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Chapter 25 by Esseremicidiale02
Capitolo 25
Scontro Finale - Seconda parte
Dal nulla, sopra l’orizzonte, quattro motoscafi neri comparvero come squali nel sangue. A prua, in piedi, un uomo somalo sulla quarantina, con giacca mimetica e torace nudo, adornato da collane d’osso e denti animali, alzò una mano tatuata. Una cicatrice gli attraversava la fronte, il volto era quello di chi aveva visto troppa guerra. Urlò “Kassim il rasoio é qua, pronto a prendersi ciò che é vostro!” Dietro di lui una giovane somala bellissima, 28 anni, pelle ebano, capelli rasati ai lati con dread lunghi, occhi ambrati a mandorla e fisico atletico: un volto feroce e determinato. Lei indossava una canotta nera, pantaloncini tattici e combat boots sfoggiavano piedi nudi forti e decisi. “Ma guarda un po’, usciamo per rubare qualche container e ci troviamo questo bottino di guerra, oggi é un giorno di festa per Asha la Vipera.” Erano seguiti da uomini e donne di ogni età, in diverse formazioni. Dal nulla Kassim tirò fuori un bazooka e puntandolo verso la nave madre di Khaled disse “ci vediamo baby.” Il colpo partì mentre Freja urlava a tutti i presenti di dirigersi verso le altre navi e il capitano degli Houti disse lo stesso a tutti i suoi uomini. Il colpo arrivò come un meteorite. Lo scafo era esploso, le lamiere si erano spezzate e uomini erano stati sbalzati in mare. Freja e Ava si erano gettate sulla loro nave principale, mentre Anahit era riuscita a gettarsi su una scialuppa al volo con Tarek e Samira. Altri erano rimasti intrappolati: un agente europeo era scomparso nel vuoto, un soldato iraniano era stato travolto da detriti, e i miliziani di Hezbollah erano finiti in un flusso di feriti. Tra le fiamme e il fumo Khaled notò che era rimasta una sola scialuppa, il capitano Houthi, accanto a lui, gli disse “dobbiamo andarcene!” Khaled lo guardò e poi, senza dire una parola, lo spinse fuori bordo, facendolo finire tra le eliche di una barca pirata. “Fottuto idiota” sibilò. In seguito si era rifugiato su una nave di Hezbollah, abbandonando la piattaforma e osservando la madre crollare definitivamente.
La Caporale olandese Noor Van Dijk si ritrovava su una scialuppa di salvataggio a recuperare possibili alleati, quando un pirata saltò proprio di fronte a lei dal suo motoscafo e disse “ora ci divertiamo bel faccino.” L’uomo, con un ghigno sporco di birra e tabacco, si abbassò i pantaloni con gesto volgare e occhi pieni di sfida. Noor non batté ciglio, il suo sguardo glaciale si fissò per un solo istante sul bersaglio, poi agì afferrando il guanto rinforzato della sua divisa e sferrò un gancio ascendente diretto ai testicoli nudi del pirata. Il quale con stupore e agonia indietreggiò barcollando dal dolore. Pieno di rabbia e probabilmente anestetizzato dall’alcool si gettò contro di lei sferrandole un calcio diretto sulle poche tette che si trovava la donna olandese. La scialuppa oscillò pericolosamente e l’acqua schizzò sui bordi mentre Noor si aggrappava alla scialuppa con le dita per non cadere. Si rialzò con un ghigno tagliente, gli occhi verdi illuminati da una luce feroce. "Ora ti mostro come le lesbiche sono brave a rendere donne anche gli uomini," sibilò, la voce più fredda dell’acciaio del coltello che luccicava alla sua cintura. L’uomo ebbe solo il tempo di alzare lo sguardo terrorizzato prima che il guanto rinforzato di Noor si schiantasse di nuovo tra le sue gambe, con una precisione chirurgica. Lei rise e disse “adesso sapranno di ciligie ammuffite”. Si lanciò di testa, i suoi capelli corti si schiantarono contro le gonadi dell’avversario e lei poté sentire direttamente sul cranio tutta la sofferenza dell’avversario. Lui vomitò la birra bevuta prima ma lei continuò imperterrita a calpestarli i testicoli ancora e ancora con i suoi stivali. L’uomo provò a richiamare il motoscafo che l’aveva lasciato per salvarsi ma venne fatto esplodere da un drone di Khaled ancora in giro a sparare, di fronte ai suoi occhi. La tenente continuava a divertirsi colpendo lateralmente le palle dell’uomo da destra a sinistra come se fossero un pendolo. Capì poi che doveva ritornare alla realtà, quindi caricò il suo piede più in alto possibile, quasi strappando la tuta e calpestò con tutta la forza i testicoli, tant’é che esplosero. Quando lei si guardò sotto gli stivali vide che si erano incastrati tutti i pezzettini tra le scanalature della suola. Si mise la mano davanti alla bocca disse “ups”. Infine con un calcetto lo ribaltò gettandolo giù dalla scialuppa, per poi tornare alla battaglia.
Asha, la giovane piratessa somala, saltò sulla nave degli Houti ancora in vita, alzò le braccia e dece un grosso respiro con il naso dicendo “qua sento un forte odore di denaro.” Gli uomini e le donne che la accompagnavano arrivarono subito dopo, dei miliziani stavano scappando con delle valigette e la piratessa urlò “dove pensate di andare!?” Uno dei miliziani, un uomo corpulento con una barba incolta, fece l’errore di voltarsi verso di lei, gli occhi pieni di panico. Asha si lanciò in avanti, sollevando polvere con i suoi combat boots e schiantando le sue dita dei piedi contro le gonadi dell’uomo barbuto. Le labbra della piratessa si curvarono in un sorriso selvaggio mentre l'uomo si contorceva ai suoi piedi. Gli piantò uno stivale sul petto ansimante, immobilizzandolo, mentre l'altro piede, ancora umido di sudore, gli si schiacciava lentamente in mezzo alle gambe, in seguito con uno scatto improvviso, gli conficcò di nuovo il ginocchio nell'inguine, il rumore disgustoso fece fischiare e applaudire i suoi compagni di squadra in segno di approvazione. Gli occhi della somala si illuminavano di immenso mentre muoveva il tallone in un cerchio spietato sui testicoli, ascoltando i gemiti soffocati e gutturali. Un membro dell'equipaggio le lanciò un paio di pinze arrugginite, lei le afferrò a mezz'aria, il metallo freddo incontrò le sue dita callose. Mentre si chinava i dreadlocks proiettavano ombre frastagliate sul viso sudato dell'uomo. Il suo respiro si fece affannoso mentre il metallo arrugginito aleggiava a pochi centimetri dal suo inguine rovinato “no, ti scongiuro..” disse con voce strozzata. Lei non rispose e con un movimento rapido e brutale, strinse le pinze intorno alla carne gonfia sotto i pantaloni strappati. L’urlo dell’uomo squarciò il ponte, crudo e frantumato: muscoli, arterie, vene, sistema linfatico dei testicoli cedettero sotto i denti corrosi dell'attrezzo. Soddisfatta del lavoro prese la valigetta che l’uomo aveva lasciato per terra e la aprì: all’interno si trovavano migliaia di euro.
In quel momento però, arrivò l’italiana Laura Bianchi, di fianco a lei Freja, la quale disse “mi dispiace, ma quei soldi sono sporchi e in quanto sporchi devono essere sequestrati.” Asha la piratessa fece uno scatto all’indietro con un paio di suoi uomini, Laura si gettò alla sua rincorsa mentre Freja si occupava di due pirati rimasti lì per fermarla, incrociò il loro sguardo in ariandi sfida. Il primo, un omone con cicatrici sul volto, le caricò brandendo un coltello. Con un movimento fluido, la danese schivò la lama e gli scaraventò un calcio violento ai testicoli. Il secondo provò ad afferrarla ma lei si mosse come una trottola, mantenendo per sempre la sua eleganza e schiacciò le sue palle con il proprio tallone. Il primo uomo, riuscì a riprendersi appena in tempo per vedere Freja estrarre un'arma strana e sinistra dal suo giubbotto tattico: una pinza con estremità arrotondate, ma dai bordi seghettati, progettata per un unico, atroce scopo. Con un salto da ballerina, la danese afferrò il sacco scrotale dell'uomo tra le mascelle metalliche “sai, non siete gli unici ad avere oggetti dedicati alla tortura dei testicoli, dovete sapere che le confessioni dei criminali sono il mio lavoro.” Freja serrò le mascelle metalliche con un movimento a scatto, le lame seghettate affondarono nella carne, prima perforando, poi strappando in un lento, metodico strazio. Il tessuto scrotale si lacerò come carta bagnata. “Io questo lo chiamo lo ‘sgranatore’, inoltre hai avuto sfortuna che in questo momento sono di fretta e quando sono di fretta divento più cattiva” disse Freja con la sua solita freddezza e totale mancanza di empatia. Il secondo uomo con un gesto dinamico, estrasse tre coltelli dalla cintura e iniziò a farli roteare tra le dita, li lanciava in aria in un vortice acrobatico, come se volesse dimostrandole la sua maestria e potenza nel maneggiare i coltelli. “Carino” sibilò la danese mentre la mano sinistra scivolava verso la fondina laterale. Il pirata ridacchiò, facendo roteare l'ultimo coltello attorno al mignolo in un gesto di sfida. Poi lei estrasse la pistola compatta, il pirata ebbe solo il tempo di vedere il lampo dell'acciaio prima che mormorasse “mi ero dimenticata di avere questa”, il proiettile perforò l'aria con precisione letale, centrando il pirata proprio tra le gambe, i testicoli esplosero in una poltiglia calda, annientati dalla forza del proiettile che proseguì la sua traiettoria incastonandosi nella parete.
Nel frattempo Laura Bianchi aveva raggiunto Asha ma all’improvviso un ombra massiccia si parò davanti a lei un gigante con cicatrici da coltello che gli solcavano il collo, le braccia tese come tronchi d'albero. L’italiana non rallentò, anzi, aumentò ancora di più la propria velocità e prima che l’uomo potesse placcarla, si abbassò e scivolò sotto le sue gambe. Serrò i pugni uniti come martelli e sganciò il colpo più potente di sempre ai testicoli dell’uomo, facendolo svenire con solo questo. Un ragazzo olandese provò a saltare addosso ad Asha ma lei li rifilò un colpo devastante con la valigetta nei coglioni dicendo “non intrometterti.” Laura aveva finalmente raggiunto Asha prima che potesse montare sul motoscafo con il bottino, proprio qua iniziò un intenso combattimento tra donne: due mondi, due forze, due modi diversi di combattere la guerra. Asha fu la prima a muoversi, con un balzo da leonessa, cercò di colpire la soldatessa italiana con un calcio circolare, ma Laura lo schivò di un soffio e contrattaccò con un montante diretto allo stomaco. La piratessa arretrò di due passi, piegata in avanti per l’impatto, poi sputò a terra, centrando la bocca del soldato italiano che aveva colpito prima, e disse con un ghigno “niente male per una figlia dell’Europa.” Laura strinse i denti rispondendo “sei solo una che uccide per il denaro.” I loro corpi si scontrarono con forza e Laura afferrò la spalla di Asha, spingendola verso un container e cercando di immobilizzarla con una leva al braccio, ma Asha le assestò una gomitata al volto, facendole saltare via la maschera balistica. Il volto della Bianchi, ora scoperto, era ancora più glaciale, il taglio dei suoi zigomi era netto, scavato dal ghiaccio e dalla disciplina. La pelle libera era incollata di sudore e le labbra erano serrate, sottili ma precise, prive di trucco. Una sottile spaccatura sul labbro superiore cominciava a sanguinare, ma lei non se ne accorse nemmeno. La somala cercò di strozzarla ma Laura reagì piantandole le dita negli occhi, quel tanto che bastava per costringerla a mollare la presa. La piratessa sfoderò un coltello dal cinturone, ma l’italiana la colpì al polso con un pugno secco, facendole volare via l’arma “le armi sono per chi non sa combattere.” Asha le diede una testata e disse “allora ti fotto con il corpo libero, tenente.” Salì sopra Laura per finirla con una raffica di pugni, ma proprio quando sembrava avere il sopravvento, una sagoma femminile si parò tra loro. Freja arrivò con calma letale e occhi azzurri come il ghiaccio delle coste danesi, dicendo “adesso giochi con me, stronza”, Asha si voltò con rabbia, cercò un calcio alto, ma Freja lo intercettò con l’avambraccio e poi le assestò un colpo secco sotto il mento, mandandola barcollante. La somala reagì con una combo di colpi veloci al ventre, poi tentò di strozzarla, ma Freja le mise il ginocchio nella vagina, la disarmò e con un pugno precisissimo alla gola la mandò a terra “addio vipera” e le sparò con freddezza un colpo in fronte. La tenente annuì e aprì la valigetta, ma era vuota.
Dall’altro lato della nave, un rombo di motore attirò la loro attenzione. Sul bordo esterno della piattaforma galleggiante, Kassim “Il Rasoio” stava già salendo sull’ultimo motoscafo superstite, con la vera valigetta stretta al petto, gridando “addio cagne europee! Ci vediamo prossimamente, se sopravvivete.” Freja si accigliò, il motoscafo era troppo lontano… ma non c’erano alternative. Si guardò intorno e vide il corpo di un soldato di Khaled morto, con addosso un piccolo esoscheletro da assalto tattico usato per i salti a bordo, lo prese, se lo agganciò alle gambe e al busto e corse. “Cosa hai in mente?!” chiese Laura. La danese rispose “un tuffo che annichilirà la virilità di quell’uomo.” Freja corse lungo il ponte, raggiunse l’estremità della nave e attivò il sistema con un colpo secco sul bracciale. Il propulsore si accese. In un sibilo metallico, la donna fu catapultata in avanti. Volò sopra le onde, mentre Kassim si voltava e vide il missile umano che stava piombando addosso urlando “MA CHE…” Freja atterrò con entrambi i piedi direttamente sulle sue palle, facendolo urlare come un toro sgozzato. Il motoscafo sbandò, colpì un’onda e si ribaltò. Kassim volò in acqua, rantolando. Freja, intatta e in piedi come una divinità vendicatrice, recuperò la valigetta e risalì il motoscafo. Prima di girare la chiave per tornare alla battaglia, guardò Kassim che si teneva ancora il basso ventre, agonizzante tra le onde “il patriarcato é sceso dal motoscafo” e sparò due colpi, uno ai testicoli e uno in fronte per porre fine alle sofferenze dell’uomo. Poi partì a tutta velocità verso il centro dello scontro navale, con la valigetta finalmente recuperata.
La nave degli Houthi era un relitto galleggiante, ammaccata, fumante, con le pareti nere di fuliggine e l’odore del metallo fuso che bruciava la gola. Lì dentro, tra i corridoi stretti e arrugginiti, Noor Van Dijk avanzava con passo saldo. Dietro di lei, un giovane soldato spagnolo, capelli neri, pelle bruna, volto affilato e un fucile leggero in spalla, la seguiva con lo sguardo vigile e lo stesso tremore che precede un temporale. “Andiamo a catturare i criminali rimasti qua dentro” disse Noor, scostandosi una ciocca di capelli biondi cortissimi dalla fronte, mentre alzava la pistola. Trovarono i die avversari in un corridoio laterale, uno era un Houthi alto e magro, con occhi febbrili e la barba incrostata di sangue, armato di un machete e un giubbotto sporco. L’altro, una guardia di Khaled, più robusto, carnagione scura e occhi neri, con un fucile automatico quasi scarico. Lo scontro fu brutale, Noor si avventò sull’Houthi con furia chirurgica, evitando il primo fendente del machete con una torsione precisa del busto e piantandoli un ginocchio nelle palle. Lui grugnì, cercò di afferrarle i capelli rasati ma lei gli prese il braccio e lo spezzò con una leva secca, facendolo urlare. Lui reagì con un pugno, colpendola al volto e strappandole un fiotto di sangue dal sopracciglio. Noor, senza arretrare, gli sputò in faccia. Lo sputo, denso, misto a saliva e sangue, gli colpì pieno il volto, scivolando verso le le labbra aperte, lo ingoiò per riflesso, tossendo come un cane rabbioso “adesso assapora la tua sconfitta, verme”, con uno scatto Noor colpì l’uomo di nuovo all’inguine. L’uomo crollò a metà, e lei continuò con un secondo calcio, poi un terzo, tutto nei genitali. L’uomo ancora non si arrese e allora lei sbatté la sua testa contro la parete metallica, un pezzo di metallo si staccò e lei lo conficcò nei suoi coglioni. Intanto, sullo sfondo, il giovane spagnolo aveva un duello serrato con la guardia di Khaled. I colpi del fucile erano finiti, erano passati a spintoni, gomitate, mani che si stringevano alla gola. Il ragazzo, con una manovra disperata, lo colpì alla mandibola con il calcio della pistola, poi ancora al ginocchio e poi al cazzo, e lo fece cadere. L’Houti, barcollante, con la faccia e l’inguine insanguinanti, alzò gli occhi e disse, con voce roca “Allahu akbar…” La guardia accanto a lui, col volto deformato dalla paura e dalla disperazione, sussurrò “che cazzo fai...” Si udì un clic secco e un’esplosione squarciò la nave, l’intera sezione centrale della nave si aprì come una lattina, lanciando metallo e fuoco nel cielo. La sagoma della nave degli Houthi tremò un istante, poi collassò su sé stessa. Dalla distanza, Freja vide la colonna di fumo levarsi e deglutì “no…Noor”. Era rimasta lì, fino all’ultimo. Come un soldato, come una leonessa olandese. Laura, ancora appoggiata a un parapetto, mormorò solo “meritava una morte migliore.” Freja chiuse gli occhi un istante. Poi li riaprì e si voltò verso l’orizzonte dicendo “Non è ancora finita. Rimane l’obiettivo primario, catturare Khaled”.
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Nel frattempo che si svolgevano le ultime battaglie, nella stiva oscura della nave di Hezbollah, l’ultima rimasta della marina di Khaled, echeggiava del rumore di passi affannati. Anahit, anche se stanca, guidava il gruppo con la sua uniforme perfetta, aspettandosi il peggio. Samira, la quale era rimasta poco vestita, camminava con il cuore a mille e molte ansie di non riuscire a farcela. Di fianco a lei avanzav Tarek, dolorante ma determinato a chiudere questa faccenda per la sua Dea. Anahit disse “il mio obiettivo al momento é quello di catturare Khaled e di fare esplodere questa maledetta nave, cancellandone ogni traccia. Non siete obbligati a venire con me, siete feriti o non capaci di concludere questa battaglia, avete già fatto abbastanza.” Samira sapeva perfettamente che l’amica aveva ragione, lei era completamente inesperta e sarebbe stata solo d’intralcio, nonostante questo reagì indignata “no, verrò con te fino alla fine, voglio vedere il SUO impero crollare con i miei occhi.” Tarek rispose subito dopo “ovunque vada la mia padrona, io la seguirò.” In realtà entrambi se la stavano facendo sotto.
Capirono che la loro era una pessima idea quando sentirono un colpo secco. Improvvisamente apparve un guerriero robusto di Hezbollah e con voce roca disse “fermatele!”, sfoderando la sua M4. Anahit reagì istintiva, evitò un primo colpo e, con un calcio rotante, colpì l’avversario all’addome, facendolo indietreggiare. Mentre lui barcollava, lei lo fece finire a terra con un pugno ben assestato nei testicoli. Un colpo netto, deciso, per non lasciare spazio alle riprese. Samira, pur impreparata ma carica di tensione, si trovò di fronte a un guerriero più agile. Era giovane e con sguardo feroce, indossava un uniforme davvero leggera. Si lanciò su di lei con destrezza, impanicata colpì con il piede nudo destro i suoi coglioni, facendolo sussultare. Lui si aggrappó alle sue tette per non cadere, la faccia della ragazza si arrossì e con una smorfia mista tra vergogna e rabbia gli titò una ginocchiata nel piene inguine. Lui svenne quasi all'istante, il dolore fu l’unico suo compagno, ma non era ancora finita: prese le sue palle tra le unghie perfette e iniziò a strizzare con una potenza che non pensava di avere, quasi bucandogliele, per poi scaraventarlo contro le passamaniglie. Si sentì invincibile ma questo durò ancora per poco, un altro uomo la prese da dietro e iniziò a strozzarla “tu sei la troia del boss, vediamo come sono le tue forme”. Iniziò a farle sentire la presenza del proprio pene eretto sulle mutande, premendoci con veemenza mentre le sue mani quasi la soffocavano. Con la poca forza che aveva Samira riuscì ad abbassare il sedere strusciandolo sul pacco marmoreo per poi tirargli una forte culata ai testicoli. Lui indietreggio dolorante e emettendo un piccolo colpo di tosse. Fece una risatina e rispose “brutta puttana”, aprì la sua grossa mano e tirò lei un forte schiaffo. Il colpo la stordì brevemente e per un momento non ci vide più e cadde in terra. Anahit sentì il fondo e prima che l’uomo la potesse prendere a calci si diresse a corsa verso di lui, lanciando un push kick basso alle palle. Nonostante il dolore l’avversario non si arrese e provò a catturare l’armena tra le braccia, lei rispose con un colpo di palmo, diretto nuovamente ai testicoli, nonostante continuasse a tirare colpi di palmo e pugni l’uomo non mollò la presa, finché Samira, ripresa dalla botta, non chiuse a forbice le palle dell’uomo tra i suoi talloni nudi. L’uomo urlò con i testicoli devastanti lasciando Anahit, che in tutta risposta si abbassò in spaccata, tirò giù i pantaloni dell’uomo e sganciò un pugno fortissimo dal basso verso le gonadi scoperte e martoriate. Samira, presa dalla rabbia, le afferrò con le mani eseguendo una ‘presa e strappo’. Siccome le palle non cedevano si unì anche Anahit alla mossa e insieme strapparono le palle dell’uomo dal suo corpo, facendolo svenire. Intorno a loro Tarek affrontava un altro avversario, brandendo un tubo di metallo come bastone, mentre massaggiava il proprio braccio ferito. Il suo colpo fu meno elegante, ma efficace: il tubo colpì l’uomo alla mascella mettendolo fuori gioco.
Non era ancora finita, perché dal fondo del corridoio si sentì arrivare un mostro. Il metallo scricchiolava sotto i suoi passi come se la nave non fosse fatta per sopportare quel peso. Era un colosso di Hezbollah, alto più di due metri, braccia grosse come tronchi di cedro libanesi, la pelle bruciata dal sole e solcata da vecchie cicatrici da coltello. Indossava solo una canottiera strappata e pantaloni mimetici imbrattati di polvere e sangue. Brandiva una mazza artigianale in legno con piccoli spuntoni metallici infilati lungo tutta la testa dell’arma. Appena li vide, scattò senza esitazione verso Tarek, individuando in lui l’anello più debole. L’uomo ferito al braccio, provò a sollevarsi, ma era evidente che non avrebbe potuto reagire in tempo. Per fortuna Anahit riuscì ad anticiparlo, gridò “NO” e senza perdere un solo battito, sfruttò il corridoio stretto per spingere il corpo in avanti con tutta la velocità possibile. Le sue scarpe militari ticchettarono sull’acciaio, prese slancio e si lanciò in aria come un proiettile umano. Le ginocchia si piegarono sotto di lei e, con un colpo perfetto, affondò entrambe le scarpe rinforzate direttamente nei coglioni del colosso, appena prima che raggiungesse Tarek, facendo gemere il bestione con un urlo roco e inumano e facendolo barcollare per il colpo improvviso. Non aspettò un secondo, brandì la mazza e la calò verso la rivale armena con violenza inaudita. Lei ruotò, abbassandosi di colpo, e con l’avambraccio sinistro bloccò l’attacco, proteggendosi il volto. Con lo stesso avambraccio contrattaccò infilandoglielo nei testicoli. L’avversario indietreggiò con la bocca spalancata “dai vieni qua! Con quella bocca aperta sembra che tu voglia leccare i miei piedi sudati.” L’uomo non si era ancora stancato, spalancò le braccia e la colpì con un pugno diretto al torace. Anahit volò contro la parete, sbattendo contro un pannello elettrico che esplose in scintille. Il sangue le colò da un taglio all’arcata sopracciliare. L’uomo avanzò come un incubo trascinando la mazza con se. Lei si rialzò a fatica, prima scatarrò in faccia a lui, un misto di muco, sangue e saliva. In seguito lo affrontò a mani nude, prima fece finta di colpirlo, poi con un gioco di mani fulmineo, afferrò la mazza dal manico, gli girò intorno sfruttando il proprio peso, e gliela strappò di mano. Il colosso fece per reagire, ma la mazza ora era nelle mani di Anahit, e lei gliela schiantò tra il pene e le palle con una potenza disumana. Il suono fu come quello di un tamburo spezzato. L’uomo indietreggiò con le lacrime agli occhi, ma ancora vivo. Tirò fuori un coltello lungo, dentato, una lama fatta per lacerare, non per pugnalare. L’armena schivò i primi affondi. Il gigante usava forza cieca, ma poco controllo. Lei danzava attorno ai suoi colpi come un serpente addestrato, ma stava per perdere il ritmo dalla stanchezza.
Fu allora che Samira intervenne, scalza, corse dietro l’uomo e alzò entrambe le mani, stringendole a martello gridando qualcosa. Colpì con forza le sue palle con un doppio colpo a martello, per quanto lei si impegnò, l’uomo aveva subito talmente tanti colpi devastanti ai gioielli che il colpo della ragazza fu quasi nullo. L’uomo si voltò lentamente, la guardò con aria stizzita, e la colpì con un calcio netto all’addome, facendola scivolare per un metro buono, lasciando una striscia di sudore e pelle livida a terra. “Mia Dea!” gridò Tarek, lanciandosi con tutta la forza che gli rimaneva. Brandì la prima cosa che trovò come arma, ma il gigante gli si voltò addosso, e lo colpì in pieno con il gomito. Tarek crollò contro un armadietto metallico malconcio. Il bestione alzò la lama per il colpo di grazia ma Anahit lo azzannò. Letteralmente, gli morse le gonadi con forza e il sangue spruzzò leggermente fuori. Lui urlò di dolore, cercando di scrollarsela, ma lei gli assestò una testata sotto il mento dal basso. Mentre lui vacillava, lei colpì prima con un calcio diretto la sua arma, facendola volare in aria, e poi con un calcio circolare infilò la sua suola nella sua bocca. Il gigante crollò a terra ma loro non avevano ancora finito. Samira si era rialzata, i piedi nudi scivolosi di sudore, il corpo tremante di dolore, ma la determinazione negli occhi era qualcosa di nuovo. Aveva visto abbastanza uomini come lui rovinarle la vita. E adesso… toccava a lei. Salì a cavalcioni sul corpo del gigante insieme ad Anahit, che la guardò per un attimo senza dire nulla. Insieme cominciarono a colpirlo con pugni, gomitate e calci, in una scarica feroce e con ritmo di rabbia. Colpivano un po’ ovunque ma quasi tutti i colpi erano mirati ai testicoli, ora nudi avendoli abbassato i pantaloni. Nel frattempo lui rimaneva a bocca aperta e loro ne approfittarono per sputarci, riempirla di sudore, strusciarsi stivali e piedi, Anahit ci passò anche l’ascella. Samira, alla fine, alzò il piede nudo e glielo calò con forza sulle palle verso il pavimento, sentendo tutta la polpa bianca che si spalmava sotto al piede, ancora e ancora. Quando si fermarono l’uomo non riusciva più a muoversi. “Questo è per tutte le donne che avete cercato di spezzare, inclusa me” sibilò Samira. Un grande lavoro di squadra.
Fu proprio in quel momento che Khaled apparve di fronte a loro, era a petto nudo e scalzo, si era tolto i vestiti eleganti perché erano di intoppo alla battaglia che lo aspettava. Con uno sguardo infuriato e che gridava solo morte e vendetta osservò i presenti e poi disse “devo dire che mi avete proprio fregato, non mi aspettavo per nulla tutto ciò”, nella mano ruotava un coltello “Samira, per tutto questo tempo sei stata brava a fingere, mi avevi quasi convinto di non essere una traditrice. Finito tutto questo, sarai mia schiava per sempre e non vivrai più nessun giorno felice nella tua vita.” Samira rispose “meglio morta che sottomessa da uno come te.” Khaled la ignorò e fissò Tarek “amico mio, da te non me lo aspettavo proprio. Dopo tutto quello che abbiamo passato insieme come osi tradirmi in questo modo? Sei innamorato di lei vero? Non preoccuparti, a breve ti ucciderò e non dovrai vedere mentre la scopo.” Infine fece un cenno con la mano ad Anahit “forza guerriera, sei valorosa ma vediamo come te la cavi contro di me.” Anahit, impugnò il suo coltello e senza rispondere avanzò. Tarek e Samira fecero un passo indietro comprendendo che non erano pronti alla furia del loro avversario. L’armena scattò come un fulmine con il suo coltello, ma lui la fermò con un colpo corto al petto e un calcio diretto alle costole. Lei barcollò senza cadere. Khaled fece un sorriso sadico e continuò a parlare “cosa pensavi di fare eh? Fare esplodere questa nave e sconfiggermi? Ma io ti massacro.”
Khaled si avvicinava con passo silenzioso, misurato, il coltello roteante tra le dita come un rituale di morte. I suoi occhi, due pozzi neri di rancore, fissavano Anahit come se fosse un nodo da recidere, il respiro calmo. L’armena, col fiato ancora spezzato dallo scontro precedente, si tolse gli scarponi, lasciandoli cadere, tutto intorno si sentì la puzza. I suoi piedi nudi si appoggiarono sul metallo unto di sangue e salsedine, le vene gonfie di tensione, i talloni segnati dal combattimento, i muscoli delle gambe tesi come corde d’arco. Ma i suoi occhi, quelli no, erano ancora quelli di una guerriera. Khaled inclinò la testa. “Anche tu ti togli le scarpe, eh?” Anahit rispose solo col silenzio, avanzando con il proprio coltello saldo in mano. Fu Khaled ad attaccare con uno spinning back kick preciso e improvviso, il piede cercò il volto dell’armena. Lei si abbassò all’ultimo, rotolando di lato con agilità felina. Khaled proseguì con una raffica: ginocchiata frontale al costato, pugno martellante alla scapola e gomitata discendente. Tutto in sequenza, tutto con la precisione di chi ha allenato ogni movimento per decenni. Anahit subì il colpo alla spalla ma reagì con la brutalità della strada: calcio a frustata con il collo del piede dritto alle palle di lui, l’aveva preso sul lato sinistro. Subito dolo un colpo di avambraccio sul naso, e infine una ginocchiata di nuovo in mezzo alle gambe, con la forza che aveva, sentì bene i testicoli appoggiati e doloranti. Khaled era stato allenato fin da piccolo anche a questi colpi e non cedette. Il suo coltello sfiorò l’addome di lei, strappando l’uniforme, lasciando una scia rossa. Lui disse “armena eh? Ti hanno lasciato in vita per pietà, pensi di poter durare ancora a lungo eroina? Mica sei Captain Marvel!” Anahit, con il sangue che le colava sul fianco, sibilò “ho castrato uomini che sembravano anche più in gamba di te, giuro che dopo averlo fatto scaricherò tutto l’intestino dentro quella sporca bocca che ti ritrovi.” Lo spinse contro un angolo, facendo sbatterli le palle contro uno spigolo metallico. Khaled urlò qualcosa in arabo e partì con una presa da aikido, bloccandole il polso e lanciandola in aria, facendola atterrare malamente sulla lamiera. Lei era pallida e aveva quasi esaurito anche le forze extra. Lui caricò. Ma lei lo colpì con una tallonata a sorpresa secca nei testicoli che lo sbilanciò, seguita da un pugno dritto al mento, uno schiaffo graffiante sul petto e un nuovo colpo alle gonadi con la punta del gomito. Khaled barcollò senza arrendersi. Si avvicinò e con un inner wrist lock la sbatté a terra di nuovo. Mise le mani alla sua gola ma Anahit raccolse una catena spezzata da terra e gliela fece schioccare sulle costole. Lui ruggì, iniziarono a tirarsi nuovi colpi corpo a corpo; lei con colpi diretti e feroci, ginocchiate allo stomaco, graffi al petto, spinte contro i pannelli, e un devastante calcio circolare dritto in mezzo alle gambe. Khaled vacillava dicendo “ti hanno addestrato bene…” sibilò. “Ma sai cosa manca ai guerrieri come te? L’odio puro.” “E tu sai cosa manca a quelli come te?” Anahit rispose, “Il cuore.” Fu in quell’attimo che entrambi rallentarono. Il sudore colava. Il respiro era un fuoco. E… per un secondo, ebbero entrambi delle visioni. Khaled vide Nourredin, il vecchio maestro, severo e silenzioso, che gli insegnava a sopravvivere. Lo fissava con occhi delusi, come a dire “non farti sconfiggere da questa donna scarto della società, figliolo.” Anahit vide la sua compagna curda del Rojava persa anni fa, con la kefiah sporca di terra e un sorriso dolce. Le diceva “ora tocca a te, finiscilo.” Khaled riuscì a buttrla nuovamente a terra senza nessuna forza, alzò il coltello pronto per finirla. In quell’esatto momento Samira si mise davanti urlando “No!” La lama le sfiorò la guancia, una goccia di sangue. L’uomo la respinse via con uno schiaffo brutale e Samira finì contro una paratia. Prima del colpo fatale una voce risuonò alle spalle “Khaled, cosa mi combini quando non ci sono io a sculacciarti?” La sagoma alta e potente, Ava comparve, lo sguardo tagliente “hai bisogno di una bella lezione. Sono venuta a prendermi la mia vendetta per quello che hai fatto anni fa… a Zin.” L’uomo si voltò, gli occhi infuocati e un sorriso a 36 denti.
Khaled era sfinito, aveva il petto nudo lucido di sudore, segnato da cicatrici causati dai graffi di Anahit e le palle davvero ammaccate. Nonostante ciò la sola voce di Ava fece ricaricare in un secondo il suo corpo al 100% di batteria. La donna sembrava sfinita dai combattimenti avuti contro i suoi uomini, la tunica ora mostrava strappi e macchie di sangue, rivelando una gamba già fratturata, probabilmente da scontri precedenti, ma con lo sguardo che non mostrava resa. Khaled applaudì avvicinandosi sempre di più a lei “complimenti ava, finalmente ti decidi a scontrarti con me faccia a faccia senza nessuno che ti supporti. Peccato che io sia un po’ ammaccato e sporco al momento.” Ava ridacchiò e disse “sei sempre stato sporco dentro, Nourredin non ha fatto altro che portarti ad esserlo anche fuori.” Khaled guidò il primo assalto, con un calcio frontale prese Ava allo sterno, facendola vacillare “non dire il suo nome.”Ava rispose con un urlo e una reazione istintiva: afferrò il polso di Khaled, derubricando il suo equilibrio, e lo spinse contro una paratia. Con una rotazione della spalla, gli strappò di mano il coltello di scena, lanciandolo via.
Khaled sgranò gli occhi dicendo “impossibile”, in risposta, Ava lanciò un pugno circolare diretto sulle palle, seguito da una ginocchiata nello stesso punto. Khaled si rialzò di nuovo, quell’uomo era una macchina da guerra, i suoi testicoli nonostante tutti i colpi non avevano ancora ceduto. Afferrò di nuovo la sua arma preferita ed entrò in azione: calci rotanti, pugni spezzatorace, prese che cercavano di strozzarla. Ava contraattaccava ogni volta: gomitate, frustate con il piatto della mano, e calci con il collo del piede contro le palle o le ginocchia di lui. Tutto era misura, tecnica, volontà pura. Si poteva notare però che la gamba era devastata ma lei non voleva arretrare. Khaled continuò ad urlare “guardami negli occhi, Ava! Non sei niente, solo una donna fragile!” si prese una pausa e continuò “invece io sono perfetto, sei stata proprio TU a farmi diventare così malvagio, TU mi hai insegnato che cosa era l’umiliazione e adesso…te e tutti i tuoi amici proveranno lo stesso.”
Lei strinse i denti, tirando un calcio netto alle palle con la gamba buona “donna fragile? Ma se a tratti rischi di rimanere sotto nello scontro con me.”Ribaltò il braccio di Khaled con un colpo secco e lo trascinò, dopo una torsione, gli fece sbattere le palle su un tubo metallico. Ora il dolore all’inguine era davvero forte e risaliva fino al cervello, ma non mollò. La spinse con un colpo al petto che la fece volare di schiena. Si rialzò in ginocchio, le mani tremanti ma pronte.
Con la furia di chi ha già perso tutto, Khaled tirò un calcio basso alla gamba ferita “mai mostrare i punti deboli.” Si sentì un forte ‘craak’ e la gamba di Ava cedette completamente. La donna di accasciò e iniziò ad urlare dal dolore, Khaled stava per darle il colpo di grazia quando con un movimento di testa a fenice, tirò un ultima testata nei coglioni con i suoi perfetti capelli, lui barcollò e strisciando Ava le tirò una gomitata nel viso, che lo fece svenire.
Ava non ebbe il tempo di esultare per la vittoria, nel corridoio arrivavano passi rapidi, gli ultimi uomini di Khaled, con le armi pronte. Anahit, Samira e Tarek erano troppo feriti per intervenire. Fu allora che Freja e Laura comparvero, armi in pugno. La situazione era disperata, Anahit si teneva ammalapena in piedi, Samira e Tarek erano molto feriti, Ava aveva una gamba spezzata e oltretutto dovevano portare via Khaled svenuto. Freja scoccò un’occhiata “merda, non so se riusciremo a portare via tutti. Abbiamo pochissimo tempo!” Ava guardò il suo corpo e la tunica in pezzi, poi disse “io… io resto. Farò esplodere la nave e vi lascerò il tempo di andarvene.” I passi degli uomini erano sempre più vicini ma Freja esclamò “no, ti portiamo via!” Ava scosse la testa “mi dispiace…quando Khaled andrà in prigione, tiragli un calcio nei coglioni fortissimo da parte mia.” Freja e Laura presero tutti gli alleati e il corpo di Khaled svenuto, abbandonando gli ultimi dubbi. Quando i soldati di Khaled irromperono Ava li accolse a mani nude, gridando “addio patriarcato!” Immediatamente attivò una piccola bomba a energia che aveva conservato. Il corridoio tremò. Soldati e Ava furono investiti da una luce accecante e un boato. La nave tremò e cedette.
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In conclusione erano state abbattute 7 navi: quella di Khaled, quella iraniana, quella di Hezbollah, le due Houti, la spagnola e l’olandese, senza contare i motoscafi dei pirati. Inoltre anche la nave di Freja e l’italiana risultavano particolarmente colpite. Il bilancio delle vittime era senza precedenti, oltretutto la maggior parte dei sopravvissuti era ferita. Quasi tutti gli uomini di Khaled avevano lasciato le penne (o le palle) in questa missione, anche moltissimi uomini dei servizi segreti o soldati europei erano stati uccisi. Gli Houti erano praticamente stati sterminati e i pirati con loro. Khaled e i pochi rimasti del suo gruppo furono arrestati tutti, anche se il luogo di detenzione veniva oscurato al pubblico, per non creare ulteriori casi di Stato. Israele e i Paesi Arabi esigevano spiegazioni per ciò che era successo di fianco alle loro acque territoriali, accusando i Paesi Europei di interferenza. L’Unione utilizzò la scriminante di aver subito degli attacchi da parte delle navi Houti durante il blocco navale, anche se gli Houti (non potendo parlare della situazione e dello scambio) accusarono semplicemente i paesi europei di essere stati loro gli aggressori. Per quanto riguarda la scomparsa di Khaled, venditore di armi particolarmente famoso in Medio-Oriente e ricercato in tutto il resto del mondo, l’Europa rispose che al momento l’uomo era tenuto sotto sorveglianza ma che per motivi di sicurezza non avrebbero potuto essere maggiormente esaustivi. Anahit, Tarek e Samira, dopo aver lasciato Khaled insieme a Freja in un posto sicuro, si diressero in Italia per curarsi da tutte le ferite riportate, sia nel corpo che nello spirito. Il nome di Ava non fu mai citato nei rapporti europei, ma ogni persona presente sapeva che lei era stata la donna che aveva sfidato Khaled e si era sacrificata perché gli altri potessero fuggire. In poche parole, anche se costosa di vite umane, la missione di Freja era stata un successo: Khaled era stato arrestato, erano riusciti a sequestrare sia i soldi sia un drone di ultima generazione e Samira era stata portata in salvo. Molte altre sfide sarebbero spettate loro, e questo lo sapevano benissimo.
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Capitolo 26 - STAGIONE 2
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Medio-Oriente Ballbusting: una guerra femminista
Un’avvincente storia femdom
Ballbusting
Updated on Jan 21, 2026
by Esseremicidiale02
Created on Jul 5, 2025
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