Want to support CHYOA?
Disable your Ad Blocker! Thanks :)

Chapter 29 by Esseremicidiale02

Capitolo 29

Mandato di arresto

Yaara si trovava nella stanza di Lior, a Gerusalemme, molto vicina al confine della West Bank. “Complimenti per la promozione, Colonnello.” Il nuovo Colonnello, con i piedi sul tavolo e una sigaretta in bocca, rispose “ti ringrazio mia cara Yaara, ho apprezzato molto il tuo rapporto su come hai trattato Sami Darwish, nonostante questo ho i miei fondati motivi per credere che abbia comunque mandato i suoi uomini alla ricerca di Mansour nel territorio Cisgiordano. Proprio per questo ho bisogno che tu formi una squadra per trovare quella ragazza e ucciderla. Dobbiamo però agire nel silenzio totale e con la massima discrezionalità.” Yaara annuì, reggendo la mappa con l’indice della penna e disse “comprendo le delicatezze politiche, agirò con riserbo e porterò a casa il risultato. Inizierò le ricerche da quel posto dove Moshe era stato aggredito durante la perlustrazione, ho come l’impressione che sia l’ex base utilizzata da Leila e il suo gruppo di ribelli.”

“Terroristi” la corresse Lior “in ogni caso, anche se spesso non lo facciamo, stai molto attenta ai civili e alla stampa, abbiamo già abbastanza accuse di operazioni non autorizzate in paesi esteri.”

Il giorno dopo era brumoso: cielo grigio, pietre bagnate da recente pioggia. La base di Leila, un tempo utilizzata per il Consiglio di resistenza urbana, sembrava una struttura abbandonata, con muri crivellati di colpi. Il pavimento era coperto di vetri rotti, macerie, frammenti di libri e armadietti rotti. Yaara avanzava con cautela, dietro di lei, due soldati israeliani della sua squadra. Con una torcia iniziò ad analizzare i resti e tutto ciò che trovava, fino a che non vide un bagno lercio, era per le donne. Non appena entrò notò due palle che spuntavano da terra, con il suo stivale si mise a schiacciarle, curiosa di capire di che cosa si trattasse, dal cesso sentì un ghigno di dolore e quando alzò vide la testa di un uomo che stava in mezzo alla merda, il quale esclamò “non mi uccidere perfavore!” La soldatessa, nonostante fosse schifata dalle sue condizioni, si mise a fare domande “chi diavolo sei? Come sei sopravvissuto per questi giorni qua” lui piangente rispose “un tempo ero un uomo di nome Jamal, Leila, Fatima e il loro gruppo mi hanno catturato costringendole a dare informazioni sul mio ex padrone, Sami Darwish. In seguito mi hanno trasformato nel cesso delle donne, fino ad ora sono sopravvissuto mangiando la loro merda e tutta quella che era rimasta residua, qua da giorni non torna nessuno.” Lei, rimanendo seria e senza farsi prendere dalla sorpresa continuò a fare domande “quindi sei stato il loro cesso per tutto questo tempo?” Jamal continuò “esatto, perfavore liberami da qua e non consegnarmi a Sami, lui mi ucciderà per alto tradimento nei modi peggiori, forse anche di questo.” Yaara iniziò a riflettere e alla fine rispose “va bene, io non ti porterò da Sami ma faremo un patto, mi aiuterai a trovare Leila, pur di assaggiare tutte le merde per strada fino a riconoscere il suo sapore.” Con il volto affamato e stanco, ma con un briciolo di speranza l’uomo esclamò “certo mia padrona, ti aiuterò in tutto quello che vorrai!” Lei si cominciò a slacciare i pantaloni militari dicendo “benissimo, solo che adesso che ti trovi sotto una nuova gestione ho bisogno di marchiare il territorio, non so se ci siamo capiti.” Jamal confuso iniziò a dire “ei, aspetta, nono non c’é bisogno di farlo!” Yaara si sedette di peso sulla sua faccia, premendola con forza contro il suo culo. Un odore denso e rancido si mescolò all’aria umida del bagno mentre il suo corpo si tendeva, lei sibilò “mi dispiace, ma mi scappava troppo forte.” Un primo frammento caldo, morbido e con contorni definiti si staccò, cadendo pesantemente sulla lingua di Jamal, sentì il sapore amaro, alcolico e putrido esplodergli in bocca, una melma densa che lo ricopriva con strati di disgustosa familiarità. Era più forte di quella di Leila, un nuovo fiotto leggermente liquido gli riempì la cavità orale, mescolandosi alle lacrime che gli rigavano il viso. “Ieri sera abbiamo festeggiato la promozione del mio superiore, solitamente non sono una che beve ma sai, ogni tanto si fa un eccezione, il whisky era così buono. Forse per questo sentirai un pelino di più i succhi gastrici.” Una volta finito si alzò direttamente sui testicoli dell’uomo, dicendo in tono autoritario “aiutami a trovare Leila e sarai libero, prova a tradirmi e questo sarà il trattamento che ti riserverò per sempre.”

———————————————————————————

Nel ventre elegante del jet, il rumore bianco del volo si mischiava a un silenzio nervoso. Le poltrone in pelle color sabbia erano state reclinate per metà, ma nessuno riusciva a dormire. Tutti e tre si erano già vestiti in preparazione delle nuove missioni che li sarebbero spettate: Anahit indossava dei pantaloni tattici cargo neri, una maglietta attillata grigio scuro in tessuto tecnico traspirante e i soliti scarponi neri rinforzati; Samira dei pantaloni tecnici grigio scuro aderenti, con taglio femminile, una maglia a maniche lunghe leggera, elasticizzata, color antracite e delle scarpe da ginnastica nere basse con suola piatta e aderente; Tarek dei pantaloni militari color cachi, larghi, con ginocchiere integrate, una maglietta di cotone nera con la stampa sbiadita di un vecchio gruppo musicale libanese e scarpe da trekking Salomon color sabbia.

L’armena stava fissando il vuoto da un oblò, mentre stringeva le dita sulla maglietta con nervosismo, accanto a lei, Samira la osservava con la coda dell’occhio mentre scriveva su un taccuino. Tarek, invece, stava sgranocchiando delle mandorle come se non avesse un pensiero al mondo. Il cellulare di Anahit vibrò e scattò come un gatto “oddio é Freja!” Dall’altra parte della linea, la voce di Freja arrivava calma ma tesa “ciao ragazze, il vostro volo atterrerà ad Amman, tra meno di un’ora, da lì passerete il confine verso Gerico e un’auto vi aspetterà. Vi raggiungerà anche un altro alleato sul campo, un funzionario greco all’interno della squadra europea, il suo nome é Nikos. Sa muoversi bene tra ambasciate e non ha paura di sporcarsi le mani, la Cisgiordania é il suo campo. Anahit sbuffò “ diplomatico con lo stomaco? Questa voglio vederla. A proposito come sta andando con Khaled, li hai massacrato i gioiellini?” Samira si intrufolò nella conversazione “ti prego Freja piantagli il tacco nei coglioni da parte mia.” Freja fece una risata e disse “punto a farlo parlare entro domani, ma più o meno dovremmo avere tutto il necessario. Tornando alla missione, vi ho mandato il dossier aggiornato, la ragazza con cui vorrei parlaste e se ce ne fossero le possibilità reclutaste é Leila Mansour. Si tratta di una giovane ragazza palestinese della West Bank, residente in una piccola città, aveva fondato un movimento di protesta locale ma non ho troppi dati su ciò, a quanto pare però il suo intero gruppo era morto e lei sembra aver agito da sola nell’attacco terroristico…” Anahit la interruppe “attacco terroristico? Freja ma noi combattiamo contro queste ideologie.” Freja fece una breve pausa e riprese “si, lo so. Infatti ho dei seri dubbi su ciò che é stato detto dai media, é accusata di aver ucciso un Colonnello Israeliano, proprio nella sede di Sami Darwish, quello che dovrebbe essere il sindaco della città, ma che secondo i miei dati utilizza metodi molto discutibili, raccoglie ricchezza ed é molto basso di popolarità.” Anahit serrò la mascella e Freja continuò “questa ragazza mi ispira, inoltre penso che Israele la stia cercando per farla fuori immediatamente. Questa storia puzza troppo, non ci sono mai state grandi attività terroristiche nella zona e quella ragazza non ha rivendicato alcun attacco, quale terrorista non lo farebbe?”

Tarek, intanto, sbadigliò platealmente “boh, a me sembra solo una tizia molto incazzata dalla situazione in cui vive. La capisco, anche Anahit è sempre così” L’armena si voltò di scatto “non tirarmi dentro, idiota.” Tarek rise dicendo “no dai, dico sul serio, ultimamente sei sempre nervosa. Ti servirebbe un po’ di cazzo, dritto e onesto.” Un pah secco risuonò nella cabina, Samira gli aveva mollato uno schiaffo dietro direttamente nei testicoli, senza nemmeno distogliere lo sguardo dal finestrino, per poi dire “schiavo, stai prendendo troppa confidenza…devo ricordarti quale é il tuo posto?” La ragazza guerriera però si alzò di scatto, sputando in faccia a Tarek e dicendo “no no, aspetta. Fammi dire una cosa, già che ci siamo. Primo: sono lesbica. Secondo: sei un cretino sessista. Terzo: non sono nervosa perché mi manca il cazzo, ma perché stiamo entrando in un'operazione clandestina, in un territorio occupato, per cercare una fuggitiva che non sappiamo se sia terrorista o no. Quarto: solo perché sono cazzuta, non vuol dire che abbia bisogno di ‘ammorbidirsi’. Cinque: il mio problema é che adesso sono costretta a lavorare insieme a voi, che non avete grande esperienza in questo ambito, avete solo fatto da collaboratori nella precedente missione.” Samira alzò un sopracciglio, divertita ignorò completamente l’insulto riguardo alle sue competenze e disse “beh… effettivamente si vede” l’armena con gli occhi a palle e infuriati chiese di scatto “cosa?” Samira alzò le spalle concludendo il discorso “che sei lesbica.” L’uomo rise sotto i baffi, e Anahit gli piantò lo stivale nei testicoli, premendoli con la punta contro il sedile e rigirando il piede come se stesse schiacciando un mozzicone. Senza nemmeno guardarlo mentre urlava dal dolore si riferì a Samira “lo dici perché non mi trucco o perché sono super muscolosa?” Samira con il sorriso rispose “ovviamente per i tuoi grossi muscoli, é divertente quando schiacciano il mio servo.” Nel frattempo che lui urlava Samira le dava qualche carezza. Freja, dal cellulare, aveva ascoltato tutta la scena “vedo che la squadra é più unita che mai! Dai fate pace e aggiornatemi sulla missione. Adesso vi lascio atterrare, a presto.” Anahit lasciò finalmente i testicoli dell’uomo e si appoggiò allo schienale con sguardo storto. Tarek le passò il sacchetto di mandorle dicendo “pace?” Lei con diffidenza e occhio vigile ne prese una e se la mise in bocca. Assaporando il buon gusto disse “va bene, ma se continui a dirmi queste cose giuro che le tue palle faranno la stessa fine delle mandorle” aprendo la bocca e mostrando tutte le briciole attaccate alla lingua e piene di saliva. Alla fine erano riusciti a farla sorridere.

———————————————————————————

Il sole era appena tramontato dietro le colline di Gerico, l’aria ancora calda portava con sé l’odore della terra bagnata e del sale delle acque del Mar Morto. In quel crepuscolo, tra distese di ulivi e pietre bianche smorte, avanzava Leila Mansour, una figura solitaria vestita di nero rigido, con il corpo coperto da un burka che nascondeva ogni tratto, e sotto di esso, un hijab nero. I suoi occhi, però, erano vivi, vigili, quasi tanto affilati quanto le lame che aveva imparato a usare, pieni di rabbia verso Sami. Non mancavano troppi chilometri al suo arrivo in Giordania, anche se odiava l’idea di abbandonare il suo paese, nel quale ormai era un importante ricercata. Il suo obiettivo era quello di trovare poi una strada per Israele, anche se non sarebbe stato facile visto il suo mandato di arresto nella Terra di Abramo, ma nulla l’avrebbe fermata dal mantenere la promessa fatta a Moshe Ben-Abi, ovvero raggiungere la figlia e raccontarle tutta la verità.

Quando era fuggita, aveva accorciato i propri capelli per essere meno riconoscibile. Il burka, imposto dalle circostanze, era un’armatura invisibile: la proteggeva dai controlli, dalle telecamere, dalla paura. Ma appena fuori dai villaggi, tipo nei luoghi isolati o nei rifugi temporanei, se ne liberava, limitandosi all’hijab, caratteristico della sua identità. Erano settimane di latitanza, aveva imparato a viaggiare durante la notte, a dormire in capanne di legno approssimative, spesso pagate con pochi soldi o gesti di favore: procurava olive, preparava il pane, riparava le tende. Aveva imparato a leggere le rotte dei droni, a riconoscere i checkpoint da lontano, a evitare strade affollate. Nella sua testa rimbombavano le voci di tutti i suoi compagni morti a causa della sua sfacciataggine, oltre al tradimento da parte di Fatima, quella che considerava la sua migliore amica. Eppure continuava a lottare e ad adattarsi, in certi casi era arrivata a cercare supporto da persone che non apprezzava, predoni locali, trafficanti, terroristi, per trovare cibo o un posto. Li disdegnava, sapeva che non avevano visione e non credevano nella democrazia, ma nell’istante si rivelavano utili per procedere. Non avevano mai chiesto altro da lei, vedendola come eroina per un atto che non aveva commesso.

In un villaggio abbandonato, alla luce di una candela, Leila si permise un momento, trovò una capanna in pietra usata come officina, con un secchio d’acqua e una cassetta piena di attrezzi. Spogliatasi leggermente si lavò, l’acqua era fredda, pungente, ma ogni goccia sciacquava via la polvere, la paura e la stanchezza. Si trovò dei sandali nuovi: semplici, di cuoio marrone, con fibbie, robusti ma più leggeri di quelli consumati. I piedi erano pieni di tagli, calli vecchi e screpolature. Li ispessì con un olio che trovò nella cassetta, e applicò uno smalto verde‑rosso‑nero, i colori della Palestina, sulle unghie dei piedi, come per rigenerare un simbolo di dignità che non potevano portarle via. Poi dormì come un angioletto.

Uscita all’alba, con sandali nuovi, hijab ben sistemato e burka ancora sopra la spalla, si era messa a fare un lavoretto, sistemare una staccionata vicino a un campo. In quel frangente, un ragazzo di circa vent’anni, occhiali spessi, viso adolescenziale, la riconobbe. Il ragazzo si fermò, la osservò e a bassa voce sibilò “tu…sei quella Leila, la terrorista ricercata da tutti. Cosa diavolo ci fai qua?” Il suo sguardo divenne cupo e Leila lo ignorò, continuando a sistemare la staccionata. Il ragazzo le puntò contro un pezzo di ferro arrugginito, ordinandole “mani in alto, adesso avverto il padrone di casa e ti consegno alle autorità.” Lei mise in pausa il suo lavoro e lo fisso con sguardo minaccioso “pensavo te ne fossi già andato, invece sei ancora qui a rompermi”, lui non si arrese e sgranando gli occhi, disse agiatamente “non posso lasciarti passare, voi terroristi siete della stessa pasta degli israeliani, é anche colpa vostra se questo paese va a rotoli.” Leila non rispose, si fece avanti lentamente, poi gli strappò il ferro dalla mano con un gesto rapido. Il ragazzo alzò le braccia, ma poi puntò un pugno verso il suo viso. Lei esitò un attimo, poi lo aggirò, per prima cosa rispose con una ginocchiata ai suoi testicoli, lui provo a bloccarla ma lei con la suola sbatté la suola del sandalo precisamente nel testicolo sinistro, questa violenza pulita lo fermò in pochi attimi e lui cadde a terra dolorante e terrorizzato. “Non sono una terrorista” disse lei in arabo, calma, pulita, mentre lui tossiva e cercava di riprendersi “sono una fuggitiva, ma questo al momento non posso dimostrarlo. Ti do un consiglio, la prossima volta cerca di non vestire il ruolo della guardia se non sei pronto. Addio.” Lasciò il ragazzo disteso, la capanna silenziosa, riprendo il cammino. Il sole preannunciava un’altra giornata di fuga, un altro pezzo verso il confine.

———————————————————————————

Un corpo di polizia dell’Autorità Nazionale Palestinese stava tornando verso la stazione centrale di Jericho. Il sottocomandante della squadra, Maher, 36 anni, viso giovane ma stressato, commentava “é assurdo, abbiamo così pochi dati su Leila Mansour e su quello che ha fatto, eppure dobbiamo collaborare con il corpo di sicurezza Israeliano, persino nelle zone che dovrebbero di competenza esclusiva nostra, per arrestarla.” Il suo capo, il Colonnello Nabil Taha, un uomo di 60 anni, rispose calmo ma stanco “Maher, ne sono perfettamente consapevole, ma con la guerra a Gaza la situazione si é complicata sempre di più”, nervoso il sottocomandante continuò “si ma non é giusto, inoltre é da anni che cerchiamo di tenere a bada Sami Darwish e adesso succede che fanno un attacco terroristico anche a lui, nha mi puzza troppo.” Nabil concluse con freddezza “limitiamoci al nostro lavoro, se riusciremo a catturare Mansour prima di Israele, avremo più chance di interrogarla e di capire cosa diavolo é successo.”

Dietro di loro due altre poliziotti camminavano dritti e fieri, uno era un uomo, l’altra una donna. Descrivi bene questi due, mi raccomando di farli caratteristici e coerenti con la situazione geopolitica, di nome Nada e Suleiman. Lui potrebbe iniziare a dire che le donne causano sempre problemi (riferendosi a Leila), Nada risponde che non é assolutamente vero e che metteranno luce sulla situazione, lui continua ad insultare le donne e lei si limita a stuzzicarlo chiedendo se li da fastidio che le donne nelle forze di sicurezza stiano aumentando e che si caga sotto per perdere il lavoro, lui la insulta e lei smette di rispondere. Arrivano alla stazione e il comandante liquida tutti per farli tornare a casa, dando appuntamento al giorno seguente. Mentre va nella sua stanza per cambiarsi si ritrova Suleiman che la minaccia e la insulta per non aver risposto, lei é costretta ad affrontarlo e dopo una lotta (che mi devi descrivere, con colpi dolorosi e ben mirati da parte di Nada) lei prevale e lui viene sospeso per una settimana dal servizio.

Dietro al sottocomandante Maher e al Colonnello Nabil Taha, camminavano due agenti del corpo di polizia palestinese, entrambi in uniforme scura, cappello nero con l’aquila e la bandiera palestinese cucita sopra, lo sguardo vigile sotto la pioggia leggera che batteva sui selciati di Jericho. Le luci aranciate dei lampioni disegnavano ombre nette sui loro volti stanchi. Lui si chiamava Suleiman Abu Radi, un uomo sui trentacinque anni, carnagione olivastra, mascella robusta e mani grandi, callose. Aveva la voce bassa e piena, da fumo e amarezze, il suo sguardo trasudava disillusione e un’autorità mal portata, quella che si appoggia ancora sulla gerarchia più che sulla competenza. Lei si chiamava Nada al-Husseini, ventinove anni, lineamenti decisi, zigomi alti e scolpiti, occhi nocciola tagliati da un kajal appena visibile. La pelle era chiara, leggermente ambrata, ma segnata dalla sabbia e dal sole. Portava i capelli raccolti in uno chignon serrato sotto il basco. Le labbra piene, disegnate con rigore, si muovevano poco, ma quando parlava, lo faceva con fermezza. Lo sguardo era intelligente, tagliente, e il passo lungo e misurato, le spalle larghe sotto la divisa la rendevano ancora più imponente. Mentre attraversavano il parcheggio sabbioso vicino alla stazione centrale, Suleiman sbuffò e disse con tono sarcastico “sempre una donna dietro ai casini più grossi, non é roba da donne la guerra”, Nada non lo guardò subito, ma rispose con voce calma e asciutta “non è roba da uomini nemmeno, a giudicare dal casino che avete combinato finora. Magari se ci lasciaste lavorare senza fare i galli in uniforme, qualcosa si risolverebbe.” Suleiman rise e con un suono corto e amaro disse “eh sì, certo. Adesso manca solo che mi comandi una femmina in tacchi, guarda dove stiamo finendo.” “Ti dà fastidio?” chiese lei, con un piccolo sorriso ironico “hai paura che ci sostituiremo a voi? Che vi portiamo via il posto, l'autorità, le armi? Ti caghi sotto pensando che siamo già al 7%.” Il sorriso di Suleiman si spense e sputò a terra, dicendole “Zitta. Non rispondere a me.” Lei smise di parlare. Non per paura, solo per strategia, lo voleva lasciare bollire nel suo stesso disprezzo.

Arrivati davanti alla stazione, il Colonnello Nabil si fermò e si voltò verso la squadra dicendo “basta per oggi, tutti a casa. Ci si rivede domani, alle sei in punto. E pregate che arrivi qualche informazione utile su Mansour.” Il gruppo si sciolse in silenzio. Nada entrò nello spogliatoio laterale, tirandosi via il cappello e slacciandosi l’uniforme rigida. Quando stava per entrare nella stanza assegnata alle donne, sentì la porta sbattere dietro di sé: era Suleiman. L’uomo ringhiò con sorriso sadico “sei solo una provocatrice da due soldi, ti senti forte perché ti coprono adesso, eh? Ma quando finirà questa moda, tornerai a fare il tè.” La ragazza si voltò lentamente. Aveva ancora le mani sui bottoni della camicia. I suoi occhi erano fermi, profondi “esci da qui, Suleiman.” Lui rispose ridendo “o che fai? Mi denunci? Sei una debole ragazzi…!” Non finì la frase perché Nada fece un passo avanti e, in un attimo, colpì con il palmo aperto sotto il mento, secco, preciso, facendogli schioccare i denti e piegare il collo all’indietro come un manichino rotto. Prima ancora che potesse respirare, abbassò la mano sinistra e gli diede un colpo diretto all’inguine con le nocche piegate, non un pugno, ma un colpo spezzato, tecnico, uscito da ore di addestramento e frustrazione accumulata. Suleiman grugnì, piegandosi in avanti, ma lei non gli diede tregua, con la gamba destra, tirò una ginocchiata prendendo in pieno i testicoli e schiacciandoglieli contro il ventre. La ragazza, con il fiato sospeso disse “ti ho detto ESCI. DI. QUI.” Suleiman cercò di reagire, largo e goffo come un toro accecato, lanciò un pugno pieno d’odio e disordine. Nada lo schivò con un passo laterale, elegante come un’attrice di Hollywood. Proprio mentre lui era sbilanciato, scoprì il fianco e lei fece scivolare il piede sotto di lui, assestando un calcio dritto e brutale tra le gambe, l’uomo piegò le ginocchia, candendo in terra e gemendo come un animale ferito. Cercò di rimettersi in piedi perché nella sua mente doveva dimostrare di vincere e di avere ancora il controllo (perso tre colpi fa), ma Nada si abbassò e con un doppio colpo, uno al bicipite e uno al testicolo sinistro concluse lo scontro. Suleiman si contorceva sul pavimento come un sacco vuoto, stringendosi l’inguine, lei si abbassò lentamente, fino ad arrivargli a pochi centimetri dal volto “é ironico, no? Tutta la tua forza, tutta la tua autorità… e ti bastano due palle mal piazzate per perdere tutta la tua virilità da vero maschio.” Lui cercò di parlare, ma emise solo un suono strozzato. Nada gli sputò in bocca, con disprezzo chirurgico “ecco la tua promozione.” Si rialzò in piedi, si rimise il basco con un gesto lento e solenne, e fece per uscire.

Proprio in quel momento arrivò Maher, attirato dal rumore. Vide Suleiman a terra, ansimante e piegato su sé stesso come un sacco sgonfio, e Nada che si aggiustava il colletto. Chiese “che diavolo…?” Nada si voltò verso di lui con viso sudato ma impassibile, parlando chiaro “ha forzato l’ingresso dello spogliatoio femminile. Ha insultato e minacciato, quindi ho reagito.” Maher annuì lentamente, guardando Suleiman che non riusciva ad alzarsi, poi disse “a casa per una settimana. Senza paga. Se ti azzardi di nuovo a toccare una collega, non torni più.” Suleiman non rispose. Nada raccolse il suo cappello e uscì dalla stanza, camminando dritta e fiera.

———————————————————————————

Nada con di fianco una collega: https://imgbox.com/woubMeif

Capitolo 30

Comments

      More fun
      Want to support CHYOA?
      Disable your Ad Blocker! Thanks :)