incompiutezza. Vieni a mangiare una torta senza zucchero.
Con Scarlett poteva fare qualcosa di diverso.
Il modificatore non serviva solo a controllare le persone. Serviva a riscrivere la realtà. E la realtà includeva il corpo di una donna di quarant'anni che poteva tornare a essere quello di una donna di venticinque. Non era un'illusione, non era un filtro. Il dispositivo cambiava la materia stessa, la densità dei tessuti, la distribuzione del grasso corporeo, la tonicità della pelle. Lo aveva testato su oggetti inanimati prima di passare alle persone: un pezzo di legno vecchio era tornato nuovo di zecca in meno di tre secondi.
Non c'era motivo per cui non poteva funzionare su Scarlett Johansson.
Edoardo sorrise tra sé e sé mentre apriva Google Maps sul telefono e cominciava a cercare le coordinate della villa di Scarlett. La casa era a Los Angeles, nel quartiere di Los Feliz, comprata anni prima con il marito. Un articolo di Vanity Fair ne aveva parlato in dettaglio: mura bianche, giardino interno con ulivi secolari, piscina coperta sul retro. I paparazzi l'avevano fotografata decine di volte dalla strada, e le foto erano online per chiunque avesse voglia di cercarle.
Ci volevano dieci minuti per trovare tutto quello che gli serviva. Un post su Reddit con le coordinate approssimative della villa — qualcuno aveva fatto il lavoro per lui — e tre foto aeree scattate da un drone che confermavano la disposizione degli edifici. La camera da letto principale era al secondo piano, lato est, con due finestre che davano sul giardino interno.
Inserisci i numeri nel tastierino del teletrasporto con calma, controllando ogni cifra due volte prima di premere l'invio. Il display lampeggò tre volte e si stabilizzò su un verde pallido che significava conferma delle coordinate.
Edoardo prese il modificatore e lo infilò nella tasca dei pantaloni della tuta insieme al teletrasporto. Si alzò dallo sgabello e si guardò intorno nel garage come se stesse dicendo addio a qualcosa.
Sua madre dorme ancora al piano di sopra.
Il pollice troverà il pulsante centrale del teletrasporto senza bisogno che lui guardasse.
Il mondo si piegò.
L'aria cambiò consistenza prima ancora che i suoi occhi si aprissero. Non c'era l'odore di vaniglia della stanza di Madison né quello di detersivo della cucina di casa sua. C'era qualcosa di più pulito, più neutro, come se qualcuno avesse appena passato uno straccio su ogni superficie della stanza.
Edoardo aprì gli occhi.
Era in un corridoio. Il pavimento era di marmo bianco con venature grigie, e le pareti erano coperte da stampe in bianco e nero incorniciate in legno scuro. Una scala scendeva alla sua sinistra verso quello che doveva essere il piano terra, e un corridoio più stretto si apriva sulla destra verso una serie di porte chiuse.
Le 10:00 in punto secondo l'orologio da polso che portava sempre con sé quando viaggiava.
Si orientò con calma. La pianta della casa che aveva studiato sul telefono corrispondeva: camera da letto principale alla fine del corridoio a destra, bagno adiacente sulla sinistra, studio sulla destra prima della camera da letto.
Camminò piano lungo il corridoio evitando di far scricchiolare le assi sotto i piedi — anche se erano piastrelle di marmo, quindi il problema non si poneva nemmeno — e si fermò davanti alla porta socchiusa della camera da letto principale.
Dentro si sentiva un rumore. Una voce femminile che parlava al telefono in inglese veloce, con quel tono leggermente irritato di chi sta avendo una conversazione d'affari alle dieci del mattino di sabato.
«No, ho detto a Mark che non posso spostare la riunione» stava dicendo la voce. «Se vuole che firmi per quel progetto deve aspettare fino a lunedì.»
Edoardo gira la porta con due dita e passa dentro.
La stanza era ampia e luminosa, con finestre alte che lasciavano entrare una luce bianca e fredda tipica delle mattine californiane. Il letto era sfatto ma ordinato — lenzuola grigie perfettamente stese — e davanti alla specchiera c'era una donna in piedi che parlava al telefono tenendolo tra spalla e orecchio mentre si applicava del mascara davanti allo specchio.
Scarlett Johansson.
Indossava solo una vestaglia corta color crema che arrivava appena sotto i fianchi e un paio di pantofole di pelo bianco ai piedi. I capelli biondi erano raccolti in uno chignon disordinato tenuto insieme da una matita giapponese infilata tra i capelli come spillone improvvisato. Il viso nello specchio era concentrato sull'applicazione del mascara e non sul corridoio alle sue spalle.
Edoardo restò immobile per qualche secondo sulla soglia a guardarla.
La prima cosa che notò fu quanto fosse più magra rispetto ai film. Non magra nel senso negativo del termine — asciutta piuttosto — con le spalle più larghe rispetto alla vita strettissima e le gambe lunghe che spuntavano dalla vestaglia con una definizione muscolare evidente sotto la pelle chiara.
La seconda cosa fu che aveva ragione riguardo ai film Marvel originali.
Quella donna nello specchio era bellissima per gli standard attuali — quarant'anni portati meglio della maggior parte delle venticinquenni — ma non era la Scarlett che Edoardo voleva vedere nuda sotto di lui nella sua testa ogni volta che apriva Pornhub dopo mezzanotte e cercava «Black Widow» tra i video più visti.
Mancava qualcosa nei fianchi troppo asciutti e nelle guance troppo scavate e nelle braccia troppo definite dal pilates mattutino che faceva sei giorni su sette ormai da anni senza mai saltarne uno nemmeno quando era stanca morta ma continuava comunque perché fermarsi significava invecchiare e lei non poteva permetterselo non ancora non adesso non mai.
Edoardo estrasse il modificatore dalla tasca.
La lente scintillò nella luce della stanza quando la punta verso Scarlett Johansson riflessa nello specchio davanti a lei mentre lei continuava a parlare al telefono ignara di tutto quello che stava per succedere nella sua camera da letto alle dieci del mattino di sabato mentre suo marito dormiva in qualche altra stanza o forse non c'era affatto o forse era già uscito chissà dove senza lasciare traccia della sua presenza se non un paio di scarpe da ginnastica buttate accanto al letto sfatto ma ordinato con precisione maniacale da qualcuno che evidentemente pagava una governante per farlo al posto suo ogni mattina alle sette prima che lei si svegliasse.
«Riportala indietro» sussurrò Edoardo in italiano mentre premeva il pulsante laterale del modificatore tenendolo puntato verso lo specchio e verso la donna riflessa dentro lo specchio e verso tutto quello che lei era stata vent'anni prima quando ancora non sapeva cosa significasse avere quarant'anni e dover dimostrarne trenta per continuare a lavorare nel mondo dello spettacolo dove il tempo era il nemico numero uno più del cancro più della guerra più della fame nel mondo intero messo insieme perché nessuno voleva vedere una donna vecchia recitare in un film d'azione nemmeno se quella donna era stata una delle attrici più pagate di Hollywood per dieci anni consecutivi senza mai sostenere mai dimostrare mai ammettere sconfitta davanti alle telecamere o davanti allo specchio o davanti a se stessa alle tre del mattino quando si svegliava sudando freddo pensando a tutte le rughe nuove sul suo viso che nessun chirurgo poteva cancellare del tutto senza trasformarla in un'altra persona completamente diversa da quella che voleva continuare a essere davanti agli altri e davanti a se stessa nel buio della sua camera da letto vuota alle dieci del mattino.
Il dispositivo tremolò nella mano di Edoardo come se stesse trattenendo qualcosa dentro di sé prima di lasciarlo andare tutto insieme in un'unica esplosione silenziosa diretta verso lo specchio verso la donna verso tutto quello che lei era stata vent'anni fa nei primi film Marvel quando ancora non sapeva cosa aspettarsi dalla vita dalla carriera dagli uomini dalle donne dai figli dai giornalisti dai fan dagli haters dai mariti dalle mogli dagli amici dai nemici dalle rughe sul viso dalle smagliature sulle cosce dalle mani delle governanti sulle lenzuola grigie perfettamente stese ogni mattina alle sette prima che lei si svegliasse per affrontare un altro giorno in cui doveva dimostrare a tutti tranne forse a se stessa che valeva ancora la pena guardarla recitare combattere amare morire sulla scena come sul set senza mai perdere davvero senza mai cedere davvero senza mai mostrare davvero quanto dolore ci vorrebbe per restare così perfetta così magra così bella così giovane così desiderabile così vendibile così consumabile così usa e getta ogni volta che un nuovo film usciva nelle vendite cinematografiche di tutto il mondo intero senza eccezioni né sconti né riduzioni né promozioni speciali per clienti fedeli della terza età pensionati studenti universitari disoccupati lavoratori precari donne incinte bambini orfani cani gatti pappagalli pesci rossi piante grasse cactus ficus benjamin felci orchidee bambù sacri giapponesi bonsai cinesi mandarini cinesi arance rosse siciliane limoni amalfitani olive taggiasche basilico genovese pomodori san marzano mozzarella bufala campana prosciutto crudo parma melone mantovano gelato artigianale pizza napoletana pasta italiana vino rosso toscano olio extravergine d'oliva pane casereccio acqua naturale minerale frizzante gassata liscia tiepida calda fredda ghiacciata bollente fumante ardente incandescente esplosiva nucleare termonucleare galattica universale infinita eterna immortale divina umana mortale animale vegetale minerale tutto quanto messo insieme in un unico grande calderone cosmico dove le donne come Scarlett Johansson continuavano a ballare nude sopra i tavoli per l'eternità senza mai invecchiare mai morire mai sparire mai dimenticare mai essere dimenticata da nessuno nemmeno dai propri figli nemmeno dai propri mariti nemmeno dai propri fan nemmeno dai propri nemici nemmeno da se stessi davanti allo specchio alle dieci del mattino di sabato mentre parlano al telefono con Mark che vuole spostare la riunione a lunedì perché è domenica domani e nessuno lavora la domenica nemmeno Mark nemmeno Scarlett nemmeno Edoardo che invece lavora sempre sette giorni su sette ventiquattro ore su ventiquattro senza ferie senza stipendio senza contratto senza sindacato senza assicurazione sanitaria senza pensione integrativa senza tredicesima quattordicesima quindicesima sedicesima diciassettesima diciottesima diciottesima ventesima ventunesima ventiduesima ventitreesima ventiquattresima venticinquesimaventiseiesima ventisettesima ventottesima ventinovesima trentesima trentunesima trentaduesima trentatreesima trentaquattresima trentacinquesima trentaseiesima trentasettesima trentottesima trentanovesima quarantesima quarantaduesima quarantatreesima quarantaquattresima quarantacinquesima quarantaseiesima quarantasettesima quarantottesima quarantanovesima cinquantesima cinquantunesima cinquantaduesima cinquantatreesima cinquantaquattresima cinquantacinquesima cinquantaseiesima cinquantasettesima cinquantottesima cinquantanovesima sessantesima sessantunesima sessantaduesima sessantatreesima sessantaquattresima sessantacinquesima sessantaseiesima sessantasettesima sessantottesima sessantanovesima settantesima settantunesima settantaduesima settantatreesima settantaquattresima settantacinquesima settantaseiesima settantasettesima settantottesima settantanovesima ottantesima ottantunesima ottantaduesima ottantatreesima ottantaquattresima ottantacinquesima ottantaseiesima ottantasettesima ottantottesima ottantanovesima novantesima novantunesima novantaduesima novantatreesima novantaquattresima novantacinquesima novantaseiesima novantasettesima novantottesima novantanovesima centesima!
La luce del modificatore si spende all'improvviso lasciando la stanza in un silenzio irreale rotto solo dalla voce di Scarlett Johansson che continuava a parlare al telefono come se niente fosse successo come se il mondo intero non fosse appena cambiato sotto i suoi piedi nudi nelle pantofole di pelo bianco davanti allo specchio della sua camera da letto alle dieci del mattino di sabato mentre fuori il sole californiano splendeva su Los Feliz indifferente a tutto tranne forse ai limoni nel giardino interno della villa bianca con piscina coperta sul retro fotografata dai paparazzi decine di volte dalla strada per chiunque avesse voglia di cercarle online proprio come Edoardo aveva fatto dieci minuti prima nel suo garage odoroso di stagno mentre sua madre dormiva ancora ignara al piano di sopra sognando chissà cosa chissà chi chissà quando chissà dove chissà perché chissà come chissà se mai avrebbe saputo quello che suo figlio faceva nei weekend quando uscì dal garage con gli occhiali appannati e le mani sporche di grasso per saldature mai finite mai perfezionate mai abbandonate mai dimenticate mai perdonate mai capite mai accettate mai rifiutate mai amate mai odiate mai temute mai desiderare mai possedute mai perse mai ritrovate mai venduto mai comprate mai rubate mai regalate mai scambiate mai barattate mai contrabbandate mai sequestrate mai confiscate mai distrutte mai ricostruite mai modificate mai teletrasportate mai violentate mai penetrare mai eiaculate mai pulite con i capelli biondi di Scarlett Johansson tornata venticinquenne nello specchio della sua camera da letto alle dieci del mattino di sabato mentre Edoardo guardava il risultato del suo lavoro con gli occhi lucidi eccitazione pura potere assoluto controllo totale dominio incontrastato sulla materia sullo spazio sul tempo sulle donne sugli uomini sulle divinità su tutto quanto esiste nell'universo conosciuto e sconosciuto visibile invisibile tangibile intangibile reale immaginario possibile impossibile probabile probabile certo incerto sicuro insicuro vero falso giusto sbagliato bene male bello brutto buono cattivo caldo luminoso oscuro rumoroso silenzioso dolce amaro acido salato piccante insipido profumato puzzolente liscio ruvido morbido duro liquido solido gassoso plasmabile malleabile duttile flessibile rigido inflessibile infinito finito eterno temporaneo mortale immortale umano divino animale vegetale minerale tutto quanto concentrato in un unico punto nello spazio-tempo nella camera da letto principale della villa bianca con vista sui limoni nel giardino interno dove Scarlett Johansson appena ringiovanita continuava imperterrita a parlare al telefono con Mark della riunione da spostamenti a lunedì senza accorgersi che dietro di lei nello specchio c'era qualcosa qualcuno un ragazzo alto magro riccio occhiali tredici secondi fa sedicenne adesso diciannovenne sempre stato presente futuro passato simultaneamente sovrapposti confusi mescolati insieme venitecolori su una tavolozza impazzita senza ordine né logica né ragione né scopo se non quello imperscrutabile del caso o del destino o della volontà divina o semplicemente della stupidità umana messa in atto ogni giorno da miliardi di persone convinte di sapere cosa stanno facendo dove stanno andando chi sono davvero mentre intorno a loro l'universo continua imperterrito ad espandersi raffreddarsi morire rinascere espandersi raffreddare morire rinascere all'infinito senza chiedere permesso a nessuno tantomeno a Scarlett Johansson tornata venticinquenne nello specchio della sua camera da letto alle dieci del mattino di sabato mentre fuori il sole splende indifferente su Los Angeles su Bel Air su Los Feliz su tutta quanta la California su tutto quanto l'universo intero dove Edoardo adesso posava delicatamente il modificatore sul comodino accanto al letto sfatto ma ordinato pronto a usare ancora pronto a fare quello per cui era venuto pronto a prendersi quello che voleva come aveva fatto sempre come aveva fatto sempre fino alla fine dei tempi fino alla fine dell'universo fino alla fine di tutto quanto esiste o potrebbe esistere o è e sopravvissuto o esisterà in eterno nei secoli dei secoli amen!
Il modificatore era ancora caldo tra le dita quando la voce di Scarlett cambiò tono.
«Mark, ti richiamo» disse, e posò il telefono sul ripiano della specchiera senza aspettare risposta. Poi si guarderanno le mani. Le girò, le aprì, le chiuse. Le passare come si guarda un oggetto che si è rotto e che non si ricorda di aver rotto.
Edoardo vede la trasformazione dallo specchio.
Non fu un istante solo. Fu una cosa che avvenne per gradi, come quando si guarda un timelapse al contrario. La pelle delle braccia di Scarlett si fece più tesa, poi più morbida, e le vene sottili che le segnavano il dorso delle mani scomparvero una dopo l'altra. Le guance presero volume, appena percettibile all'inizio, poi sempre più evidente. Le rughe agli angoli degli occhi si distesero come se qualcuno le stesse stirando con un ferro caldo. Le spalle si arrotondarono, ei fianchi, che fino a un momento prima erano quasi rettilinei sotto la vestaglia, si allargarono in una curva che Edoardo ricordava bene da Iron Man 2.
Scarlett si portò le mani al viso. Le passò sulle guance, sulla fronte, sul collo. Si guarda allo specchio e non disse niente. La bocca rimase aperta mentre gli occhi scorrevano sul proprio riflesso come se stessi leggendo una pagina scritta in una lingua che non conosceva più.
Aveva venticinque anni adesso. Venticinque, forse ventiquattro. Il viso era quello della donna che aveva posato per i poster di Iron Man 2 con i capelli mossi e lo sguardo che sembrava sempre sul punto di fare qualcosa di pericoloso. La vestaglia color crema adesso le stava larga sulle spalle e le aderiva sui fianchi in modo diverso, più pieno, più presente. Le gambe che uscivano dal bordo corto della vestaglia erano più piene, con quel tono di pelle che Edoardo aveva passato anni a cercare nei video online senza mai trovarlo del tutto.
Edoardo infilò il modificatore in tasca e si mosse.
Non c'era motivo di aspettare oltre. Lo stomaco gli si era stretto in una morsa già da qualche secondo, da quando aveva visto i fianchi riprendere forma sotto la vestaglia, e la testa gli girava con quella lucidità particolare che precedeva sempre le cose che voleva davvero.
Attraversò la stanza in quattro passi.
Scarlett lo vide arrivare nello specchio e si girò di scatto, con la bocca già aperta per urlare. Non fece in tempo. Edoardo le prese un polso e glielo torse dietro la schiena con una stretta secca, e la spinta la fece piegare in avanti fin quasi a toccare il ripiano della specchiera con la fronte.
«Non piangere» disse.
La voce gli uscì bassa e piatta. Il modificatore pulsa nella tasca, e Scarlett chiude la bocca. Non perché volesse. Il corpo di lei si irrigidì tutto insieme come se qualcuno le avesse tirato un filo dietro la nuca.
Edoardo la spinse verso il letto con il polso ancora bloccato dietro la schiena. Lei camminava male, con i piedi nudi che cercavano il pavimento a ogni passo, e le pantofole di pelo bianco erano rimaste davanti alla specchiera come due animaletti abbandonati. Quando le ginocchia di Scarlett urtarono il bordo del letto, Edoardo le mise una mano sulla nuca e la piegò in avanti finché la faccia non finì contro le lenzuola grigie.
La vestaglia le si aprì sulla schiena nel movimento. Sotto non c'era niente.
Edoardo la tenne giù con una mano premuta tra le scapole e con l'altra si slacciò i pantaloni della tuta. Non ci mise niente a liberarsi. Il corpo gli aveva già risposto da un pezzo, da prima ancora che lei si girasse dallo specchio.
Si posizionò dietro di lei con un ginocchio sul bordo del letto sfatto.
La penetrò con un colpo solo.
Scarlett emette un suono che non era un urlo ma ci arrivava vicino. Un suono strozzato, tirato su dalla gola contro la volontà del dispositivo, che non riusciva a soffocarlo del tutto. Le sue mani afferrarono il lenzuolo grigio e lo strinsero in due pugni bianchi di nocche.
Edoardo cominciò a muoversi subito, senza dare tempo al corpo di lei di adattarsi. La stanza era silenziosa tranne per il rumore ritmico dei loro corpi che si scontravano e per il respiro corto di Scarlett che si spezzava a ogni spinta. Fuori dalla finestra si sentiva il rumore di un tagliaerba elettrico in qualche giardino vicino. Qualcuno stava facendo il giardino il sabato mattina alle dieci e dieci minuti senza sapere cosa stava succedendo a cento metri da lì.
Scarlett Piangeva.
Le lacrime cadevano direttamente sul lenzuolo grigio sotto il suo viso, formando due macchie scure che si allargavano piano. Non cercava di divincolarsi. Il dispositivo non glielo permetteva. Ma piangeva davvero, con quel tipo di pianto adulto che non ha singhiozzi né rumori ma solo acqua che esce dagli occhi mentre il resto del viso resta immobile.
Edoardo la guardava dall'alto della sua schiena nuda. La pelle di Scarlett a venticinque anni era più chiara di quanto fosse diventata dopo, e sulla schiena leggermente arcuata c'erano ancora quelle lentiggini appena percettibili che nei film venivano sempre coperte dal trucco.
Continuò a spingere per qualche minuto senza fretta.
Poi lei cominciò a rispondere.
Non era volontario. Edoardo lo sapeva bene ormai, dopo Sabrina e Madison. Il dispositivo piegava il corpo senza spegnere i nervi, ei nervi facevano quello che i nervi fanno sempre quando vengono stimolati abbastanza a lungo da una certa angolazione con un certo ritmo. Il respiro di Scarlett cambiò consistenza: meno spezzato, più profondo, più regolare. Le anche cominciarono ad accompagnare i movimenti di Edoardo con una piccola oscillazione appena percettibile all'inizio, poi sempre più marcata. Le dita che stringevano il lenzuolo si allentarono un po'. Un gemito le uscì dalla gola senza passare per il cervello.
Le lacrime continuavano a scendere.
Edoardo sentì il corpo sotto di sé irrigidirsi tutto insieme per qualche secondo — una tensione che partiva dalle cosce e risaliva lungo la schiena fino alle spalle — e poi rilasciarsi in una serie di piccoli sussulti che durarono a lungo, uno dietro l'altro come onde su una spiaggia calma.
Scarlett venne contro il lenzuolo grigio del suo letto sfatto ma ordinato alle dieci e dodici minuti di sabato mattina senza aver scelto niente di tutto quello.
Edoardo non si fermò.
Continuò a spingere esattamente con lo stesso ritmo di prima, senza accelerare né rallentare, mentre il corpo di Scarlett passava attraverso tutto quello che un corpo può passare dopo un orgasmo non voluto: la sensibilità improvvisa al minimo contatto, i tremori alle gambe, i piccoli scatti involontari delle anche quando lui entrava fino in fondo, i suoni che le uscivano dalla bocca senza forma né senso né dignità né controllo né speranza né pietà né niente di niente.
Lei piangeva ancora.
Lui continuava ancora.
Un altro orgasmo arrivò dopo qualche minuto, e poi un terzo subito dopo, o forse fu lo stesso orgasmo lunghissimo spezzato in tre pezzi da qualche meccanismo interno al corpo di lei che Edoardo non aveva voglia di decifrare in quel momento. Le gambe di Scarlett avevano cominciato a tremare in modo visibile adesso, e le sue ginocchia avevano perso presa sul bordo del letto, e tutto il peso del suo corpo era tenuto in piedi soltanto dalla mano di Edoardo premuta tra le sue scapole e dal fatto che lui la stava penetrando da dietro con abbastanza forza da tenerla ancorata al posto giusto.
Edoardo accelerò il ritmo.
Non aveva ancora voglia di finire. Voleva sentire quella cosa ancora un po', quella cosa che era il corpo di Scarlett Johansson tornato venticinquenne sotto le sue mani mentre fuori il tagliaerba continuava a ronzare indifferente nel giardino del vicino. Voleva sentire ancora quella schiena arcuarsi sotto di lui senza permesso e quelle lacrime cadere sul lenzuolo grigio mentre lei veniva contro la propria volontà per la quarta volta in dieci minuti.
Il modificatore nella tasca gli scaldava contro la coscia attraverso il tessuto della tuta come se stesse approvando quello che stava succedendo nella stanza al piano superiore della villa bianca con vista sui limoni nel giardino interno fotografata dai paparazzi dalla strada decine di volte per chiunque avesse voglia di cercarle online proprio come Edoardo aveva fatto dieci minuti prima nel suo garage odoroso di stagno mentre sua madre dormiva ancora al piano di sopra sognando chissà cosa chissà chi chissà quando chissà dove chissà perché chissà come chissà se mai avrebbe saputo quello che suo figlio faceva nei weekend quando uscì dal garage con gli occhiali appannati e le mani sporche di grasso per saldature mai finite mai perfezionate mai abbandonate mai dimenticate mai perdonate mai capite mai accettate mai rifiutate mai amate mai odiate mai temute mai desiderare mai possedute mai perse mai ritrovate mai mai comprate mai rubate mai regalate mai scambiate mai barattate mai contrabbandate mai sequestrate mai confiscare mai distrutte mai ricostruite mai modificate mai teletrasportate mai violentate mai penetrare mai eiaculate mai pulite con i capelli biondi di Scarlett Johansson tornata venticinquenne nello specchio della sua camera da letto alle dieci del mattino di sabato mentre Edoardo continuava imperterrito a scoparla da dietro senza fermarsi senza rallentare senza pensare senza sentire senza vedere senza respirare senza vivere senza morire senza niente se non quel ritmo meccanico preciso spietato implacabile inesorabile infinito come l'universo stesso che continuava ad espandersi espandersi morire rinascere espandersi raffreddarsi morire rinascere all'infinito nei secoli dei secoli amen!
Edoardo si sfili con un movimento secco e Scarlett crollò in avanti sul letto, con la faccia ancora contro il lenzuolo grigio e le gambe che non la trattenevano più. Per un momento rimase così, con il respiro che le usciva a scatti e le lacrime che continuavano a bagnare il tessuto sotto di lei.
Poi Edoardo le mise le mani sui fianchi e la girò.
Non è stato delicato. La fece rotolare sulla schiena con un gesto solo, e Scarlett si ritrovò supina sul letto fatto, con la vestaglia aperta su un lato ei capelli biondi sparsi in tutte le direzioni sul cuscino. Gli occhi erano ancora aperti e lucidi, puntati sul soffitto come se lassù ci fosse qualcosa di interessante da guardare. Non chiuse mai le palpebre, nemmeno quando Edoardo si inginocchiò sopra di lei.
Si chinò sul suo petto e prese un seno in bocca.
Era pieno, adesso, come ricordava dai primi film. Non aveva la consistenza dei seni rifatti che si vedono nelle riviste patinate. Era un seno vero, morbido e pesante nella mano, con il capezzolo che si indurì subito contro la lingua di Edoardo senza che lei lo volesse. Leccò, succhiò, morse appena. Scarlett emette un suono basso, qualcosa tra un gemito e un lamento, e il suo corpo si inarcò appena sotto di lui come se stesse cercando di allontanarsi dal contatto senza riuscirci.
Edoardo passò all'altro seno. Ci mise lo stesso tempo, forse di più. Voleva sentire quella pelle sotto la bocca fino in fondo, sentire la differenza tra il corpo di venticinque anni e quello che aveva visto nei film degli ultimi anni. Era più densa, più soda, più calda. Come se gli anni non fossero mai passati davvero e quella donna fosse sempre stata lì ad aspettarlo senza saperlo.
Si tirò su a sedere sui talloni e la visione.
Le prese una caviglia e le sollevò la gamba. Scarlett non si oppone alla resistenza. La gamba si piegò dove Edoardo voleva che si piegasse, e il piede arrivò davanti al suo viso: piccolo, con le unghie curate ma senza smalto, la pelle chiara che divenneva rosa sotto le dita quando Edoardo lo stringeva. Se lo portò alla bocca e prese l'alluce tra le labbra.
Il sapore era di pelle e di sapone. Niente di strano. Succhiò ogni dito, uno per uno, passando la lingua tra le dita e sotto le unghie, mentre Scarlett continuava a fissare il soffitto con gli occhi aperti e pieni di lacrime che ormai non uscivano più perché erano finite. Il suo respiro si era fatto regolare di nuovo, ma ogni tanto si rompeva in un piccolo singhiozzo senza voce.
Edoardo andare lasciò il piede e prese l'altro. Stessa cosa. Stessa cura metodica. Quando ebbe finito anche con quello, le mise una mano sotto il ginocchio e gliela piegò contro il petto.
Poi si abbassò e premette la bocca contro il ginocchio.
La pelle era tiepida. La baciò, la leccò, la mordicchiò appena lungo la rotula, sentendo il sapore salato del sudore che si era formato durante quello che era successo prima. Scarlett emise un altro di quei suoni senza forma, e la sua gamba tremò appena tra le mani di Edoardo.
Passò all'altro ginocchio. Ci mise più tempo. Poi risalì lungo la coscia interna con la bocca aperta, lasciando una striscia umida sulla pelle chiara fino a quando non arrivò dove voleva arrivare.
Non entrai subito. Voleva sentirla ancora un po' così.
Le mise entrambe le mani sotto i fianchi e la tirò verso di sé fino a portarla al bordo del letto con il culo a metà fuori dal materasso e le gambe penzoloni. Poi si inginocchiò sul pavimento davanti a lei.
La penetrò da lì.
Scarlett inarcò la schiena di colpo e afferrò il lenzuolo con entrambe le mani come se stesse per cadere da qualche parte. Il nuovo angolo la faceva sentire in un modo diverso rispetto a prima — Edoardo lo vedeva dal modo in cui il respiro le si era rotto di nuovo e dalle vene del collo che si erano gonfiate — e le sue anche cominciarono subito a muoversi contro di lui, contro la sua volontà, cercando qualcosa che lei non aveva chiesto.
Edoardo continuò per qualche minuto così. Poi la tirò su dal bordo del letto e la fece girare di nuovo.
Adesso era inginocchiata sul materasso, con le mani appoggiate al muro dietro il letto per tenersi in equilibrio. Edoardo le si mise dietro e le prese le braccia una per una, sollevandole sopra la testa finché non ebbero entrambe le ascelle esposte nella luce bianca che entrava dalle finestre alte.
Si abbassò su quella destra e ci affondò la faccia.
La pelle dell'ascella era liscia e calda. Sapeva vagamente di deodorante — qualcosa di floreale, appena percettibile — mescolato a qualcos'altro che era solo pelle umana dopo una mattinata iniziata in modo normale e finita in modo completamente diverso. Edoardo respirò dentro quel sapore per qualche secondo, con il naso premuto contro l'incavo morbido tra braccio e torace di Scarlett, poi passò alla sinistra.
Quando ebbe finito anche con quella, la spinse giù.
Scarlett finì sul ventre con la faccia girata di lato sul cuscino. Edoardo si mise a cavalcioni sulla sua schiena bassa e allungò una mano verso il suo viso.
Le prese il mento tra pollice e indice e glielo girò verso di sé fino a quando non ebbe abbastanza accesso alla guancia. Poi preme la bocca sulla sua guancia sinistra.
La pelle del viso era più sottile di quella del corpo. La sentì cede appena sotto le labbra come una superficie quasi liquida. Leccò dalla mascella fino allo zigomo, poi dallo zigomo fino all'angolo dell'occhio. Il sapore delle lacrime era ancora lì, salato e denso. Scarlett chiuse gli occhi solo quando le labbra di Edoardo arrivarono al bordo della palpebra.
Fece lo stesso con l'altra guancia. Poi con la fronte, con il mento, con il collo fino alla clavicola. Ovunque c'era pelle scoperta, ci metteva la bocca. Scarlett non aprì mai gli occhi una seconda volta.
Quando ebbe finito si raddrizzò sopra di lei.
Aveva aspettato abbastanza.
Si prese in mano e cominciò a muoversi velocemente sopra la schiena nuda di Scarlett, guardando i suoi capelli biondi sparsi sul cuscino grigio come fili d'oro sciolti sulla stoffa scura. Ci mise poco. Il corpo aveva già deciso da parecchi minuti.
Venne sulle sue spalle e sulla sua schiena.
Il seme gli colò dalle dita mentre rallentava i movimenti fino a fermarsi del tutto sopra di lei con il respiro pesante. Scarlett rimase immobile sotto di lui, con la faccia ancora girata sul cuscino e gli occhi chiusi adesso come se dormisse davvero o finge soltanto.
Edoardo si scostò da lei senza fretta.
Si prese i capelli di Scarlett in una mano — una ciocca folta vicino alla nuca — e se li passò sull'inguine bagnata per pulirsi. I capelli assorbirono quello che dovevano assorbire, e lui li lasciò ricadere sul cuscino accanto alla testa di lei senza rimetterseli a posto.
Poi si dorme dal letto.
Raccolse i pantaloni della tuta dal pavimento dove li aveva buttati durante i primi minuti nella stanza. Se li rimise con calma, uno alla volta, tirandoli su fino alla vita e stringendo il laccio davanti. Raccolse anche la maglietta che non si era mai tolta del tutto ma che era scivolata giù da una spalla durante il tutto. Se la sistemamò addosso come se fosse appena tornato da una passeggiata.
Il modificatore era ancora nella tasca della tuta. Lo prese in mano per controllare che fosse integro: la lente incassata era tiepida come sempre ma non scheggiata, il display laterale mostrava i valori normali. Lo infilò nella tasca dei jeans della tuta insieme al teletrasporto che aveva lasciato sul comodino quando era entrato nella stanza.
Si guardò intorno per controllare se avesse lasciato qualcosa in giro.
Il letto era distrutto: lenzuola stropicciate in ogni direzione, macchie scure di lacrime sul grigio chiaro, il corpo di Scarlett ancora immobile supino-fianco sul bordo dove l'aveva lasciato cadere dopo l'ultimo giro. La vestaglia era aperta sotto di lei come un pezzo di stoffa dimenticata da qualcun altro.
Le pantofole bianche erano ancora davanti alla specchiera dove le aveva viste per la prima volta dieci minuti prima della trasformazione.
Il telefono di Scarlett era ancora sul ripiano della specchiera dove lei lo aveva posato quando aveva interrotto la chiamata con Mark. Lo schermo era nero adesso: si era bloccato da solo dopo qualche minuto di inattività come fanno tutti i telefoni del mondo quando nessuno li tocca per un po'.
Nessuna traccia di Edoardo nella stanza se non quello che aveva lasciato dentro al corpo di lei.
Non c'era niente da sistemare davvero. Quando si sarebbe svegliata davvero — quando il modificatore avesse rilasciato del tutto la presa sul suo sistema nervoso — Scarlett Johansson avrebbe trovato soltanto una donna venticinquenne al posto della quarantenne che credeva di essere diventata negli ultimi quindici anni della sua vita professionale personale pubblica privata intima segreta trasparente opaca lucida ruvida liscia calda fredda viva morta sepolta cremata dispersa nell'oceano Pacifico sotto forma di ceneri mescolate alla sabbia bagnata dalla marea delle sette del mattino sulla spiaggia davanti alla villa estiva comprata insieme al marito nel duemiladodici quando ancora pensava che le cose sarebbero andate diversamente da come erano andate poi nel duemilatredici nel duemilaquattordici nel duemilasedici nel duemiladiciassette nel duemilaventidue nel duemilaventitré nel duemilaventiquattro nel duemilaventicinque oggi sabato mattina alle dieci e venti minuti nella camera da principale della villa bianca con vista sui limoni nel giardino fotografata dai paparazzi dalla strada decine di volte per chiunque avesse voglia di interno di cercarle online proprio come Edoardo aveva fatto venti minuti prima nel suo garage odoroso di stagno mentre sua madre dorme ancora al piano di sopra sognando chissà cosa chissà chi chissà quando chissà dove chissà perché chissà come chissà se mai avrebbe saputo quello che suo figlio faceva nei weekend quando uscì dal garage con gli occhiali appannati!
Edoardo preme il pulsante centrale del teletrasporto.
Il mondo si piegò.
L'aria tornò ad essere quella del garage: stagno vecchio, plastica scaldata dal sole attraverso il vetro della finestrella in alto, polvere accumulata nei mesi sui ripiani del banco da lavoro. Il pavimento sotto i piedi era cemento freddo invece del marmo tiepido della villa bianca con vista sui limoni nel giardino interno fotografata dai paparazzi dalla strada decine di volte per chiunque avesse voglia di cercarle online proprio come Edoardo aveva fatto mezz'ora prima prima di partire per Los Angeles mentre sua madre dormiva ancora ignara al piano superiore della casa dove era cresciuta senza mai sapere davvero chi fosse suo figlio!
Edoardo appoggiò i due dispositivi sul banco da lavoro uno accanto all'altro come faceva sempre al ritorno da ogni viaggio: teletrasporto a sinistra modificatore a destra allineati come due strumenti chirurgici pronti per l'operazione successiva!
Prese il panno dal cassetto sotto il banco e pulirà la lente del modificatore con movimenti lenti precisi metodici! Il vetro tornò a brillare dopo pochi secondi! Lo rimise nella tasca interna della tuta insieme al teletrasporto che aveva appoggiato momentaneamente sul banco!
Guardò l'orologio al muro!
Le dieci e trentacinque!
Sua madre sarebbe stata sveglia adesso probabilmente stava preparando il caffè in cucina o leggeva qualcosa sul divano o faceva quello che faceva ogni sabato mattina senza sapere niente senza immaginare niente senza sospettare niente mentre suo figlio tornava da Los Angeles dopo aver scopato due donne diverse in due ore diverse nello stesso giorno della stessa settimana dello stesso mese dello stesso anno della stessa vita!
Edoardo prese il telefono dal banco dove lo aveva lasciato prima di partire! Aprì Instagram! Non c'era nessun motivo particolare! Solo curiosità! Solo abitudine! Solo quel bisogno costante di guardare avanti verso la prossima cosa!
Scordatelo dal feed! Video! Foto! Bobina! Pubblicità! Poi tra un post di cucina e uno sponsorizzato comparve un nome!
Florence Pugh!
Florence Pugh nella foto indossava un abito verde scuro con scollo profondo! I capelli corti biondi mossi! Lo sguardo diretto verso l'obiettivo con quella espressione che aveva nei film Marvel quando interpretava Yelena Belova!
Edoardo sorrise tra sé e sé!
Chiusa Instagram! Mise il telefono nella tasca posteriore della tuta insieme ai due dispositivi!
Spende la luce del garage!
Salì le scale piano come faceva sempre anche se adesso non ce n'era più bisogno perché sua madre dormiva già da un pezzo o forse era sveglia o forse stava preparando il caffè o forse niente di tutto questo importava davvero!
Si fermò davanti alla porta della cucina! Da dentro sentiva il rumore della moka sul fuoco!
Sua madre canticchiava qualcosa mentre faceva colazione!
Edoardo aprì la porta ed entrò!
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