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Chapter 28 by Esseremicidiale02

Capitolo 28

Fatica nel deserto

Il cielo sopra la striscia di Gaza mostrava i suoi bagliori di autunno, il sole calava lento tra un cielo punteggiato di nubi leggere e fumo di guerra. Erano stati accampati intorno a Rafah, anche se pochi mesi prima l’esercito Israeliano aveva lanciato una massiccia offensiva. Amina trascinava i piedi nudi nella polvere fine, mentre David la seguiva con passi più goffi. La sabbia si infilava nei sandali consumati della giovane beduina, le stringhe rapide di una divisa ora sporca di fango . I pantaloni larghi, tagliati con cura artigianale, avevano le cuciture saltate. I suoi piedini iniziavano a mostrare calli roventi, polvere incrostata e minuscole ferite rialzate. Anche David era molto ferito e stanco da tutti quei mesi passati in quella situazione, la sua figura era più magra, il volto rigato di barba incolta, le occhiaie profonde, lo sguardo incerto. Non riusciva a reggere lo sguardo di lei, lo stava accudendo come un bambino nonostante fosse suo prigioniero. A un certo punto, nel silenzio spezzato solo dal vento, David si fermò dicendo “io…vorrei andarmene, non ce la faccio più a nascondermi in queste città della striscia dove tutti mi vogliono morto. Per ora sono rimasto volontariamente con te aspettando Yael ma ora sono stufo di fare da garanzia, voglio solo tornare a casa.” Lei si girò con occhi scuri pieni di collera appena sotto l'arcata delle sopracciglia “a casa dici eh? Poverino”, l’israeliano la interruppe con voce tremante “si, per ora mi sono nascosto dal mio stesso esercito per il vostro piano ma questo é troppo, sicuramente camminando verso il confine mi ritroveranno e mi porteranno di nuovo al battaglione.” Amina rispose “e pensare che qua chi aveva una casa ormai l’ha persa, proprio a causa di persone come il tuo battaglione. Non hai un minimo rispetto per le macerie rimaste qua intorno” con voce fredda e delusa continuò “inoltre non ti farò andare via di qua, ormai ti ho salvato troppe volte e di certo non rinuncio al piano di quella tua stronza di amica. Se provi a scappare ti lego come all’inizio.”

David alzò gli occhi al cielo, avviandosi verso una direzione diversa a dove stava andando la ragazza Beduina. Lei corse diverso di lui afferrandolo per forza al polso e lui tirò lei un forte schiaffo in faccia preso dalla rabbia. David capì immediatamente la cazzata fatta e iniziò ad alzare le mani al cielo in segno di resa e a scusarsi, ma ormai era troppo tardi. Amina rispose con un secco calcio nei testicoli dell’uomo, il quale si piegò e iniziò a strusciare in terra per andarsene ma lei lo prese per i pantaloni, sfilandoglieli e lasciando i suoi genitali all’aria “ti pentirai di questo, te lo posso assicurare.” La ragazza non perse un istante e tirò prima un calcio laterale sulle costole di David facendolo girare a pancia in su e piantò il ginocchio sul petto, schiacciandolo contro il terreno arido mentre la polvere si sollevava in piccoli vortici. Le sue dita, callose ma precise, si strinsero attorno ai testicoli con una presa che non lasciava scampo, mentre il ragazzi continuava a scusarsi. Amina continuava a stringere la presa strizzando bene i coglioni tra le nocche scure e dicendo “meriti di essere preso a frustrate per sempre” Amina strappò con leggerezza una pianta spinosa che cresceva tra le crepe del terreno arido. Le spine, piccole ma affilate, luccicavano minacciose alla luce del tramonto mentre lei le faceva scorrere tra le dita con lentezza calcolata. David urlò “nonono”, lei sollevò la pianta spinosa con un ghigno crudele e occhi pieni di collera soddisfatta, schiacciandola contro i testicoli scoperti di David, facendo affondare lievemente le spine nelle palle sensibili. Mentre con la mano sinistra manteneva una presa inesorabile, con la destra frustava ripetutamente i testicoli esposti di David, le spine affilate strappavano sempre di più pezzettini piccoli di pelle ad ogni colpo: uno, due, dieci, quindici. Il corpo dell'israeliano si contorse come un verme infilzato, le gambe scalciavano nella polvere sollevando nugoli di sabbia rossastra. Soddisfatta come se si fosse liberata da un peso imminente, si gettò ad angelo nella sabbia, lasciando cadere la pianta “mi ci voleva proprio cazzo, grazie per avermi dato il presupposto,” si rialzò mettendosi a pancia in giù sopra di David, lacrimante in terra. Si sfilò i sandali, battendo leggermente i piedini nudi sulla sua faccia e disse “sono sporchi di sabbia e sudore, la pelle é molto screpolata visto che da giorni non li lavo. Adesso leccali!” David inizialmente si rifiutò di tirare fuori la lingua ma lei iniziò a fare pressione con le manine sui testicoli pieni di spine. Lui tramortito dal dolore iniziò a leccarli, di conseguenza Amina con le sue unghie iniziò piano piano a rimuovere le spine dalle gonadi. Il fetore acre di sudore e terra marcia riempiva le narici dell’israeliano, la lingua si incollava alla pelle salata, il sapore metallico di pus e sangue mescolato alla polvere gli fece contorcere lo stomaco. Ogni passata lasciava dietro una scia umida che si confondeva con la sporcizia incrostata. David sbavava tra i suoi piedi, senza poter smettere di raschiare. Ogni solco tra le dita di Amina era una fossa di sudore rancido, frammenti di terra e vecchie croste che si staccavano sotto le sue lacrime di disgusto. “Più forte” sibilò lei, premendo il tallone contro le sue labbra “o le spine tornano a fare conoscenza con le tue palle.” David sentì qualcosa di molle e salmastro incastrato tra le dita dei piedi di Amina, un pezzo di carne putrefatta, forse resti di un insetto schiacciato giorni prima. Lei rise dicendo “non voglio nemmeno sapere che tipi di batteri ci possono essere sui miei piedi al momento.” Poi continuò “ti ricordi quando ti ho detto che se Yael ci avesse abbandonati ti avrei mangiato i coglioni vero? Beh la promessa é ancora valida, quindi spero proprio che nei prossimi giorni si farà viva intanto do un assaggio.” Abbasso il viso in avanti, i capelli neri che le ricadevano sulle spalle come tende di seta sporca, aprendo le labbra in un sorriso carnale, affondando i denti nella pelle dei suoi testicoli. Emise un basso ringhio gutturale mentre i denti affondavano più profondamente nella carne gonfia, la mascella serrava con forza sadica. “Mmmh-” fece, vibrando di piacere crudele mentre la pelle si stirava sotto la sua presa, lasciando impronte rosse a semicerchio. Con uno scattò sfilo i piedi dalla bocca dell’uomo distrutto, ormai completamente lavati e si tirò su. Amina ridacchiando disse “dai, non é stato così mal-” non riuscì a completare la frase che David con rabbia e le poche forze rimaste si aggrappó alla sua caviglia e la lanciò in terra. Lei cadde su di lui, viso contro viso, con occhi stupiti di quello che David aveva appena fatto. In seguito lui…la baciò!

Amina, ancora più sorpresa, non si staccò ma decise di starci, forse presa dal troppo stress di questi mesi, muovendo la lingua contro quella di David, ancora in parte insaporita dallo sporco dei suoi piedi. Il soldato israeliano afferrò il vestito logoro di Amina con le dita ancora tremanti, strappando il tessuto con un suono secco sotto la sua presa improvvisamente feroce. Lei ansimò con le labbra ancora carnose e umide dal loro bacio, ma non resistette quando lui le strappò via la veste di lana, rivelando la pelle sempre più scura a causa del sole, segnata da cicatrici e sudore. Il suo seno piccolo e sodo sussultò nell’aria polverosa, i capezzoli scuri già duri per l’adrenalina. La mano di lei, che prima aveva annientato i suoi testicoli, si chiuse attorno al cazzo con una presa che non era né gentile né incerta, ma grezza e disperata, come se volesse strappare via ogni umiliazione subita trasformandola in rabbia carnale. Le mani di David strisciarono lungo le cosce e iniziarono a toccarle il clitoride beduino. Ci volle poco perché i loro corpi si posizionassero in un intenso 69, ora la lingua di David non leccava più lo schifo ma divorava la vagina della beduina, magari non troppo lavata ma comunque molto accogliente, Amina d’altronde accoglieva nelle sue labbra carnose il pene del ragazzo israeliano, succhiandolo come un calippo, non era particolarmente esperta in ciò e di conseguenza utilizzava anche un po’ i denti, strusciandoli leggermente sulla larga cappella. Con fretta caotica si posizionarono di nuovo viso contro viso e David infilò il suo pene alla massima espansione dentro la vagina, penetrando come un drago, lo stress di quegli intensi giorni si era accumulato nei loro corpi allo stesso modo di quanto si era accumulato il suo sperma dentro i testicoli. Con il salto della quaglia uscì dalla figa, venendo direttamente fuori e facendo squirtare la ragazza. Stettero due minuti con il fiatone, sdraiati nella sabbia a guardare il cielo finché Amina non si alzò di scatto esclamando “cazzo!”, David con un grosso sorriso rispose “ti é piaciuto é?” Amina tirò un pugno a martello sui suoi testicoli, ora svuotati, dicendo “coglione intendo che dobbiamo muoverci, la sera calerà in fretta. Nascondiamoci in un villaggio qua vicino…riguardo a quello che é successo prima, direi di parlarne in un secondo momento. Sappi che ne necessitavo, continui a farmi schifo!”

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Il sole si stava spegnendo in silenzio mentre i due ragazzi correvano, con tanto di zaino, verso il primo villaggio disponibile poco fuori da Rafah. David non smetteva di pensare a tutto quello che era successo poco prima, inoltre aveva i sensi di colpa verso Yael, non riusciva a comprendere nemmeno lui il motivo visto che non erano mai stati niente, se non colleghi o schiavo-padrona. Anche Amina comunque era una bellissima ragazza, con un carattere davvero tosto, la stimava molto. I suoi pensieri tornarono alla vita reale non appena vide la desolazione post-bellica del villaggio, nonostante la sua limitata grandezza non era stato risparmiato dagli aerei israeliani: rovine contorte, plastica incrostata nel cemento, scritte sbiadite sui muri smangiati e capre che camminavano tra i crateri dei bombardamenti come spettri affamati.

Amina si voltò verso David, che arrancava dietro di lei, cercando di non attirare troppi sguardi, erano appena arrivati nel mezzo del Villaggio e camminavano per le sporche strade. Lei portava l’hijab, mentre per mimetizzare meglio David gli aveva messo un kefiah basso sul volto, nonostante questo il suo modo di camminare, le spalle troppo dritte, il respiro nervoso e la sua pelle bianca bastavano per far capire ad un occhio esperto che di certo non era palestinese. In questi mesi si erano nascosti davvero bene, spesso Amina aveva giocato al meglio le sue carte, dicendoli di stare in silenzio e di fare la parte del prigioniero, spesso questo aveva funzionato, solo occasionalmente aveva dovuto utilizzare le maniere forti, ma a ciò lei era sempre pronta.

Camminavano da pochi minuti all’interno del villaggio quando un uomo li fermò, sbucando da un arco crollato. Aveva il volto segnato, capelli neri con strisce bianche e una pelle scura bruciata dal sole. Aveva una bellezza dura, occhi particolarmente scuri. Il suo viso era teso, con un arso di diffidenza, aveva sicuramente tra i quarantacinque e i cinquanta anni. Era magro, probabilmente dalla fame, e portava una tunica grigia, leggermente strappata su un fianco, quasi certamente era un palestinese locale del villaggio. Con voce bassa, chiese in arabo “e voi chi siete? Da parecchio non riceviamo visitatori.”

David non disse nulla fissando il terreno, Amina nel frattempo aveva già un piano pronto per questo tipo di situazione, si impegnò nel fare un sorriso malato e sadico, dicendo “dovevo tornare qualche giorno fa al mio villaggio, ma mi sono persa a causa di una deviazione, adesso mi ritrovo qui…”, l’uomo sputò addosso a David e poi rivolto verso la ragazza disse “é israeliano, so scrutare le persone.” David non trasalì, sapeva molto bene l’arabo, in parte perché l’aveva studiato in passato, in parte grazie alla ripetizioni di Amina durante questi lunghi viaggi. La Beduina ragionò all’istante una nuova risposta, poi mentì con molta calma e freddezza “sì, ha stuprato e ucciso la mia sorellina, voglio soltanto che mia madre lo veda in faccia mentre gli spacco prima le palle con una mazza chiodata e poi li spacco il cranio a pedate per poi utilizzare il suo teschio come scaffale.” Per essere ancora più credibile tirò uno schiaffo in faccia a David, proseguendo con una ginocchiata nelle palle, sputando sulle sue labbra e urlando “mi gai schifo!” L’uomo la osservò stupito e pensò per qualche secondo lungo e teso, senza dire niente. Poi… rise “hai le palle, sorella. Ho riconosciuto che sei una beduina, pochi di voi camminano e parlano con questa sicurezza.” Si fece da parte, e li guidò lungo un vicoletto tra case spezzate “mi chiamo Ali, la mia casa é poco più avanti, se hai piacere puoi dormire da me stanotte.” Amina si piego in ginocchio come un’umile serva e disse “sarebbe un onore per me signore, la ringrazio di tutta questa gentilezza.” Lui la intimò ad alzarsi dicendo “non serve che ringrazi, é tuo diritto spaccare le palle di questo subumano davanti a tutta la tua famiglia.”

La casa di Ali era una delle meglio conservate. Un salotto intonacato, pavimento coperto di polvere ma sorprendentemente ordinato, un tappeto vecchio ma pulito, una lampada a petrolio accesa su un mobile basso. Amina stupita dalla serenità della casa, chiede “sei da solo o ci sono altri qua dentro? É una casa abbastanza grande.” Lui fece un grosso sospiro e rispose “questo é tutto ciò che mi rimane, nella mia famiglia sono tutti morti, gli israeliani me li hanno portati via. Adesso non pensiamoci e mettiamo nella sua cuccia il bastardo.” Ali prese David e lo fece scendere in uno scantinato maleodorante spintonandolo con le grosse mani, con un calcio lo spostò violentemente verso sacchi di farina e lo legò con una corda logora e imbavagliò lui la bocca, Amina dovette fingere di nuovo, anche se in questo si divertiva. Si abbassò piegando le ginocchia e dal basso verso l’alto tirò lui un forte uppercut nelle gonadi.

Risalendo, Ali si avvicinò al samovar arrugginito “ti preparo preparo un té verde, in quanto mia ospite devo trattarti come se fosti casa tua. Amina annuì, aveva fame ma un tè non poteva di certo farle male. Mentre sedevano, notò sul mobile una radio vecchia, grande come un mattone. Era accesa, sarebbe stata perfetta per comunicare con Yael, doveva soltanto capire come poterla usare senza che Ali se ne accorgesse. Avrebbe potuto utilizzare le giuste frequenze per collegarsi al canale criptato dell’israeliana, ma per farlo serviva sicuramente anche l’aiuto di David, lui era maggiormente specializzato in questa tipologia di abilità. Una volta seduti, Alì di fronte a lei si mise a parlare di profezie, giustizia divina, della forza di Allah e di come ritrovare la forza di andare avanti in lui. Poi, all’improvviso, dalla cantina giunsero rumori forti, sembrava che David stesse provando ad urlare strozzato dal nastro con cui era stato imbavagliato, scalciando contro il pavimento. Amina pensò che David facesse bene a recitare la parte ma forse questo era un po’ troppo anche per la performance, perciò disse ridacchiando “sai Ali, il mio prigioniero sta facendo molto chiasso, mi dispiace disturbare la quiete di questo piccolo paradiso, vado giù a zittirlo con qualche pugno negli zebedei.” Lui si alzò fermandola “non ti preoccupare, ci penso io” la Beduina rispose insistente “mi dispiace, é un mio dovere.” Un po’ a causa dello scatto, un po’ a causa della stanchezza Amina si accorse che le stava girando particolarmente la testa. Inoltre stava sudando molto, non capiva il motivo di tutta questa afa in casa. Anche se dolorante non si fermò, proseguendo a dritto dove era rinchiuso David. Dal corridoio apparvero due figure, una donna sui quarant’anni, alta circa 1.67 metri, il corpo snello e scavato dal digiuno con busto eretto, un viso triangolare con zigomi alti e scavati. Occhiaie profonde, gli occhi grandi e color nocciola con ciglia spesse, labbra sottili ma ben disegnate. Capelli neri, nascosti sotto l’hijab marrone scuro consumato ai borsi a forma di mezzaluna, nel muovrrsi una ciocca ribelle uscì dal lato. Vestita con un abito lungo marrone con polsigni slabbrati e tinto ai bordi con henné sbiadito. I piedi stretti, secchi e con vene visibili, dentro delle ciabatte di gomma bianca. Di fianco a lei, un ragazzo sui venticinque, alto 1.82 metri, con il corpo atletico ma segnato e la muscolatura di uno che lavora, il viso quadrato con mascella forte e barba rada, occhi neri e taglienti. I capelli neri e corti, vestito con pantaloni cargo, macchiati probabilmente d’olio, maglia kaki troppo larga, kefiah nera al collo e calzini bucati.

La giovane ragazza provò a reagire contro il loro violento attacco a sorpresa ma la sua debolezza non le permise di sovrastare i nemici. Venne atterrata e bloccata. Poi capì il vero motivo: quel maledetto té. “Cosa diavolo hai fatto? Chi cazzo siete?” chiese la ragazza con un filo di voce. La donna le bloccava le braccia mentre il ragazzo, con una pistola puntata, le strappò il pugnale dalla cintura. Ali si fece avanti, con uno sguardo quasi dispiaciuto disse “non sono uno sciocco, devi sapere che io sono una persona che ascolta molto attentamente. Da tempo girano voci su una nuova alleanza sulla famosa ‘Nuova Volpe del Deserto’ e un ragazzo israeliano. Sapendo che i tuoi tratti somatici erano beduini non mi ci é voluto molto a capire che i ricercati eravate proprio voi due. Non ho idea delle tue motivazioni nel fare ciò e non mi interessano, so solo che in questo modo ho appena preso due piccioni con una fava e che Hamas paga molto bene.” Amina, con la rabbia nel viso esclamò “sei un infame, pensavo di potermi fidare.” Lui mantenne le proprie difese “non ho alcun motivo per odiare né te né tantomeno la tua etnia, ma qui si muore di fame, come avrai visto ho mentito sulla mia famiglia ed io ho bisogno di mantenerli. Se posso barattare due vite, di cui una di un porco israeliano, per salvare le nostre, io lo faccio.”L’uomo continuò a parlare camminandole intorno “la sostanza che hai ingerito poco fa si chiama ‘soffio’, una vecchia polvere che si ricava dai semi di una pianta che cresce tra le macerie, la Datura. Qui la chiamano la tromba del diavolo, me ne era rimasta proprio una spruzzata da parte. Niente di mortale, non preoccuparti. Ma sufficiente per renderti più lenta e confusa.”

Nel seminterrato, David stava sudando freddo, il motivo delle sue urla era stata l’apparizione di fronte a lui di due ragazze e un ragazzo, tutti e tre nel silenzio. La ragazza più grande aveva sui ventitré anni, alta circa 1,70 m, corpo esile, nervoso e fiero, una forma del viso rotonda con pelle olivastra e lentiggini nere sul naso, occhi nocciola con sguardo vivido, labbra carnose e secche. Capelli castano scuro, raccolti sotto l’hijab nero con la fronte ben visibile, vestita con abaya grigio fumo abbottonato male. I piedi sottili e leggermente sporchi, con unghie rotte e incrostate, all’interno di sandali tradizionali. Il ragazzo era magro, forse venti anni, con una canotta sdrucita e uno sguardo timido, anche se arrabbiato. La più piccola, una ragazza sui diciassette anni, alta 1.63 m, il corpo minuto e magro, oltre che veloce. Una forma del viso ovale con sguardo vispo e febbrile, occhi grandi neri e ciglia lunghe. I capelli neri, lunghi e teneuti sotto un hijab lilla, il quale copre tutto il collo, vestita viola slavato con cuciture evidenti. I piedi piccolissimi con dite affusolati sono scalzi e neri sotto la pianta. La sorella maggiore prese parola con occhi sadici e un coltello in mano “finalmente, un israeliano, ho voglia di infliggerli tutto il dolore che lui ha inflitto al nostro villaggio.” Il fratello rispose “calma Rania, papà ha detto che dobbiamo limitarci a guardarlo per poi consegnarlo vivo.” La sorella più piccola con voce fine disse “beh non possiamo nemmeno lasciarlo fare tutto questo baccano.” Rania esclamò “esatto, se dobbiamo essere limitati direi semplicemente di staccargli le palle, in modo tale da farlo svenire e smettere di urlare.” David, comprendo ogni parola deglutì, la paura risalì nei suoi occhi, ma nonostante ciò non distolse lo sguardo dai suoi amici e continuò a fare baccano per dare un segno alla sua amica.”

Amina, sdraiata e bloccata nel salotto di sopra, stava pensando disperatamente ad una soluzione, ma più il suo cervello ragionava e più il bruciore aumentava, avrebbe dovuto fare in fretta. L’uomo, si sedette di nuovo “ho sentito storie su di te, dicono che sei una macchina da guerra, una ragazza che non si arrende mai, che se la cava in ogni situazione,” si prese una breve pausa e concluse con tono di sfida “nella situazione in cui ti ho sistemato, penso tu abbia finito le carte. Vedremo se riuscirai a vincere.”

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Sorella maggiore: https://imgbox.com/rKKYXm4Y

Sorella minore: https://imgbox.com/L6GXc8Ic

Madre: https://imgbox.com/jz66YZB8

Capitolo 29

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