Chapter 27 by Esseremicidiale02
Capitolo 27
Fumo, Ferite e Decisioni
Il sole entrava tiepido dalle tende bianche dell’ospedale di Roma. La camera era spaziosa, silenziosa, se non per il suono flebile del monitor cardiaco che ticchettava. L’odore di disinfettante aleggiava, penetrando ogni angolo. Anahit era seduta sul letto, una coperta leggera appoggiata sulle gambe, il busto ancora fasciato da bende fresche. Si era ripresa in fretta, come sempre, ma le occhiaie profonde scavate sul suo volto raccontavano il peso dei giorni passati. Per una volta non aveva il suo completo da operazione militare ma indossava un abito tradizionale armeno, lungo fino ai piedi, floreale, dai toni rossi e blu intensi, stretto in vita da una fascia ricamata a mano, i suoi piedi nudi spuntavano fuori, dita lunghe e affusolate con segni degli evidenti delle ultime missioni. I suoi lunghi capelli castano scuro, sciolti e leggermente ondulati, cadevano sulle spalle con naturalezza. Solo gli occhi, grandi e nocciola, restavano impassibili, guardavano lontano, come se ancora combattessero. Anche i piedi di Samira mostravano ciò che aveva passato negli scorsi giorni, le dita, snelle ma forti, portavano ancora leggere abrasioni sul dorso, residui ormai seccati di piccole ferite causate dal camminare scalza per tutto il tempo durante la battaglia navale. Sotto la pianta del piede, si notavano calli sottili, mentre le unghie, un tempo smaltate e perfette, erano spezzate ai bordi ma resistenti. Sopra indossava sandali semplici forniti dall’ospedale, erano aperti, una suola in gomma flessibile e con due fasce in tessuto beige incrociate sul dorso del piede.
Samira, seduta poco distante dall’amica, giocherellava i testicoli di Tarek. I suoi capelli ricci castano scuro erano legati in una coda disordinata, indossava dei pantaloni beige morbidi e una blusa color avorio, semplice ma elegante, che lasciava scoperta una clavicola segnata da un livido ancora evidente. I suoi occhi verde oliva sembravano oggi più vivi. Per la prima volta in anni, Samira si sentiva… libera. “È davvero finita?” disse quasi in un sussurro, guardando la finestra. Tarek, dolorante per le unghie che si stavano conficcando nel suo scroto nudo rispose “si padrona mia, però visto che siamo finalmente in libertà potresti lasciarmi le palle.” Anahit disse a Tarek “tu stai zitto, cane. Ti giuro non riesco a comprendere come mai tu abbia abbandonato la tua posizione precedente, ma significa che c’é ancora speranza per l’umanità” poi si voltò, con tono neutro verso la ragazza libanese “beh si, quella parte missione é finita, purtroppo per arrivare al mio obiettivo ho paura che ci sia ancora tanta strada da fare.” Samira inspirò profondamente, lasciando finalmente i testicoli di Tarek e dicendo “é strano, sai? Non sentirmi controllata. Da Khaled, da Hezbollah, dagli uomini. La mia rabbia era una forma di catena… e ora che l’ho spezzata, non so più che fare della mia vita.”
Tarek, ancora in piedi, nudo dall’ombelico in giù e con i cerotti dalla precedente battaglia sorrise dicendo “sembri quasi profonda.” Samira si girò verso di lui con un lampo negli occhi e senza preavviso, dalla sedia dov’era seduta, gli tirò un calcio dritto, fortissimo, di tibia, nelle noci. L’impatto fu secco e violento e Tarek fece un verso di dolore “ughhh, che male!” La ragazza osservò il suo spasmo con un sorriso languido, le dita affusolate si asciugarono una ciocca di capelli ribelle dietro l’orecchio “profondità e dolore vanno a braccetto, caro.” Anahit, anche se stressata, decise di prendersi un momento di burla e divertimento, chiedendo a Samira “effettivamente in quanto uomo non ha ancora subito le punizioni necessarie giornaliere. Ci dobbiamo pensare noi.” Samira esclamò “hai ragione”, con voce dolce e faccia buffa, poi si rivolse a Tarek “forza, metti le palle sotto la gamba della sedia.”, battendoci la mano sopra. Il suono metallico risuonò nella stanza sterile e Tarek pregò “perfavore no…”, ottenne solo uno sguardo freddo dalla sua Dea, per questo decise di obbedire. Le sue dita, ancora segnate dai cerotti e dalle ferite, scivolarono sotto lo scroto, sollevandolo con un gemito strozzato. La pelle, già arrossata per le precedenti sevizie, si tese mentre posizionava le palle sotto la gamba metallica. La ragazza si mise a saltellare leggermente sul sedere, facendo oscillare la sedia con un ritmo crudele, per poi sussurrare con falsa innocenza “ops”, mentre il peso del suo corpo schiacciava le povere noci. Quando smise, il respiro di Tarek era un rantolo spezzato. Samira non si accontentò e allungò un piede verso di lui, il sandalo pendeva dal suo alluce “toglimeli con la bocca.” Lui si chinò in avanti, le labbra tremanti che si avvicinarono alla punta del sandalo. I denti gli scricchiolarono per lo sforzo mentre afferrava delicatamente la striscia di tessuto, tirandola via con un movimento lento, prima uno e poi l’altro. A quel punto iniziò a leccare, mentre Samira piano piano toglieva la gamba della sedia dai testicoli straziati. Nel frattempo l’uomo puliva l'arco plantare del piede di Samira, cogliendo granelli di sale secco e il lieve odore ferroso del sangue vecchio tra i calli. Arricciò il naso per il calore muschiato, tre giorni tra battaglia e batteri ospedalieri appiccicati alla sua pelle, ma non si ritrasse. La ferita al tallone, una ferita mezza crostosa causata dalle schegge del ponte, pulsava rossastra mentre la sua saliva la colava. Samira gli agganciò le dita del piede sotto il mento, costringendolo a sollevare la testa, mormorando “leccalo bene”, osservando il suo pomo d'Adamo che si muoveva. Tarek aveva appena finito di pulirle la ferita quando Samira, con un balzo improvviso, si gettò dalla sedia di culo. Il suo peso si abbatté come un macigno sui suoi testicoli già oppressi, schiacciandoli senza pietà contro il pavimento freddo della stanza d'ospedale. Un urlo gli esplose dalla gola, mentre il dolore gli dilagava nell'inguine come lava. La ragazza fece una risata contagiosa, le fossette che le scavavano le guance del viso rotondo mentre si alzava in piedi con un saltello “tesoro, tocca a te” disse ad Anahit, il tono melodioso come se stesse proponendo un gioco da bambini. L’uomo con gli occhi lucidi dalle lacrime, si avvicinò al letto di Anahit, ancora sdraiata, la quale disse “brutto schiavo, adesso faccia rivolta verso i miei piedi e palle verso di me, grazie.”
Tarek obbedì annusando, l’odore che emanavano i piedi della ferita erano un misto di sudore rancido, medicazioni ospedaliere acide, e quel tanfo dolciastro di pelle macerata dentro le scarpe per giorni. Tarek inserì la lingua spessa e impastata, facendola strisciare prima lungo l’arco calloso della pianta, raccogliendo lo strato di polvere e sudore indurito. Le papille gustative bruciarono al contatto con il sapore salmastro, metallico, quasi come leccare una moneta ossidata. La sua punta si infilò tra le dita dei piedi, scavando nella fessura umida dove si era accumulata una patina biancastra di pelle morta e residui di calze. Anahit, con un sorriso che mescolava crudeltà ed esperienza, allungò le dita delle mani verso lo scroto già martirizzato di Tarek. Le sue unghie, lucide come lame, scivolarono con precisione chirurgica lungo i bordi gonfi delle sue noci, trovando quei punti nascosti dove i nervi pulsavano più sensibili, mentre il pollice e l'indice si serravano in una presa a tenaglia su un minuscolo cordone di tessuto vicino all'epididimo. Samira, con un lampo di sadica ispirazione, raggiunse il comodino dove giaceva la busta di plastica opaca, gonfia del liquido giallastro che Anahit vi aveva depositato nei giorni precedenti. Le dita ne strofinarono il contenuto con deliberata lentezza, mescolando i fiocchi torbidi che si erano depositati sul fondo. Anahit, che stava pugnalando i testicoli gonfi con le nocche, lasciando che il dolore si propagasse in onde pulsanti attraverso l'inguine di Tarek, smise per un secondo dicendo “che bella idea, non ci avevo pensato.” Samira si avvicinava, la busta giallastra gocciolava tra le sue dita, con un tono zuccheroso come un veleno disse “apri. Anahit serrò le dita intorno ai testicoli come una morsa d’acciaio. Tarek spalancò la bocca in un rantolo muto, le corde vocali strappate da un leggero urlo, quando Samira gli rovesciò la busta in gola. Il liquido giallastro colò denso lungo la sua lingua, grumi coagulati che si appiccicavano al palato come colla. La ragazza rideva mentre lui sentiva tutto il sapore di piscio stagionato scendergli verso lo stomaco, acido, fermentato, con quel retrogusto di ammoniaca che gli bruciava le mucose, ogni tentativo di deglutire era una battaglia contro il conato. Samira piegò il torso in avanti, le labbra carnose si aprivano, mentre raccoglieva saliva in bocca. Un filo lucido le penzolò dal labbro inferiore per un istante, prima che lei lo lasciasse cadere con un suono umido sulla lingua di Tarek. Non era la saliva limpida di una ragazza ben idratata, ma un catarro denso, giallastro, intriso del caffè forte che aveva consumato quella mattina. Le due ragazze si guardarono e un lampo di complicità crudele passò tra loro mentre le mani si serravano in pugni contemporaneamente: le nocche di Anahit affondarono nel testicolo sinistro di Tarek con un suono acquoso, nello stesso istante, il pugno di Samira colpì il destro con un movimento a martello, le dita che rimbalzarono leggermente sulla superficie guazza e inturgidita, come se stessero giocando a scambiarsi una mela avariata. Dopo questo colpo finale smisero, non volevano privarsi definitivamente della parte più interessante del loro schiavo facendola esplodere.
In quel momento la porta si aprì, e una figura familiare entrò: Laura Bianchi, tailleur grigio scuro e camicia bianca perfettamente stirata. Con passo deciso raggiunse Tarek e gli diede una ginocchiata nelle palle già tumefatte e arrossate “ho visto che lo fate sempre, quindi volevo provare anche io.” Nell’immediato a seguire tornò seria e riferendosi sia ad un Tarek distrutto sia a Samira disse “bravi ragazzi, missione conclusa. Adesso voi due siete liberi, ve lo siete guadagnato.” I due si guardarono sorpresi, mentre lei continuava “ecco a voi i documenti per il rifugio politico in Europa. Scegliete voi dove andare, non siete più costretti a tornare in Libano. Samira, il tuo account con Hezbollah è stato disattivato. E appena potremo rendere pubblica la cattura di Khaled, ci saranno conferenze stampa. Se vorrai… potrai parlare, solo se te la senti.” La ragazza annuì, era un mondo nuovo, uno dove avrebbe avuto voce. Poi l’italiana si avvicinò ad Anahit, che la fissava in silenzio “tu, invece… lo sai, per una serie di ragione non potremmo tenerti qui come rifugiata neanche se volessimo. A breve tornerai alla tua missione.” L’armena alzò un sopracciglio “ci mancherebbe, figuratevi se avrei mai potuto prendermi una vacanza dopo tutto quello fatto. Posso avere almeno una sigaretta?” Laura gliela porse e Anahit si alzò, mettendosi delle pantofole e dirigendosi verso il cortile interno.
Fuori dalla struttura, Anahit accese la sigaretta con un gesto lento. Samira la seguì poco dopo chiedendo con occhi brillanti “ne posso avee una anche io?” Lei gliela passò e le due donne fumarono in silenzio, mentre il vento tiepido accarezzava le foglie. Dopo qualche minuto, Samira parlò “sai, ci ho pensato bene, mentre torturavamo Tarek insieme. Io non voglio più stare a guardare, voglio unirmi alla vostra missione. Voglio lottare per tutte le donne che non hanno fortuna o forza per scappare. Per quelle che ancora vivono incatenate.” L’armena sbuffò una risata secca “sei forse impazzita? Sai a malapena nemmeno come si tiene un’arma, nella scorsa battaglia sei sopravvissuta perché gli uomini di Khaled avevano l’ordine di non ucciderti. Pensi che affrontare il mondo esterno sia semplice come calciare quelle inutile gonadi del tuo schiavo fedele? Assolutamente no!” Samira fece un broncio di rabbia “non voglio essere solo un simbolo che parla della propria esperienza, voglio essere concretamente e fisicamente utile.”
Anahit si mosse di scatto, muovendo la testa contro la sua, la sigaretta ormai bruciata “e allora cosa vuoi fare? Combattere come me? Come se fossimo in un film? Non sai minimamente cosa voglia dire vivere come lo faccio io! Ti credevo più furba.” Tarek, sentendole litigare arrivò con il ghiaccio in mano per i colpi subiti alle noci e disse “vi sento fino da laggiù, non litigate dai…”, insieme le due ragazze, con faccia nervosa si girarono urlando “non ti intromettere” e calciarono nuovamente i suoi testicoli, uno a testa. Mentre Tarek crollava in terra tenendosi, nuovamente, le palle Samira gli chiese “e tu Tarek, mi seguirai se io deciderò di unirmi alla missione?” L’uomo rimase un attimo spiazzato, ma poi si ricompose rispondendo “tu sei la mia Regina, ti seguirò ovunque andrai.” Anahit fece una smorfia disgustata e disse “mi dispiace ma non vi porterò con me”. Il suo telefono squillò e guardando i due disse “é Freja, adesso chiedo un parere anche a lei, vediamo come vi caccia dal progetto.” L’armena infuriata rispose immediatamente a toni alti “Freja, quell’ingenua di Samira vorrebbe unirsi alla nostra missione, come faccio a mandarla a fanculo e a dirle che é meglio se decide di godersi la vita su una spiaggia greca o italiana?” Freja dall’altra parte rimase seria “Samira ha mostrato molta intelligenza, operatività e allo stesso tempo capacità di comandare, nonostante la sua esperienza pari a zero. Se lei vuole rimanere nella missione penso sia giusto includerla visto quello che ha fatto per noi e che al momento necessitiamo di nuove reclute.” Anahit continuò disperata strappandosi i capelli “grrr, ma si porterà dietro anche quello stupido schiavo” Freja continuò “beh non ci vedo male, un uomo medio-orientale completamente fedele e sottomesso alla causa non farà male alla missione” poi non si fermò “ho intenzione di andare a comporre un nuovo team, anche più femminile, sarai tu a dover trovare queste donne. Nei prossimi giorni ti darò indicazioni, ora ho questioni urgenti di cui occuparmi qui.” Anahit sgranò gli occhi “perfetto, io nel fango a combattere, e tu a goderti le urla di dolore di quel criminale maschilista” la danese concluse “oh, non mi invidiare troppo. Khaled non è esattamente un compagno di vacanza.”
Chiuse la chiamata. Anahit tornò verso Samira e Tarek “partiamo domani mattina, stasera ho bisogno di ubriacarmi.”
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Quella stessa sera la musica pompava come un cuore in piena corsa, le luci pulsavano sui muri di mattoni grezzi del Lounge Nero, un locale seminterrato incastonato tra le vie antiche e rumorose di Trastevere. L’aria era densa di sudore, alcool e libertà. Anahit entrò da sola, abbassando leggermente il capo mentre passava accanto a un uomo tatuato con una camicia sbottonata fino all’ombelico che ballava senza ritmo, mezzo nudo. Dietro di lui una stripper danzava sopra una pedana con una band improvvisata che suonava jazz elettronico misto a funk. Il bar era caotico, con bottiglie impilate su mensole illuminate da led blu. Il barista, un tipo stempiato con baffi sottili e una camicia a fiori, versava vodka con movimenti da prestigiatore. Un uomo, palesemente gay e coperto solo sui genitali, ballava in pista. Era un altro mondo rispetto alla strada che aveva scelto per salvare il suo popolo. Nessun soldato, nessuna bomba, nessuna sabbia nei vestiti. Solo corpi liberi, desideri sfrenati e niente da perdere. L’armena si sedette a un tavolo d’angolo, incrociò le gambe e lasciò cadere lo sguardo sul bancone. Indossava per una volta i suoi abiti armeni tradizionali da festa, lunghi fino alle caviglie, di un rosso granata punteggiato di fiori e fili dorati, un piccolo scialle poggiava sulle sue spalle larghe e scoperte, mentre ai piedi portava delle scarpe in pelle intrecciata scura, basse e incredibilmente eleganti. Il suo viso ancora portava i segni della stanchezza, ma lei era lì per tirare giù quanto più alcool possibile. Dopo qualche minuto che era dentro, sentì delle voci familiari, sollevò appena lo sguardo e lì, in piedi, c’erano Tarek e Samira, lei salutava agitando la mano. “L’hotel non vi piaceva, eh? Dovevate venire a rompermi i coglioni pure qua” borbottò la ragazza depressa, senza scomporsi. Samira si avvicinò con un sorriso largo, già coinvolta dall’atmosfera dicendo fieramente “siamo una squadra, bisogna rimanere uniti. Inoltre non vedo alcool da quando ero minorenne nella casa dei miei genitori, fammi vivere cavolo.” Lei era irriconoscibile fuori dai suoi abiti che teneva in casa quando era sottomessa, indossava un vestito nero corto, con spalline sottili e scarpe col tacco comode ma eleganti, i capelli ricci legati in un mezzo chignon scomposto. Un filo di eyeliner le metteva in risalto quegli occhi verde oliva, pieni di emozione. Tarek, invece, sembrava in difficoltà nel suo nuovo outfit: camicia bianca con le maniche arrotolate, jeans neri e sneakers bianche, i capelli ben pettinati e una giacca sportiva che pareva rubata al guardaroba di un commesso Zara, stava dritto come se potesse sporcarsi in ogni momento. La serata andò avanti tra risate, drink e qualche pacca sulla spalla. Anahit beveva vodka ghiacciata, in silenzio, osservando gli altri come una lupa stanca. Samira ballava al centro della pista, trascinando Tarek per un paio di canzoni, poi lo lasciò seduto con un sospiro. Ad un certo punto un uomo italiano sulla trentina, capelli castani laccati indietro, sguardo scuro ma seducente, camicia aperta sul petto con collanina d’oro, porse la mano a Samira “ciao, mi chiamo Francesco, é un piacere presentarmi alla più bella della festa.” Lei, sorpresa ma incuriosita, rise “il piacere é mio, mi chiamo Samira.” Ballarono, bevvero, parlarono a voce bassa, lui era affascinante, delicato e premuroso. Tarek osservava la scena da lontano, il bicchiere stretto tra le dita mormorando “quell’uomo deve avere un micropene, dai guardalo!” Anahit lo sentì, rise mentre versava un altro shot e disse “geloso? Lo sai che sei talmente debole che se volessi potrei versarti questo shot sui coglioni e darli fuoco? Probabilmente appena ti ribelleresti, sei abituato ad essere sottomesso da tutti.” Lui abbassò la testa con rabbia, buttando giù un drink.
La notte proseguiva sempre di più, Tarek disse alla compagna di serata “non ce la faccio più a guardarli, quell’uomo ha la puzza sotto il naso. Samira non é abituata a bere, rischia di stare male.” Anahit alzò le spalle e disse “a me basta che domani lei non vomiti in aereo, altrimenti stacco le tue palle e gliele infilo in bocca fino a farla soffocare.” Due uomini entrarono nel locale, erano vestiti di scuro, eseguivano movimenti netti, silenziosi ma presenti. Non parlavano, osservavano e basta. Si avvicinarono ad Anahit, con Tarek al suo fianco, lei si irrigidì “c’é qualche problema?” Uno dei due le fece un cenno secco, mentre l’altro, con voce roca disse “tu ora vieni con noi”, quando lei vide il coltello, non ci fu più spazio per il dubbio, aveva riconosciuto chi erano “agenti Azeri, come cazzo mi avete trovato?” L’altro aggiunse “non importa, devi venire ora. Anche il tuo amico.”Tarek si avvicinò ad Anahit e sussurrò “e Samira…”Lei rispose con la freddezza di una veterana “se la caverà. Ora andiamo.”
Samira intanto rideva ancora, ma i suoi occhi cominciavano a muoversi più lenti. Il pavimento sembrava tremare sotto i piedi. La musica si ovattava. Si appoggiò a Francesco e disse con voce sottile “mi gira un po’ la testa...” Francesco sorrise, troppo largo “tranquilla tesoro, ci prendiamo un po’ d’aria, ti va?” Lei annuì, incerta e si lasciò sollevare in spalla come fosse un sacco di piume. La strada era illuminata dai lampioni giallastri, il traffico rumoreggiava in lontananza, ma lì, in quel vicolo laterale, tutto era silenzio. A pochi metri dal locale, un hotel economico, con l’insegna al neon tremolante, era il suo obiettivo. Alla reception c’era solo un vecchio custode che fece un cenno al ragazzo, evidentemente lo conosceva. La ragazza aveva il viso contro la schiena di lui, gli occhi che roteavano, la lingua pesante. I pensieri si sbriciolavano appena nati. “Che mi sta succedendo…? Ho bevuto… solo… un po’…” pensava. Ma non era l’alcol, era GHB, la cosiddetta ‘droga dello stupro’. Versata nel secondo drink che l’uomo le aveva offerto, mentre ridacchiava una battuta sul jazz. L’effetto stava solo iniziando: il corpo perdeva il tono muscolare, le palpebre si chiudevano, la volontà si sfilacciava come tessuto vecchio. Entrarono nella stanza 206 e Francesco la appoggiò sul letto, osservandola come si guarda un oggetto pronto all’uso. Samira provò a parlare, ma la bocca le si muoveva a scatti, disconnessa dal pensiero. L’uomo si chinò su di lei, le mani cominciarono a toglierle il vestito nero, prima lentamente, poi con crescente eccitazione, le spalline caddero dalle spalle. Lui rideva, leccandosi le labbra, eccitato “Mmm… guarda qui… roba libanese, eh? Meglio del previsto…” Samira non capiva, era sveglia, ma non c’era. Lui si abbassò su di lei, ormai era completamente nudo, il respiro affannoso, le mani ormai ovunque “ora stai buona che ci divertiamo”, le labbra di Francesco di avvicinarono alle sue ma…d’improvviso Samira vomitò, un getto caldo e violento tutto nella sua bocca. Un misto di alcol, bile, moccio, saliva e tutta la droga che ancora non era entrata in circolo. Francesco si ritrasse di colpo, soffocando, la gola in fiamme mentre il vomito gli scendeva giù come acido. Gli occhi gli lacrimavano, la bocca piena di quel gusto rancido e disgustosamente dolciastro. Tossiva violentemente, sbavando muco e pezzi di cibo non digerito. Per un attimo, il panico lo paralizzò, il riflesso del vomito gli aveva bloccato la trachea, e per due secondi interminabili non riuscì a respirare. Appena ripreso urlò “che cazzo fai, troia!” e lo schiaffo le esplose sulla guancia arrossata della ragazza, la testa di Samira sbandò di lato, il dolore acuto penetrò attraverso la nebbia, ma questo contribuì, dopo il rilascio della sostanza dal corpo, a svegliarla ancora di più. Gli occhi spalancati, impauriti, ma finalmente presenti. Lui si pulì e sbuffò “e io che non volevo passare alle maniere forti…” la ragazza schivò il colpo seguente rotolando via. L’italiano la afferrò per un piede scalzo, provò a stringere la presa ma lei con la gamba sguisciò via e riuscì a tirarglielo con con forza sulla faccia, sfregando la pianta sudaticcia. L'odore di pelle, polvere e sudore gli riempì le narici. Con l’altro piede, sul quale aveva ancora il tacco, tirò un calcio fortissimo tra le sue gambe, conficcandoglielo nei testicoli nudi con uno schiocco liquido. Un dolore bianco esplose all'inguine, così acuto che per un attimo Francesco vide lampi viola. Francesco emise un “owww” di dolore, il tacco di Samira gli aveva schiacciato e penetrato un testicoli con una forza tale da far risalire una scarica elettrica in tutto il suo corpo. La ragazza si alzò dicendo “non toccarmi mai più.” L’italiano si era accasciato a terra, stringendo le lenzuola, quando Samira, con un movimento brutale, sollevò il piede con il tacco e lo schiantò di nuovo tra le sue gambe. Non un semplice calcio, ma un pestone perfetto, tallone prima, con tutto il peso del corpo dietro, come se volesse spaccare un tappeto di pietre, la punta perforava la pelle sottile dello scroto. Lui sentì qualcosa cedere sotto quella pressione, una membrana tesa che si lacerava, come un chicco d’uva schiacciato sotto una lamiera. Il testicolo destro si deformò, spinto contro l’osso pubico, la sua superficie liscia fu costretta a piegarsi attorno al tacco come argilla. Tra le sue cosce tremanti, una sostanza biancastra iniziò a filtrare, mescolandosi al sangue che già macchiava il pavimento. Samira abbassò lo sguardo, le narici dilatate dall’odore che saliva dall’inguine dell’uomo. La ragazza, per sentire meglio l’emozione, premette il piede nudo sul testicolo già madido e colpito, strusciandolo sul pavimento finché non divenne piatto come una manta. Con l’uomo a terra svenuto, lei raccattò il vestito, se lo sistemò come poteva, cercò di togliersi di dosso sangue e vomito, barcollando fino alla porta con cuore battente e furioso “dove diavolo saranno finiti Tarek e Anahit?”
Intanto poco più in là, la notte romana si era fatta più scura, più densa. I vicoli dietro al locale sembravano morsi da un silenzio innaturale, solo i passi di Anahit e Tarek rompevano l’eco. Davanti a loro, il parcheggio al quale erano diretti. In lontananza di intravedeva un furgone grigio, nessuna targa visibile. Dietro di loro i due uomini armati di coltello, li spingevano con gesti misurati. Anahit aveva capito che se fossero saliti su quel mezzo probabilmente non sarebbero mai più scesi. La giovane armena camminava rigida, le mani dietro la schiena, mentre le sue scarpe ticchettavano sulla pietra umida. Gli occhi guardavano tutto: le uscite, i loro passi, il vento e persino i riflessi delle pozzanghere. Tarek camminava accanto a lei, il volto pallido, il sudore sulla fronte “loro sono... del governo azerbaigiano?” chiese tremando. Anahir rispose secca “sono uomini-ombra, Turchia e Azerbaijan mi vogliono morta da molto tempo per quello che rappresento, Armenia e Kurdistan, non mi lasceranno andare facilmente.” Il furgone era sempre più vicino, uno dei due azeri fece un cenno a quello davanti “muoviti”. Anahit abbassò lo sguardo, contò i passi. Poi disse a Tarek, a voce bassissima “al mio segnale buttati a terra” lui rispose spaventato “cosa-?” Non finì la frase, Anahit si voltò in un istante, afferrò il polso armato dell’uomo alle sue spalle, ruotò su sé stessa come in un saggio, spezzandogli l’equilibrio, e colpì con il gomito alla gola. Il coltello cadde e l’uomo azero piegò il busto in avanti con un rantolo strozzato, ma Anahit non gli concesse alcuna pausa, in un lampo alzò il ginocchio sinistro e lo scagliò all’insù, non verso lo stomaco, non verso la coscia, ma proprio dove neanche gli uomini ombra possono sopportare il dolore: nei testicoli. Tarek si buttò a terra, come detto, evitando il secondo aggressore che aveva puntato dritto su di lui, il quale tentò di colpire Anahit, ma lei si abbassò, ruotò, e con un calcio rotante lo colpì pienamente nelle palle. Infine con una giravolta infilò il coltello nel bel mezzo dei testicoli dell’uomo, il quale urlò fortissimo. L’altro aggressore stava provando a rialzarsi ma Tarek afferrò un sasso affilato dal selciato, il peso grezzo tra le dita ancora tremanti e senza esitare, lo scagliò con tutta la forza in corpo nella tempia dell’azero. Infine sussurrò alla compagna “cazzo…sei un mostro”, Anahit sputò sui due corpi e disse “semplicemente molto allenata e abituata a sopravvivere, adesso corriamo via cazzo.”
Pochi minuti dopo si ritrovarono davanti al locale, Samira apparve dall’angolo della strada, aveva i capelli arruffati, le spalline abbassate, il viso con il rossetto colato e tracce di sangue. Il corpo ancora sporco, gli occhi almeno erano vivi. Dall’altro lato arrivarono Anahit e Tarek, entrambi esausti, lei con il coltello ancora sporco in mano, lui con le mani tremanti e il respiro a scatti. Si guardarono e Anahit com un mezzo sorriso disse “non ce la facciamo proprio tra tutti a goderci una serata eh?” Samira rise e, cadendo in ginocchio dalla stanchezza disse “perfavore, andiamo a letto, sono sfinita.” Anahit e Tarek la presero per un braccio a testa e la trascinarono verso la stanza nella quale avrebbero passato la notte, Anahit si assicurò di non essere stata seguita e una volta arrivati, con la protezione del Governo Italiano, dormirono tutti e tre intensamente.
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Samira pronta a ballare: https://imgbox.com/yjBNRotV
Capitolo 28
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Medio-Oriente Ballbusting: una guerra femminista
Un’avvincente storia femdom
Ballbusting
Updated on Jan 21, 2026
by Esseremicidiale02
Created on Jul 5, 2025
by Esseremicidiale02
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