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Chapter 23 by Esseremicidiale02

Capitolo 23

Crescita

A Tehran, nel 1996, c’erano giorni in cui l’aria sapeva di benzina e carne arrostita, e altri in cui puzzava solo di spazzatura e marciume. Per Khaled, 7 anni appena compiuti, non cambiava nulla. Dormiva sotto i ponti a sud, in mezzo a cani randagi e vecchie tende bucate. Suo padre era morto durante un’operazione della polizia morale, sua madre sparita con un autista pakistano. Da allora Khaled aveva imparato a non fidarsi di nessuno, nemmeno dei bambini come lui.

Quel giorno, però, qualcosa cambiò: davanti a lui, tre ragazzi più grandi ridevano, avevano appena buttato a terra una bambina e le stavano rubando scarpe e vestiti. Khaled li osservò un attimo e poi, con lo slancio di una belva, li attaccò. Due cazzotti veloci, un calcio in pancia, un morso, li mise immediatamente in fuga. Mentre aiutava la bambina a rialzarsi, qualcuno lo stava già guardando da dietro il fumo dell'incenso. Era un uomo alto, nero dalla testa ai piedi, sui 50 anni. Aveva due occhi neri come chiodi piantati nel cranio. Arrivò verso di loro e disse “peccato, mi diverto sempre quando i maschi picchiano le femmine.” La bambina scappò immediatamente ma Khaled rimase immobile, lo guardò come se quell’uomo rappresentasse tutti i suoi problemi. L’uomo disse “piacere mi chiamo Nourredin…” prima che potesse finire Khaled, per qualche ragione ancestrale, gli tirò una pietra. L’uomo rimase immobile e rise “ragazzino, non sai cosa hai appena fatto.” Sbucarono dal nulla 2 uomini che si lanciarono sopra di lui ma con un’istinto animale, riuscì a fare un salto in avanti ed a evitare i due uomini, iniziò a scappare nei vicoli, saltò sopra due bancarelle, evitò un carretto di meloni, e infine fu preso da due mani grandi come pietre. Nourredin lo sbatté contro un muro. Lo guardò dritto negli occhi. Khaled si dimenava, l’uomo non fece nulla per tre secondi, poi disse “in quegli occhi c’è troppo fuoco per essere buttato nella spazzatura. Da oggi, vieni con me. Ti insegnerò a non spegnerlo mai.”

Nourredin viveva in una villa semivuota nella periferia ovest, vicino a Karaj, in un quartiere sorvegliato dai pasdaran. Ufficialmente era un devoto religioso, un uomo che aveva fatto il pellegrinaggio, con un passato da combattente. In realtà era un assassino del regime, un eliminatore silenzioso usato per operazioni sporche: nemici interni, attivisti, donne scomode, spie.

Prese Khaled, gli fece tagliare i capelli, gli diede da mangiare e lo fece lavare. Il ragazzino in quel momento conobbe la moglie dell’uomo appena incontrato, fuori si vestiva con il Burka ma in casa poteva avere maggiori libertà, se così si può dire. Non era esattamente come si sarebbe aspettato: si chiamava Ava, aveva attualmente dodici anni, il volto coperto da un velo sottile color sabbia. Camminava a testa bassa, in silenzio, le mani sottili strette una nell’altra come se cercasse di restare invisibile. I suoi occhi erano neri, profondi, due pozzi silenziosi che avevano visto troppo. Non parlava mai. Quando entravano uomini o ospiti, che fossero miliziani, politici, carnefici, Ava si avvicinava, si inginocchiava e toglieva loro le scarpe con lentezza rituale, come in una liturgia. Era l’unica donna che il maestro non toccava mai con violenza, almeno non davanti agli altri. Ava non sorrideva mai. Non piangeva mai. Dormiva su un materasso arrotolato sotto le scale. Era il fantasma della casa, sottomessa ma viva.

Poi iniziò il lavoro di Nourredin verso Khaled. Per prima cosa lo svegliava alle 5 del mattino con il Corano, solo per gettare nel fuoco tutte le idee contenute dentro con i propri comportamenti subito dopo. Lo impegnava in durissimi allenamenti, inizialmente bastoni, poi con coltelli. Lo addestrava con la disciplina delle arti marziali cinesi, la boxe, il jiu jitsu, e lo portava nei boschi a imparare a sparare agli animali “chi crede in qualcosa, perde. Chi ama qualcosa, perde. Tu sei libero solo se non credi a nulla. E schiacci chiunque provi a metterti sopra.”

Il peggio in quella casa avveniva di notte, quando il maestro si annoiava. Il padrone di casa faceva venire donne, spesso ragazze rapite, o prese dalle carceri segrete e le umiliava, picchiava e torturava.“Vieni. Oggi impari cosa si fa a chi vuole dominarti con la tenerezza.” Disse in un’occasione il maestro all’allievo. La stanza era buia, con una sola lampada al neon. Una donna, legata su una sedia. Forse trent’anni. Aveva parlato male di un mullah, bastava quello. Nourredin non la toccò subito, le parlò dolcemente. Le raccontò la parabola della mela e del verme. Con calma, le immerse i piedi in acqua ghiacciata, per poi iniziare a schiaffeggiarla e calpestarla, tirandoli colpi con una pinzetta. Mentre Khaled osservava il maestro disse “vieni e guardala negli occhi, sta cercando pietà. La pietà é il verme che ti entra nel cuore e ti divora. Tu non devi avere pietà, solo odio, silenzio e controllo.” Poi continuò “le donne sono solo debolezza, provano a sedurti per distruggerti, prima le annusi e poi le spezzi.” Khaled comprese che doveva essere spietato per sopravvivere in quella casa e in quel mondo, infatti con il passare degli anni quel giovane ragazzo divenne un’arma.

Crescendo non venne risparmiato lui nulla, ogni errore veniva pagato in sudore, sangue o umiliazione. A differenza degli altri ‘ospiti’, in particolare donne, quelli e quelle che torturava per gioco, Khaled doveva guadagnarsi ogni cosa. Il maestro diceva “Allah non ti guarda, Khaled. Né lo Stato. Né l’umanità. Solo io. E io non mi fido di te.”Khaled lo odiava con ogni fibra, eppure lo ammirava. Sapeva che quell’uomo lo stava rendendo invincibile, e che solo chi lo odiava abbastanza poteva superarlo.

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Khaled aveva sedici anni quando, una sera, portò una ragazza in casa. Si chiamava Mitra, capelli lunghi fino a metà schiena, castano scuro con riflessi ramati, leggermente ondulati, gli occhi erano grandi, a mandorla, color nocciola chiaro ed espressivi. Di etnia era persiana urbana, la sua pelle splendeva di avorio dorato, liscia, leggermente arrossata sulle guance. Un sorriso storto con labbra piene, color ciliegia naturale, la forma del viso ovale con zigomi alti, naso dritto ma morbido, sopracciglia folte e selvatiche. Alta circa 1.64, esile con gambe snelle, i piedi erano nudi e un po’ sporchi di polvere, unghie smaltate di rosso sbeccato, dita affusolate ma nervose, con una leggera vescica sul lato dell’alluce destro. Ai piedi sandali neri in plastica, abbandonati appena entrata nella stanza. Portava un vestito azzurro troppo corto per il Paese in cui si trovava e non aveva il velo. Gli piaceva il modo in cui gli lanciava occhiate maliziose. Avevano passato la serata su un tetto, poi lui l’aveva invitata a casa, sfidando l’unica regola non scritta. Quando Nourredin lo scoprì, il silenzio fu più spaventoso delle urla. Non disse niente, si limitò a chiamare sua moglie, Ava.

Ava era cresciuta, ora aveva ventuno anni. I suoi capelli erano neri, lisci, pesanti, raccolti in una treccia spessa che le cade lungo la schiena. Gli occhi erano rimasti neri assoluti, profondi, quasi immobili. La sua etnia Lori si dimostrava nel suo colore di pelle rame opaco, con segni lievissimi di cicatrici sulle mani. Le labbra erano sottili e screpolate, mai in un sorriso. La forma del viso rettangolare con lineamenti spigolosi e mascella marcata. Alta circa 1.73, corpo asciutto e muscolatura secca, i piedi larghi, duri con talloni ispessiti e calli sotto le dita. Sempre scalza in casa. Portava una tunica grigia consumata, legata in vita con una corda, sotto alla quale porta pantaloni maschili marroni, larghi e ruvidi. Nessun ornamento. Nessun velo se non in occasioni istituzionali. Il maestro si rivolse a Khaled e disse “ora proverai cosa significa essere sottomessi da esseri più deboli.” Poi rivolgendosi ad Ava “Puniscilo perché ha osato decidere da sé.”

Ava non esitò. I suoi occhi neri, privi di emozione, si fissarono su Khaled mentre con un gesto secco gli strappò via i pantaloni, lasciandolo nudo dalla vita in giù. Khaled fece per reagire, ma Nourredin lo bloccò con uno sguardo, non poteva fare nulla, doveva subire. Mitra, la ragazza, assistette alla scena paralizzata. Ava sollevò il piede destro, la pianta sporca di polvere, le callosità giallastre ben visibili, il primo colpo arrivò con un rumore sordo, l'impatto del piede che schiacciò le palle. Il secondo calcio arrivò di taglio, l’arco del piede sudicio colpì con precisione chirurgica il sacco scrotale a destra, schiacciandolo contro la coscia interna, facendo contorcere Khaled ad uncino. Il maestro disse “Ava hai i piedi molto sporchi, per essere una brava moglie vanno sempre tenuti puliti.” Lei senza cambiare espressione si sedette con tutto il suo peso sui testicoli, schiacciandoli senza pietà contro il pavimento. Un guizzo di dolore gli attraversò il ventre, facendogli contorcere le dita nelle pieghe della tunica di lei.“Leccali” ordinò, spingendo la pianta del piede destro contro la sua bocca. La pelle era ruvida, impregnata di polvere e sudore, il sapore terroso gli riempì la lingua. Il maestro di rivolse verso Mitra, la quale osservava spaventata e disse “se non vuoi essere squarciata ti devi unire a torturarlo.” Rimase spiazzata e rispose “ma signore…” lui tirò fuori un coltello e con la testa bassa anche lei si avvicinò al nuovo conoscente a terra “scusami Khaled.” Ava si spostò mettendo ora il culo in faccia a Khaled, il sudore e il puzzo invasero le sue narici. Il piede sinistro di Mitra scivolò con lentezza verso le noci di Khaled, le unghie rosse sbeccate colpirono con forza, erano ancora un po’ polverose. Ava posò a sua volta il piede nudo accanto a quello di Mitra. La differenza era crudele: dove Mitra era delicata, Ava era implacabile, la sua pianta callosa, più larga e pesante, schiacciò senza pietà ciò che già pulsava di dolore. Khaled si trovò quattro piedi sui testicoli. In seguito Mitra si fece leccare le ascelle mentre l’altra ragazza saltava come un palo, con i piedi dritti, sui testicoli di Khaled. Prima che potessero farli esplodere il maestro le fermò e disse riferito a Mitra “ok, un’ultima cosa, ragazza alzalo in piedi e tienilo fermo”, poi diede una piccola frusta alla sua moglie e disse “concludi il lavoro di oggi.” Khaled disse “vi prego no”, ma la ragazza con poca empatia iniziò a frustare tutto il corpo di Khaled, dal petto, alla pancia, passando per il pene e concludendo sulle palle. Nel frattempo Mitra lo reggeva ad occhi chiusi, provando dolore per lui.

Una volta concluso, il maestro cacciò Mitra dicendo “vattene, non tornare mai più oppure ti sgozzo.” Mitra se ne uscì dalla porta e Khaled non la vide mai più. Poi riferito verso di lui Nourredin disse “oggi hai provato cosa significa essere schiacciato dai più deboli, proprio dove noi uomini dovremmo essere forti. Fai si che non accada mai più.” Infine prese Ava e disse “ora vieni con me, ho bisogno di svuotarmi”. Purtroppo ora che era cresciuta non riceveva più il buon trattamento di un tempo, quando il vecchio ne sentiva l'esigenza lei doveva accontentarlo. Nonostante fosse rimasta impassibile fino a quel momento, cambio espressione in una smorfia di rabbia e paura urlando “perché? Ho fatto tutto quello che mi hai chiesto!” Il padrone rispose con un grande schiaffone in faccia e la trascinò nella sua camera “non ancora tutto.” Khaled rimase sdraiato a terra fino al mattino seguente, promise a se stesso che questo non sarebbe mai più successo.

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I tempi stavano cambiando, Nourredin era diventato paranoico e stava perdendo un po’ di potere, aveva litigato con un ministro legato al clero e aveva commesso una serie di mosse sbagliate. Una notte Khaled stava tornando a casa, aveva compiuto da poco 19 anni. Quando arrivò nella stanza trovò di fronte a lui una scena senza precedenti, una ragazza, da sola, stava combattendo tre uomini del Maestro. Sembrava avere sui 26 anni, i capelli castano chiaro, con riflessi ramati naturali, raccolti in uno chignon disordinato, da cui sfuggivano ciocche selvagge. Occhi verde oliva, stretti e taglienti, con uno sguardo fiero. Di etnia Curda, con pelle in bronzo chiaro, lentiggini sottili sul naso e sugli zigomi. Sorriso sadico, labbra piene, dritte e rosate. Una forma del viso triangolare, mento appuntito, occhi grandi e distanti, sopracciglia marcate e dritte. Alta 1.69, con spalle forti e postura da guerriera. Aveva un tatuaggio curdo, una stella, sulla spalla. Ai piedi indossava degli scarponi militari neri. Si vestiva con pantaloni tattici verdi e una maglietta aderente nera.

Il maestro stava osservando la scena ridendo con Ava di fianco impaurita e ansiosa dalla situazione. Lui disse “AHAHAHAH, che sciocca ragazza, sei venuta in casa mia di propria volontà, questa si che é una novità, uomini e soprattutto donne non escono vive da qua se non mutilate.” Poi rivolgendosi alle guardie “catturatela, possibilmente viva.” Lei non disse niente e scattò come un animale verso i nemici. Il primo pasdaran fu colpito direttamente ai testicoli con una lama che aveva tirato fuori dai pantaloni, la affondò con precisione chirurgica, squarciando il tessuto e recidendoli. Un getto di sangue caldo schizzò sulle sue mani mentre l’uomo emise un urlo strozzato cadendo a terra. Le palle, ancora avvolte in brandelli di stoffa della divisa, rotolarono a terra con un tonfo molle. Nello stupore generale la ragazza fece un sorrisetto e avanzò di un passo schiacciando sotto i suoi stivali quello che rimaneva delle gonadi, strusciandole per tutto il pavimento e sotto la suola, dicendo “uno é andato.” Dopo un momento di silenzio il secondo guardiano si scagliò contro di lei con un ruggito, ma la guerriera curda non si scompose, con un movimento fluido, deviò il suo attacco e gli affondò un ginocchio nell’inguine con tale violenza che l’aria gli sfuggì dai polmoni. Prima che potesse riprendersi, il suo pugno si schiantò contro il suo sacco scrotale, ancora e ancora, circa una decina di colpi, ognuno più preciso e veloce del precedente. Mentre l’uomo indietreggiava stordito, lei sganciò lui un calcione laterale con entrambi i piedi sui suoi testicoli mezzi rovinati, rompendo la finestra e facendolo volare di sotto. Il terzo uomo impallidì, il sudore gli imperlava la fronte mentre afferrava la pistola con mani tremanti. Lei lo fissò, lui non riuscì neanche a sparare un colpo che la ragazza schiacciò con violenza la punta dello stivale destro contro il suo inguine, lo sentì schiacciarsi come un cuneo di acciaio. Lei spinse in profondità roteando lentamente il piede, sentendo i tendini che cedevano, il tessuto scrotale ormai ridotto a una poltiglia sanguinolenta che fuoriusciva dai bordi della suola, finché non svenne.

Khaled si mosse per intervenire ma Nourredin lo fermò e disse “non azzardarti a fare niente, questa é la mia battaglia, qualsiasi cosa succeda non sei autorizzato ad intervenire.” Nourredin estrasse un coltello dal fodero, non era un anziano qualunque e si muoveva con l’efficienza di chi aveva ucciso mille volte. Il maestro fece scattare la lama in un fendente mortale, ma la guerriera curda si abbassò all’ultimo istante e con un movimento a scatto, il suo ginocchio si schiantò contro l’inguine con un crunch viscerale. Lui urlò, il dolore accecante che gli risalì lungo l’addome, ma non cedette. Nourredin afferrò la guerriera per le caviglie con ferocità e sollevandola di peso la scagliò contro il pavimento con tutta la sua forza. Il suo corpo atterrò con un tonfo sordo, causandole un gemito strozzato. Prima che potesse rialzarsi, le piombò addosso, il ginocchio schiacciò lo sterno della ragazza con un suono di rottura. Lei con le lacrime agli occhi riuscì a incrociare le gambe attorno alle sue cosce e con un gioco di gambe riuscì a schiantare contro le sue palle già martoriate un nuovo calcio. Con un movimento brutale lui, senza cedere, afferrò la guerriera per i capelli e la sbatté contro il pavimento, il loro peso che li fece rotolare insieme in un groviglio di ossa e sudore, nella battaglia lei sputò anche in bocca a lui il sangue. Preso dalla rabbia e con i muscoli del collo tesi come corde affondò le dita nella sua gola per strangolarla. La luce negli occhi verdi oliva della ragazza vacillò, le vene pulsavano alle tempie mentre lottava per respirare. Il suo sguardo si fece vitreo, le labbra tremavano per la mancanza d’ossigeno. Poi con un movimento improvviso, Ava silenziosa come un’ombra, si era avvicinata alle loro spalle. Con un grido fece scattare il piede in avanti e lo schiantò in mezzo alle gambe di Nourredin, le palle del maestro si deformarono sotto l’impatto verso la forma dell’arco del piede. Lasciò immediatamente il collo della curda, mentre sua moglie urlava “ti ODIO” e continuava a calciare i suoi testicoli. La prima avversaria rotolò tossendo verso la cinture di cuoio degli uomini caduti in precedenza e legò i suoi polsi ad una colonna lì di fianco. Ava invece prese un cavo d’acciaio e legò invece le sue gambe, lasciandole aperte. L’uomo fece un sorriso e disse “e quindi, dopo tutto quello che ho fatto per te, mi tradisci?” Ava piantò la pianta del suo piede sopra i coglioni e esclamò “quello che hai fatto per me? Per anni ho dovuto pulire gli scarti di tutte le donne che torturavi, ho dovuto sentire le urla ogni notte, ho subito le tue violenze e in alcuni casi mi sono dovuta unire a torturare gli altri. Inoltre hai cresciuto un ratto randagio al tuo stesso identico modo, adesso lui é un nuovo killer che non farà altro che male in questo mondo.” Khaled rimase immobile, sapeva che non doveva intromettersi nella questione.

La guerriera curda affondò le dita nelle palle già colpite e ricolpite, stringendo con una presa che faceva schioccare la pelle, torse i testicoli in una morsa a tenaglia, le nocche bianche schiacciavano con sadica precisione. La mano di Ava afferrò le borse scrotali che fuoriuscivano tra le dita della compagna, tirando pizzicotti brutali che strappavano gemiti strozzati al marito. Ava, con uno scatto improvviso, infilò i suoi piedi, neri dallo sporco, nella bocca spalancata di Nourredin con forza, premendoli contro la lingua. Le dita della guerriera curda si contorsero in una presa innaturale nelle gonfie palle mentre iniziava a torcere la pelle con movimenti rapidi e metodici, come se stesse suonando uno strumento di dolore. Il maestro iniziò a chiedere di smetterla, la guerriera rispose facendo una smorfia e alzandosi in piedi, i pantaloni tattici strappati scivolarono giù dai fianchi muscolosi con un fruscio di tessuto. Ava seguì l’esempio, i pollici infilati nell’elastico dei suoi pantaloni mentre li spingeva giù con un movimento secco. Entrambe si misero al lato dell’uomo e pisciarono nella sua bocca spalancata. Una volta finito, si abbassarono sui suoi testicoli a bocca aperta e la curda disse “uno a testa ok?” Khaled si tappò gli occhi quando le due ragazze strinsero nelle proprie mani il testicolo destro e il testicoli sinistro, per poi addentarli e farli esplodere sotto i propri canini e molari. Nourredin esplose dal dolore, la Curda camminò intorno a lui e concluse “tutto ciò che facciamo ha una conseguenza, ci vediamo all’inferno bastardo” tagliando infine la sua gola con la lama.

Khaled guardò l’intrusa con occhi di fuoco, lei porse la mano ad Ava e prima che Khaled potesse reagire saltarono entrambe fuori dalla finestra e sparirono. Nourredin con il sangue che usciva dalla sua gola riuscì a dire le ultime parole a Khaled “figlio mio, non ti arrendere mai, sei perfetto.”

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Il corpo di Nourredin fu avvolto in un telo nero e portato, senza fanfare, in una moschea nascosta nel quartiere Darakeh. Erano presenti solo una ventina di persone, tutti uomini. Khaled, con abito nero stava al centro.

Un uomo anziano, con una sciarpa bianca e un anello d’argento, entrò, era la Guida Suprema. Non disse neanche una parola, guardò il corpo e dopo si diresse verso Khaled tendendoli la mano. Quando Khaled la strinse, capì per la prima volta cosa significava toccare il vero potere. In seguito Ali Khamenei se ne andò.

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Negli anni seguenti, Khaled iniziò la sua ascesa. Usò i contatti lasciati dal suo maestro e li ristrutturò meglio di quanto lui avesse mai fatto. Non credeva in Allah, ma usava il Corano per manipolare e per sembrare un grande fedele. Non credeva in Hezbollah, ma vendeva armi migliori di chiunque, dopo essersi comprato una casa in Libano, prese la tessera del partito e divenne il primo venditore, non solo di Hezbollah, ma di una buona fetta di Medio-Oriente. Non credeva nel denaro e nel sesso, ma viveva dentro ville bianche con piscine silenziose, piene di donne pronte a fare qualsiasi cosa pur di avere delle attenzioni da lui. A 28 anni, era già una figura rispettata nei corridoi ombrosi di Teheran, nelle piazze di Damasco, nei vicoli di Beirut, nei cortili del partito.

Fece accordi con le Guardie Rivoluzionarie, mise in piedi un circuito tra Iran, Siria e Libano, rifornendo milizie, signori della guerra, persino cellule jiadiste che disprezzava apertamente. Era rispettato, temuto, usato. Ma mai controllato.

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Nel 2016, Khaled rintracciò la ragazza che aveva ucciso Nourredin, faceva parte di una linea irachena e curda di ribelli, si chiamava Zin. Al suo gruppo si era unita anche Ava, entrambe erano diventate spie conosciute per la loro spietatezza. Nonostante il suo potere e i suoi mezzi si mise a cercare da solo le due donne, non riuscì mai a trovare Ava ma fu abbastanza fortunato da incontrare l’assassina del suo maestro in persona: Zin.

L’incontro tra i due avvenne in un hotel vuoto durante una conferenza mascherata da summit culturale. Si guardarono e lei disse “sei diventato peggio di lui, hai fatto una scalata niente male, non avrei mai dovuto lasciarti in vita.” Khaled rispose “lui mi ha solo aperto gli occhi. Tu mi hai dato una ragione per tenerli sempre aperti. Entrambi avete contribuito in un modo o nell’altro al mio successo.” Avevano capito che solo uno dei due sarebbe sopravvissuto in quella stanza, si tolserò le scarpe e in seguito si fecero un inchino in segno di rispetto. I piedi nudi di Zin erano fasciati in parte da bende di cotone beige, per correre e combattere. Le dita forti e da scalatrice, l’unghia dell’alluce destro spaccata.

Khaled scattò per primo, il suo sinistro destro sibilò come una stalagmite. Zin deviò il colpo con un movimento fluido del braccio, la sua spalla ruotò all’indietro mentre il piede sinistro si sollevava in un calcio basso. La suola callosa sfiorò la tibia di Khaled, ma lui arretrò di un soffio, evitando di cadere. L’uomo schivò di un gancio sinistro che stava arrivando alla velocità della luce, ma lei sfruttò lo slancio per ruotare su se stessa e scagliare un calcio brutale verso l’inguine. La punta del suo piede fasciato colpì con precisione chirurgica, pressando i testicoli contro il bacino. Zin seguì il vantaggio, affondando un pugno diretto tra le gambe di Khaled con la precisione di una vipera. Le nocche delle sue dita nodose si incastrarono nel punto più vulnerabile, schiacciando con un’esperienza che sapeva di vendetta lungamente covata. Khaled sbarrò gli occhi, la bocca spalancata mentre il dolore lo sollevava quasi da terra, un’onda acida che gli risaliva fino alla gola. Nonostante tutto Khaled mantenne la mente lucida come una lama. Sapeva che non sarebbe finita in quel momento, non lì. Il suo corpo reagì prima del pensiero, le dita si serrarono a uncino e piombarono verso il basso, trafiggendo con forza brutale la figa della ragazza. Affondarono cercando la morbidezza tra le cosce umide, dalle sue labbra uscì un urlo di dolore. Khaled non ebbe il tempo di godersi quel frammento di rivalsa che lei gli afferrò il polso e torse, costringendolo a piegarsi in avanti. Nello stesso istante, il suo ginocchio sinistro si sollevò come un martello, schiantandosi contro il suo sterno. Khaled ingoiò il dolore e sferrò uno schiaffo violento al lato del collo di Zin. Il palmo della sua mano colpì con un rumore secco, schiacciando l’arteria carotide e facendole vacillare l’equilibrio per un secondo cruciale. Khaled sfruttò l’attimo di disorientamento della curda per scagliare una pedata bassa e brutale, il tallone schiacciò il tendine d’Achille facendola ruggire dal dolore. Con uno scatto serpentino, lei si torse verso di lui e con tutta la forza delle sue anche potenti, gli scaraventò una culata all’indietro sulle gonadi già martoriate. Sembrava carne su pietra bagnata. Lei diceva “comoda la tua virilità, anche se devo dire che non é minimamente paragonabile alla soddisfazione di strappare le palle del tuo maestro con i miei denti. Voi pagherete tutti per quello che fate agli altri popoli.” La vista e le ginocchia iniziarono a cedere, ma non l’istinto di Khaled. Il quale tra respiri affannosi si mosse e con mano ricoperta di sudore serrò le dita intorno alla gola di Zin e la finì spaccandole la testa. Era morta, ma non la odiava.

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Nel 2020, con una rete consolidata, si trasferì finalmente in Libano. Nonostante tutto quello che aveva ottenuto fino ad ora aveva ancora fame, doveva trovare qualcosa di unico che saziasse il suo appetito. Fu in quel momento che venne a conobbe Samira: si trattava della figlia di alcuni clienti con cui era venuto a contatto, a cena da loro la vide e fece immediatamente colpo su di lui, era bella, in forma e intelligente. Obbligo la sua famiglia a concedergliela e letteralmente la comprò. Non era né per amore né per controllo, semplicemente perché voleva dimostrare al mondo e a se stesso di poter fare qualsiasi cosa, addirittura acquistare una figlia dai proprio genitori se questa era la propria volontà, si sentiva Dio.

Per lui Samira era una scultura, un trofeo, un modo per dominare anche l’illusione della dolcezza. Lui non avrebbe mai perso, nessuno l’avrebbe mai fermato.

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Ava ragazzina sporca e picchiata: https://imgbox.com/xOVrEFZ5

Mitra e piedi: https://imgbox.com/3AIu4pkc

Zin: https://imgbox.com/Mny7hJqL

Capitolo 24

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