Want to support CHYOA?
Disable your Ad Blocker! Thanks :)

Chapter 26 by Esseremicidiale02

Capitolo 26 - STAGIONE 2

Rinascita

La luce era fioca nella sala del potere, dove il sole di Tel Aviv filtrava appena attraverso le tende pesanti color sabbia. Benjamin Netanyahu stava in piedi davanti a un lungo tavolo in legno d’olivo, le mani incrociate dietro la schiena, lo sguardo fisso su una cartina della Striscia di Gaza affissa alla parete. Accanto a lui, un consigliere fidato sfogliava un fascicolo spesso, pieno di numeri rossi e disse “Signor Primo Ministro… la sua popolarità è al minimo storico. Un anno dal 7 ottobre, e siamo considerati un paese senza guida, il popolo interno ci odia perché stiamo fallendo con gli ostaggi. Il mondo esterno parla di genocidio, l’opinione pubblica è inferocita.” Netanyahu non rispose. Deglutì appena, gli occhi persi in un punto non precisato “dobbiamo fare qualcosa per ribilanciare l’immagine internazionale. Se non cambiamo registro, potremmo ritrovarci isolati, abbiamo bisogno di maggiore supporto occidentale. Inoltre dobbiamo sperare nell’elezione di Trump alla Casa Bianca, fino ad allora dobbiamo fingere di essere democratici.” Fu allora che gli si accese un pensiero improvviso “forse… una promozione, potremmo pensare ad una donna. Vediamo se abbiamo qualcuno da utilizzare.”

Nel frattempo nel cimitero di Tel Avuv il cielo era plumbeo, la pioggia scendeva a filo sottile e costante sulle tombe bianche. Yael Ben-Abi indossava un lungo cappotto nero di lana leggera, in stile militare, che le cadeva perfettamente addosso, accentuando il suo fisico snello e slanciato. Sotto, un abito da lutto sobrio, con collo alto, stretto in vita. I suoi capelli castano chiaro, raccolti in una coda disciplinata, erano leggermente increspati dalla pioggia. La pelle chiara era attraversata da venature di stanchezza e rabbia trattenuta. Gli occhi azzurri, lucidi, non si staccavano dalla lapide ancora fresca. Accanto a lei, sua madre: Nurit Ben-Abi, 42 anni, bella e decisa, portava un tailleur scuro tagliato con precisione, sobrio e fiero. I capelli scuri, lisci, le cadevano sulle spalle, aveva lo stesso sguardo della figlia, ma più duro. Stessa bocca sottile, stesso portamento dritto. Il dolore non l’aveva piegata ma solo affilata. Yael indossava scarpe nere di cuoio lucido, stringate, a punta leggermente affusolata, di taglio austero e impeccabile. La suola era sottile ma dura, con granelli di terra incastrati tra i bordi. Nurit invece calzava delle décolleté nere opache, dal tacco spesso, basso, funzionale. Non c'era niente di frivolo nella loro forma, eppure avevano una sobria eleganza da vedova che non si è mai tolta l’uniforme mentale. La punta era lievemente consumata: scarpe già usate in altri funerali, scarpe che conoscevano la marcia del lutto.

Tra gli ufficiali, Yael notò la figura rigida di Abramov, in divisa impeccabile. Gli occhi nascosti dietro occhiali scuri, il mento proteso in avanti come a cercare rispetto, lo odiava. Aveva fatto fallire la missione a Gaza, per orgoglio e incompetenza, e aveva perso uomini e ostaggi a causa del macismo tossico travestito da comando. La sua sola presenza le faceva stringere le mani in pugni tremanti. La ragazza pensò “giuro davanti a questa tomba che farò finire questa guerra, salvando così gli ostaggi israeliani e i cittadini innocenti palestinesi. In seguito troverò Leila Mansour, la puttana terrorista che ha ucciso mio padre. E la distruggerò. Solitamente lo faccio con gli uomini ma le strapperò i genitali.” In realtà Yael non sapeva e non poteva sapere come erano andate davvero le cose, Leila e Moshe avevano stretto un patto e Moshe aveva deciso di disobbedire, di cercare la pace vera, con coraggio e lucidità, ma era stato ucciso doppiamente: da Sami, e dal governo stesso, che aveva venduto la sua vita pur di silenziare il compromesso.

Nella pioggia, una figura con ombrello nero apparve dietro il cordone militare. Era Netanyahu. Le guardie si aprirono per farlo passare. L’uomo si avvicinò alla tomba, fece un inchino silenzioso e poi si voltò, dirigendosi verso Abramov. Yael li osservò, disgustata, pensando a tutto quello che avrebbe voluto fare a quei due. Chiudendo gli occhi si immaginava Abramov e Netanyahu inginocchiati, nudi dalla vita in giù, le mani legate dietro la schiena, pronti alla sua mercé. I loro testicoli poggiati sul marmo bianco, come offerte rituali da giudicare. Yael indossava guanti chirurgici e un grembiule nero mentre si avvicinava con bisturi in mano. Per ogni bugia che avevano detto, una scossa elettrica, per ogni omissione, un colpo secco con una spatola metallica, per ogni ordine dato dall’alto che aveva portato alla morte di qualcuno, un chiodo piantato dentro alle palle fino a farle sanguinare. Con le sue unghie incideva parole come ‘arroganza’, ‘paura’, ‘tradimento’, ‘retorica’. Prendeva le palle e con i suoi scarponi militari le calpestava fino a farle schizzare ovunque. Ben presto questa visione finì e dovette tornare alla dura realtà.

Netanyahu si chinò appena verso il generale “come va la situazione sul fronte?” Abramov mentì “controllata, stiamo agendo chirurgicamente. La prossima fase neutralizzerà Hamas definitivamente.” Bibi lo osservò in silenzio, poi abbassò la voce “ho saputo che avete una persona brava, la ragazza qua presente al funerale.” Il Generale aggrottò le sopracciglia, quasi infastidito rispondendo “é solo una Caporale donna, una ragazzina che non vale nulla, testarda e priva di forza” il Presidente lo interruppe “ascolta, nemmeno a me piacciono le donne al comando, ma dobbiamo farci vedere progressisti, poi suo padre è appena morto per la nostra causa, sarà una spimta fortissima per il nazionalismo interno. Per altro dopo mi dovrò occupare di promuovere pure omosessuali e disaddati vari, l’occidente solitamente baratta un massacro con due bandiere colorate.” Abramov impallidì per l’obbligatoria promozione di Yael e ignorò tutto quello che era stato detto dopo, sapeva di non poter rifiutare. “Caporale Ben-Abi, venga qui un attimo.” Yael si voltò lentamente, bagnata, tesa, gli occhi spenti. Abramov si sfregò la gola, imbarazzato “il Primo Ministro ha deciso di… promuoverla. Primo Tenente. Congratulazioni.” L’israeliana sollevò le sopracciglia, confusa. Non era quel tipo di gioco. Guardò Netanyahu con un odio puro, esclamendo un semplice “la ringrazio”.

Sulla strada di ritorno Yael e Nurit camminavano verso la direzione di casa, a breve Yael sarebbe ripartita con l’esercito, il cielo era ancora grigio ma aveva smesso di piovere. Fu allora che un ragazzo sui 25 anni, alto, muscoloso, con la barba e un simbolo del partito di estrema destra “Potere Ebraico” stampato sulla maglietta, si fermò davanti a loro urlando “ehi, Yael Ben-Abi, vero? Tuo padre era un debole. È questo che succede ai moderati. Se l’avesse pensata come noi, ora sarebbe vivo.” Yael rimase immobile, in quel momento non aveva forza, sua madre invece scattò sorprendetemente. Con un passo in avanti e uno sguardo infuocato gli rifilò un pugno dritto e secco nei testicoli. Il giovane piegò in due con un rantolo soffocato ma la donna non si fermò. Con lo stesso movimento preciso con cui affilava i coltelli in cucina, tirò un secondo colpo verso l’alto, le nocche delle dita serrate a mazzuolo, centrando di nuovo il bersaglio molliccio. Nurit infilò la décolleté nei suoi testicoli con occhi infuriati, affondando la punta rovinata nella carne come un artiglio nell’argilla, sibilando nel silenzio della strada “Come hai osato parlare così a me e mia figlia?” Il ragazzo, anche se dolorante, cercò di riprendersi e di colpire la madre di Yael con un pugno, ma la figlia reagì prima che il colpo potesse cadere e la sua scarpa in cuoio si scagliò nelle gonadi con la precisione di un proiettile. Nurit non stette ad aspettare e tirò giù i pantaloni del ragazzo, lasciandolo a palle nude. L’adulta, mentre le dita si stringevano attorno allo scroto pallido, disse “guarda bene ragazzino, tra tre secondi capirai perché chiamano le madri ebree le forbici di Dio.” La sua mano si contorse in una forma innaturale, pollice e indice protesi come una pinza, prima di schiacciarsi contro i testicoli. Il giovane urlò, un suono che si spezzò in falsetto mentre le ginocchia battevano sul selciato. Yael osservò sua madre con un lampo di sorpresa negli occhi spenti, quel fuoco improvviso, quel colpo da veterana. Poi le labbra le si incurvarono in un ghigno sporco di pioggia e rabbia dicendo “mamma, ti sei tenuta nascosto un talento.” La sua scarpa si alzò con la lentezza calcolata di un artiglio che sceglie il punto esatto e si abbatté come un giudizio divino, non un calcio qualsiasi, ma una punizione meticolosa, un'opera d'arte di violenza. Il cuoio lucido, ancora umido di pioggia, schiacciò le gonadi con precisione, affondando prima nella morbidezza vulnerabile, torcersi con un movimento a vite. Le dita del piede si contorsero e l’alluce premeva contro il cordone spermatico, come un pianista che cerca la nota perfetta. Nurit era in piedi e non appena Yael si staccò dalle palle, lei gettò la punta delle sue décolleté, quasi bucando il testicolo dentro, per poi dire “figlia hai le scarpe bagnate e sporche, perché non te le lavi?” Yael sorrise dicendo “hai ragione, meglio non sprecare del buon cuoio.” Infilò tutta la scarpa all’interno della bocca, facendogliela leccare tutta e facendo soffrire davvero tanto il ragazzo. Nurit si abbassò in ginocchio, il respiro pesante ma gli occhi ancora infuriati. Le vene sulle tempie pulsavano mentre la mano frugava nella suola dei tacchi, estraendo un piccolo coltello dalla lama stretta e lucida, la pioggia aveva lasciato una patina umida sul metallo, che luccicò minacciosamente sotto la luce fioca del lampione. Sussurrò “Figlia, tienilo fermo.” Yael afferrò il ragazzo per i capelli, costringendolo a sollevare il viso stravolto e a guardare la scena mentre le mani premevano sulle guance. “Gli uomini parlano troppo e sentono troppo poco” sibilò Nurit, la lama che scivolava lungo lo scroto con la precisione di un chirurgo. La pelle si divise con un suono appena percettibile, come carta bagnata strappata lentamente, prima che il sangue affiorasse in rivoli scuri. “Queste vengono con noi” disse, agitando il trofeo sanguinolento davanti ai suoi occhi sgranati. Yael si alzò, con disprezzo sputò nella sua bocca e senza voltarsi indietro se ne andarono con il bottino lasciando il ragazzo estremista a terra.

———————————————————————————

Sami stava contemplando la sua nuova sede, questa volta più istituzionale della precedente, anche se era chiaro che il suo obiettivo era di trasformarla, nuovamente, in un parco giochi di **** e sofferenze per i suoi nemici. La base precedente, distrutta da Moshe e Leila, non era che un ricordo bruciante. I suoi uomini più leali erano caduti e ora quello che faceva veniva tenuto maggiormente sotto occhio. Si massaggiò la fronte, i denti serrati. Aveva dovuto pagare Fatima e la sua famiglia, ora lei se la poteva godere da qualche altra parte nel mondo mentre lui doveva continuare a lavorare. Gli uomini di Israele, però, erano intervenuti e gli avevano rinnovato il patto, il che significava che lui doveva continuare a giocare il suo ruolo. Nonostante le avesse uccise quasi tutte era distrutto per non aver ucciso ciao quella bastarda, a comando di tutti i suoi problemi. Nel frattempo, però, aveva ripreso la sua attività di colonizzazione, il suo piano di fame per il popolo e tirannia era più forte che mai. Il mercato delle droghe, quello che da sempre alimentava la sua potenza, cresceva sotto il controllo dell’intesa con Assad. Spacciava nei quartieri più poveri, alimentando quella perversione sociale che rendeva ogni cosa vulnerabile al suo dominio.

Sami, ancora immerso nei suoi pensieri di rivalsa e vendetta, si stava preparando a incontrare alcuni ufficiali israeliani. La porta della sua stanza si aprì, e due figure entrarono: uno era il Maggiore Lior, al suo fianco, una giovane soldatessa, di una trentina d’anni, si avvicinò silenziosa. Le sue spalle dritte tradivano un addestramento impeccabile. Era un soldato, ma c’era qualcosa in lei che Sami percepiva come… pericoloso. Si chiamava Yaara, una israeliana con occhi grigi come la tempesta, capelli a caschetto e scuri che cadevano con disinvoltura sulle spalle, e una pelle olivastra che contrastava col bianco dei suoi stivali militari. Le sue labbra carnose, che di rado sorridevano, si schiusero ora in un sorriso controllato, quasi disinteressato. Sami odiava le donne che avevano un minimo di potere.

Il maggiore prese parola “Sami, le cose stavano andando malissimo. Siamo riusciti a sistemarle ma tutto ciò che hai fatto non deve più succedere, rischiamo che scoprino che noi israeliani abbiamo a che fare con te, non buono visto il trattamento che riservi anche ad alcuni dei nostri cittadini.” Sami, scaccolandosi con il pollice dentro il buco del naso, rispose “bene, so di aver fatto qualche errore di calcolo ma adesso sto rimettendo la testa a posto. Non vi preoccupate, avrete ancora per tanto bisogno di me.” Yaara, con un sorriso sardonico, intervenne “Darwish, la verità è che neanche tu hai la forza per farcela da solo, senza il nostro aiuto te saresti sotto processo adesso.” Sami ridacchiò, scuotendo la testa in segno di disprezzo “ahahah, voi volete soltanto la vostra cazzo di colonizzazione della Cisgiordania, io voglio soldi. Non vi frega proprio un cazzo del vostro popolo.”

Dopo le parole velenose di Sami, il Maggiore Lior guardò la situazione più da vicino, in un silenzio che sembrava destinato a durare l’eternità “vedi Sami, io penso che tu abbia bisogno di un ripasso della nostra cultura progressista, dove le donne hanno diritti.” Il governatore non rispose subito, la rabbia che gli cresceva dentro sembrava crescere di pari passo con il suo odio per i soldati israeliani. Però, senza alzare la voce, fece il suo solito gesto sprezzante, scacciando le parole dal suo pensiero “ok, avete finito?” Il Maggiore abbandonò la sala e rimasero solo Sami e la soldatessa. Yaara non abbassò lo sguardo. Un lampo grigio attraversò i suoi occhi mentre il sorriso sardonico si gelava sulle labbra mentre diceva “Darwish, hai parlato abbastanza”, il movimento fu fulmineo, la sua mano sinistra si avventò, afferrando Sami per i capelli con una presa che sembrava di acciaio. Prima che potesse reagire, la sua testa schioccò violentemente contro il muro con un tonfo sordo. Sami piegò il torso in avanti con un rantolo soffocato, la faccia rossa. La donna non gli diede tregua e abbatté lo stivale tra le sue gambe con mira perfetta, centrando in pieno entrambi i testicoli. L’uomo non ebbe ossigeno in quel momento ma l’israeliana lo teneva stretto per i capelli come una marionetta penzolante. Con un movimento a sorpresa, fece scivolare lo stivale destro lungo la gamba di Sami, sfiorandogli l'inguine con una lentezza calcolata e con un colpo a sorpresa, lo sollevò di scatto, non un calcio diretto, ma una strana, contorta torsione del piede che colpì lateralmente, come un falchetto che artiglia la preda. Lo stivale gli schiacciò le gonadi con una pressione obliqua, quasi volesse strizzarglieli più che colpirli. Mentre Sami soffriva dal dolore la donna si avvicinò alla sua faccia con i suoi occhi freddi e urlò, sputandoli in faccia “noi ti stiamo lasciano spacciare nel territorio, i nostri ragazzi ci rimangono sotto con quella merda, tutto per un disegno più grande e tu ci tratti così?” Mentre lui stava accasciato a gambe aperte lei disse “osserva bene questo, stronzo” mentre il gomito destro si alzava lentamente, quasi teatralmente e come un martello che oscura il sole si schiantò giù, direttamente sui testicoli.

Sami rise, le sue spalle continuavano a tremare, non solo per il dolore, ma anche per una risata soffocata, cavernosa “ah... ahahah.” Il suono gli uscì dalla gola come un rantolo, ma i suoi occhi, lucidi, febbrili, fissavano la Yaara con follia e di calcolo “mi picchi come un cane, eh? Ora so che devo fare la parte del bravo ragazzo” la voce era rotta, ma le parole precise, affilate “ma sai... sai bene che senza di me...non valete nulla qua.” La donna non batté ciglio, un muscolo le tremò lungo la mascella mentre assorbiva quelle parole. Subito dopo i suoi occhi si strinsero in fessure glaciali mentre il piede sinistro scivolava all'indietro, torcendosi in una posizione innaturale. Con un movimento fluido da danzatrice macabra, ruotò su se stessa e prima che Sami potesse reagire gli affondò il ginocchio nell’inguine con una precisione chirurgica. Mentre lui si teneva le palle dolorante e strisciando come un verme lei concluse “non intrometterti nella ricerca di Leila Mansour, ci penseremo noi a lei. Inoltre fatti una fottuta doccia.” Lui rimase a terra dolorante, sarebbe potuto intervenire ma sapeva che non era quello il momento, avrebbe subito questa umiliazione per potersi vendicare di ciò in futuro.

Appena la donna chiuse la porta Sami chiamò una delle sue guardie di fiducia e in seguito disse “figurati se lascerò che Israele e l’ANP si occupino di recuperare quella stronza di ribelle di Leila Mansour. Formeremo una squadra per recuperarla. Sarà mia. E quando sarà mia, quella puttana rimpiangerà di aver rimandato la sua morte.” Fece un grosso respiro e concluse dicendo “delegherò le faccende al mio vice e mi unirò anche io brevemente a questa scampagnata…si va direttamente in missione.”

———————————————————————————

Il caldo del deserto penetrava attraverso la polvere, mentre i leader di Hamas, o almeno quelli ancora in vita, si riunivano nella sala d’emergenza nascosta, immersi nelle tenebre di una roccaforte. La stanza era scarsamente illuminata, la luce fioca proveniva da lampade che l’occupazione israeliana non era riuscita a distruggere. Il volto di ogni leader era segnato dalla stanchezza, la tensione permeava l’aria come una nuvola di fumo che non accennava a diradarsi. I leader si guardavano l’uno con l’altro, alcuni sussurrando tra di loro, altri a tratti esprimendo parole di rabbia contenuta, ma tutti con la consapevolezza di una realtà che non poteva più essere ignorata. Le perdite erano insostenibili. Non solo Hamas, ma anche Hezbollah stava cedendo sotto i colpi israeliani, e l’arresto di Khaled, che fino a poco prima era un alleato di risorse vitali per loro, aveva lasciato un vuoto irreparabile. Mustafa Al-Khatib, uno dei leader più temuti di Hamas, era seduto su una sedia di legno, la sua mente continuava a rimuginare sul fallimento della sua missione contro gli israeliani. Aveva visto la morte in faccia più di una volta, ma questo fallimento lo tormentava. Non per la paura di essere ucciso, ma per il disonore che provava nel non aver protetto i suoi uomini, nel non aver saputo fermare l’avanzata israeliana. Nonostante questo i suoi pensieri si dirottarono verso Amina, quella che lui definiva sua moglie, la Volpe del Deserto. Si diceva che adesso collaborasse con un israeliano, quella donna che non si era sottomessa a lui adesso so faceva comandare da un lurido e fesso ragazzo? L’idea lo faceva impazzire. In qualche parte della sua mente, la speranza di ritrovarla non moriva mai. Doveva assolutamente ritrovare quella ragazza, per l’onore personale e del suo popolo, sicuramente catturando quella Beduina la stima di tutti i palestinesi nei confronti di Hamas sarebbe tornata alle stelle. Uno dei suoi consiglieri, dal volto stanco e segnato, interruppe i suoi pensieri, dicendo con tono preoccupato “abbiamo bisogno di risorse, gli israeliani stanno avanzando, e senza le armi di Khaled rischiando di essere spazzati via.”

Nel frattempo, all’interno della Striscia di Gaza, Amina e David si stavano muovendo lentamente tra la sabbia rovente. Si erano spostati verso zone più sicure, ma le condizioni erano diventate sempre più difficili. David, legato a Amina non solo come prigioniero, ma anche come simbolo della sua prigionia psicologica, non riusciva a smettere di pensare a Yael, sospettava che lo avesse abbandonato. Amina, d’altra parte, non si permetteva di fermarsi. I suoi piedi, calzati in sandali consumati e malfermi, affondavano nella sabbia a ogni passo, lasciando impronte spezzate come cicatrici. La pelle era spaccata ai bordi, sporca di polvere e sangue secco, segno delle lunghe marce sotto un sole che non perdona. Dita abbronzate e screpolate, graffi sottili che sembravano incisioni rituali. Il sudore le colava tra le fessure dei sandali, sciogliendo la sabbia in una pasta ruvida che aderiva alla pelle. Ogni movimento che faceva era calcolato, ogni passo, ogni parola. Voleva che Yael la contattasse, che le dicesse cosa fare. David, con un tono basso, la guardò dicendo “ma se Yael non ci dovesse cercare? Se ci avesse abbandonati?” Amina non rispose subito, si fermò e con respiro affannoso, carico di nervosismo e stanchezza disse “prega che non l’abbia fatto, altrimenti ti taglio i coglioni, li faccio cuocere al sole e li mangio come omelette. Usando poi la tua bocca come gabinetto per espellere tutto dal buco del culo.” David si zittì.

———————————————————————————

Una giornata grigia avvolgeva Bruxelles mentre telecamere e giornalisti da ogni angolo del mondo si accalcavano nella sala stampa del Consiglio Europeo. L’aria era tesa, come se tutti sapessero che da lì a poco si sarebbe deciso l’equilibrio fragile tra guerra e diplomazia. Al centro della scena, fiere e composte, si trovavano tre donne: Ursula von der Leyen, presidente della Commissione Europea, Giorgia Meloni, Presidente del Consiglio italiano, e Mette Frederiksen, prima ministra danese. Tre figure femminili che in un’epoca di leader decadenti, apparivano come bastioni di una nuova politica e, per molti, come i veri architetti del rischio di escalation. Ursula fu la prima a prendere la parola, lo sguardo calmo e la voce ferma “le azioni intraprese in questi ultimi giorni sono state svolte nel pieno rispetto della legalità internazionale. Khaled Al-Rashid è un criminale di guerra e un trafficante con legami internazionali. Per ragioni di sicurezza non possiamo rilasciare ulteriori dettagli. Ma l’Unione Europea ha agito, come sempre, in difesa della stabilità e dei valori democratici.” Giorgia Meloni annuì, intervenendo con il suo consueto tono deciso “l’Italia non ha preso parte a nessuna operazione diretta, le nostre forze erano impegnate nella protezione delle rotte marittime, dopo gli attacchi degli Houthi che hanno colpito navi italiane, olandesi e spagnole. È stato un atto di difesa, non un’aggressione.” Poi toccò a Frederiksen “i rumors su un coinvolgimento diretto della Danimarca e sull’ipotetico comando danese dell’operazione sono infondati. Lavoriamo in coordinamento con i nostri partner europei, ma ogni operazione è stata gestita secondo i canali ufficiali. L’Europa non si nasconde dietro operazioni coperte. Agiamo per la pace.”

Frederiksen, appena uscita dalla conferenza, si chiuse nel suo ufficio e compose il numero diretto. Dopo due squilli, dall’altra parte rispose Freja “abbiamo risolto, ottima operazione. Sappi però che la prossima volta dovrai essere ancora più attenta. Stavolta ci è andata bene.” Freja rispose con tono calmo ma freddo “non si preoccupi, Signora Primo Ministro, la prossima missione sarà ancora più efficace. E questa volta, più… al femminile. Penso ci sia bisogno di cambiare schema.” Frederiksen accennò un sorriso e chiuse la chiamata.

Il click del cellulare che si spegneva sembrava tagliare il silenzio della stanza come una lama. Freja era seduta su una sedia metallica, la postura rilassata ma lo sguardo lucido. Di fronte a lei, in una gattabuia dietro le sbarre, Khaled Al-Rashid, lo sguardo stanco ma ancora arrogante, la fronte imperlata di sudore. Freja lo fissò in silenzio per un lungo istante, poi fredda disse “tu non uscirai mai da qui Khaled, é meglio se inizi a darmi informazioni prima che ti spalmi le palle su dei guanti per la tortura. Qua non c’é nessuna giurisdizione e posso farti quello che voglio.”Khaled si limitò a ridere, un riso basso e profondo “darti informazioni? Io sono cresciuto sotto le bastonate del mio maestro, Nourredin e i calci nei testicoli di quella puttana di Ava. Ora io sono qui vivo e vegeto, mentre loro sono entrambi sotto terra. Pensi davvero di intimidirmi?” Freja rispose sporgendosi in avanti “il tuo impero è finito, non ha più senso combattere. Non ti é bastata l’umiliazione che Ava ti ha causato? Devono essere stati dolorosi tutti quei calci alle palle, mh…oppure hanno fatto più male i pugni?” Khaled inclinò la testa con uno sguardo di rabbia pura “quando aprirò questa gabbia, tu, Freja Nielsen, rimpiangerai tutto quello che hai fatto e pregherai di non aver mai avuto la tua vagina.” Il suo tono nell’usare il nome completo era volutamente sprezzante, voleva far capire che adesso sapeva perfettamente chi era. La corazza psicologica di Freja era solida ma quel demonio la stava mettendo alla prova.

“Libererò il Medio Oriente da uomini come te. È questo il mio compito” rispose secca Freja. “Ma ci credi davvero?” rise Khaled. “O hai solo bisogno di raccontartelo? Pensi davvero che gli europei vogliano la pace? No. Vogliono il controllo economico. Vogliono non essere i burattini degli Stati Uniti o i servi della Cina. È solo geopolitica, in un modo o nell’altro siamo tutti delle pedine, non possiamo che ambire a diventare Re.” Il battito nel petto do Freja accelerò leggermente, mentre Khaled continuava il suo discorso “forse con questo bel discorso sulla pace e l’amore hai convinto Samira… Ava… quella ragazza armena. Ma me no. Sai cosa siete voi? Avvoltoi travestiti da colombe. E tu, Freja Nielsen, sfrutti persone disperate e ingannate. Alla fine, tu e io non siamo poi così diversi.” Ci fu silenzio da parte della danese ma Khaled non si fermò “ti fa male saperlo, eh? Che tu non sei la salvezza, prima o poi, le porterai tutte alla morte per la vostra cazzo di causa di potere, fanculo il femminismo.”

Freja si alzò lentamente, lo guardò per qualche istante, gli occhi freddi come vetro. Non rispose. Si voltò e uscì, chiudendo la porta dietro di sé. Doveva assolutamente pensare ai prossimi passi. Prima di tutto avrebbe risentito Anahit per darle i nomi delle donne che aveva intenzione di reclutare nella sua missione. Dopo dovrà trovare un modo per far parlare Khaled, pur di addentargli le gonadi e divorarle mentre ancora sono attaccate al suo corpo.

———————————————————————————

Nurit: https://imgbox.com/5M4qh2to

Yaara: https://imgbox.com/pvvzprpo

Capitolo 27

Comments

      More fun
      Want to support CHYOA?
      Disable your Ad Blocker! Thanks :)