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Chapter 22 by Esseremicidiale02

Capitolo 22

Eroi e traditori

Era notte fonda quando Leila passò silenziosamente tra i ranghi del piccolo esercito ribelle. Il vento era caldo, polveroso, e accarezzava i visi tesi e concentrati di uomini e donne pronti ad affrontare il cuore della mostruosità. Davanti a loro, sul crinale roccioso, si vedeva la sagoma della base di Sami: un misto tra fortino, prigione e palazzo di comando, circondato da lamiera, reti metalliche e torrette improvvisate. I miliziani erano un gruppo eterogeneo formato da donne, uomini, adolescenti, persino Hala l’anziana del quartiere, che aveva insistito per portare con sé un coltello nascosto nel foulard. Nour indossava una giacca leggera da uomo con tasche cucite a mano, la kefiah avvolta stretta, occhi lucidi ma decisi. Fatima, silenziosa, reggeva una pistola automatica e guardava sempre avanti, evitando gli sguardi. Leila era invece la guida, portava una camicia militare recuperata, stretta sui fianchi, e pantaloni civili mimetici rimboccati fino ai polpacci. Ai piedi, i suoi sandali artigianali in cuoio bruno, consumati dai mesi di cammino e lotta. I piedi erano sporchi di polvere e sangue secco. Le unghie scheggiate raccontavano storie di assalti e calci dati. In quel momento, quei piedi piantati nella terra sembravano essere la colonna vertebrale della resistenza stessa.

Prima di muoversi, Hala alzò il volto al cielo, e mormorò “Dio, se dobbiamo morire, fa’ che sia con onore.” Tutti si unirono in una breve, umile preghiera. Leila non disse nulla, ma chiuse gli occhi e strinse i pugni. Si mossero come ombre, erano stati abituati a vivere come topi, si sentiva solo il suono del metallo contro il tessuto. Le guardie esterne, annoiate e convinte della propria invulnerabilità, vennero sorprese in pochi secondi, furono abbattuti con piccole mosse come coltellate, strozzature o calci alle palle.

Dietro il cancello principale, rinforzato con placche d’acciaio e spranghe elettrosaldate, non c’era via d’ingresso. Leila lo sapeva. Lasciò il gruppo all’angolo, strisciò tra le ombre e afferrò per la bocca una guardia giovane, sui venticinque anni, isolata e con la zip dei pantaloni ancora abbassata. Lo spinse contro il muro, il coltello sotto il mento dicendo “dove cazzo sta l’ingresso secondario? Dove posso entrare senza farmi macellare?” Lui tremava ma restava in silenzio quindi Leila lo colpì con un pugno secco ai testicoli, dicdndo “sarà meglio per te parlare oppure ti c-a-s-t-r-e-r-ò!” Con il suo tallone schiacciò lentamente i suoi testicoli, aumentando la pressione in modo calcolato. “Parla, stronzo, o ti faccio cantare come un falsetto per il resto della tua misera vita,” sibilò la Palestinese, aumentando la pressione del piede in un lento movimento rotatorio. Il sandalo di cuoio scricchiolò mentre schiacciava le gonadi sotto la suola. Leila digrignò i denti, le narici dilatate dalla rabbia. Con un movimento fluido, affondò le unghie scheggiate nell'inguine della guardia, afferrando i testicoli con una presa da falco. Ruotò il polso lentamente, sentendo i tessuti stirarsi sotto le sue dita callose. Non soddisfatta, la ragazza mise le palle dell’uomo tra il sandalo e il suo piede nudo, schiacciando con sadica precisione. La cartilagine umidiccia si attaccò alla sua pianta callosa mentre esercitava pressione, sentendo i testicoli cedere come sacchetti di gelatina sotto il suo peso. “Eccoli qui, sembrano due uova marce pronte a scoppiare. Ti piace, eh?” sibilò lei. Vista la situazione prese il coltello che luccicava debolmente nella penombra dicendo “siccome non parli, sono costretta a fare questo.” Premette la punta della lama contro il pallido sacco scrotale della guardia, con un movimento preciso, tracciò una linea verticale lenta, appena sufficiente a far emergere una perlina di sangue. Poi, con crudele calma, completò la ‘L’, inclinando la lama in orizzontale. La pelle si aprì come un foglio di carta velina, rivelando un bagliore umido e roseo sottostante. Poi ci infilò un piedino dentro. L’uomo a quel punto emise un rantolo soffocato e indicò un corridoio nascosto dietro una cisterna. Leila allentò di un millimetro la pressione del piede, sentendo il sacco scrotale dell’uomo pulsare caldo e gonfio tra le sue dita dei piedi. Spostò i piedi sulla sua faccia e concluse “perfetto, magari la prossima volta diventerai il mio lava-piedi personale con la lingua”, premendo la pianta del piede ancora più forte contro il suo viso sudato, mescolando polvere e sangue alla sua saliva. Infine con un colpo secco del tallone, lo stordì.

La base era costruita in modo caotico ma solido: moduli abitativi riadattati, torri d’osservazione montate su container, stanze-cella piene di prigionieri politici. Entrarono dal fianco, passando in fila tra due edifici in muratura parziale. L’interno era un labirinto, ma Leila conosceva in parte la struttura grazie a delle mappe, non troppo aggiornate, fornite da Moshe qualche giorno prima. L’impresa che aveva partecipato alla costruzione era Israeliana, anche se poi Sami aveva rivisitato quasi tutta la struttura. I ribelli si muovevano come bestie affamate e disciplinate. Le guardie che incontravano non si arrendevano. I colpi erano spesso corpo a corpo, violenti, sporchi. Una guardia si avvicinò a Nour, lei sganciò una ginocchiata nei suoi coglioni e tranquillamente li ci sparò nel mezzo.

Nel giro di cinque minuti, avevano liberato tre corridoi. Le pareti tremavano per le granate artigianali piazzate nei corridoi laterali. I corpi cadevano sopra tappeti sudici, le pozze di sangue scivolavano verso i canali di scolo. Più avanzavano, più sentivano la stanza di Sami avvicinarsi, come se potessero sentire il battito del centro del male. Quando arrivarono alla porta centrale Leila si fermò, dietro quella soglia, li aspettava il marcio del potere “adesso entriamo.”

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La porta arrugginita si spalancò con un cigolio metallico, troppo lieve rispetto alla tensione che tagliava l’aria. Leila fu la prima ad entrare con uno sguardo tagliente, dietro di lei, Nour, Fatima e gli altri superstiti del gruppo. Poi il silenzio, la stanza era sorprendentemente vuota. Leila si arrestò. I piedi nudi nei sandali toccavano il cemento freddo, l’odore di muffa e sangue impregnava l’aria, non c’era nessuna guardia, nessuna trappola evidente.“Dove cazzo sono tutti?” sussurrò Nour, il fucile tremante tra le mani.

Come un incubo che prende forma dall’ombra, comparve Sami, stava in fondo alla sala, sulla soglia di un’uscita laterale, le braccia aperte, i denti gialli in mostra in un sorriso animalesco. Il volto sfigurato dalle sue vecchie ustioni, i capelli lunghi e unti legati in una coda, guardava loro con uno sgurdo privo di umanità, sibilando “benvenute puttanelle della resistenza. Avete davvero pensato di entrare nella mia casa... senza pagarne il prezzo?” Immediatamente, due porte laterali si spalancarono e più di dieci uomini armati con mitra irruppero nella sala iniziando a sparare a raffica. Leila vide il corpo di Hala trapassato dai proiettili cadere con un gemito muto, un giovane combattente venne colpito alla gola e crollò a terra in un lago scuro, una donna corpulenta con un turbante rosa si lanciò su uno degli assalitori con un coltello, ma fu falciata da due colpi al petto. Il tempo si fermò, il rumore era assordante. Solo Leila, Nour e Fatima rimasero in piedi, circondate. Le armi loro furono strappate via a calci e pugni.

Sami si avvicinò, ghignando, i denti scoperti come un cane pronto al morso e disse camminando lentamente “che delusione, pensavo fossi qualcosa di più della solita ragazzina con troppa rabbia nel sangue e troppa ideologia nel culo. Ma guarda un po’, sei solo un'altra stupida bambina convinta di poter cambiare il mondo con le sue scarpe sfondate.” Leila tentò di lanciarglisi contro, ma venne bloccata da due uomini. Sami le accarezzò la guancia con la punta della pistola. Poi si girò verso Nour “questa é la compagna fedele? Ti faccio vedere cosa succede agli eroi” uno sparo diretto e preciso nello stomaco. Nour cadde in ginocchio, gli occhi sbarrati, mentre il sangue le colava tra le dita tremanti. Cadde tra le braccia di Leila, che urlò con tutto il fiato nei polmoni “NOUR! NOOOOOOOOOOOOOOOOO!” Il corpo di Nour si fece molle e sussorò prima che la luce le lasciasse gli occhi “ti ho… sempre creduta, ci incontreremo in paradiso e castreremo tanti uomini.”

Il mondo si frantumò. Tutto girava, ma la scena che Leila vide dopo la lasciò più vuota che mai: Fatima stava andando lentamente verso Sami. Lui le porse una sacca di dollari americani. Leila, in ginocchio ancora sporca del sangue di Nour, disse “F… Fatima?” L’amica non riusciva a reggere lo sguardo ma prese i soldi. Sami si voltò con una risata trionfante. “Oh sì. La tua compagna. Quella con gli occhi bassi e il cuore debole. Mi ha raccontato tutto. Ogni mossa. Ogni piano. Ogni sogno di gloria che vi siete fatte nel vostro piccolo covo.” Poi fece un cenno con la mano e due guardie portarono dentro una donna e un uomo, vestiti di stracci. La madre e il padre di Fatima. Poi un ragazzino magro con una felpa rossa, suo fratello.

Sami li guardò tutti e disse “hai fatto quello che dovevi, ora puoi andare, prenditi soldi e famiglia come pattuito, sei salva.” Leila urlò a Fatima “ssi una vigliacca, sai quanti di noi hanno sacrificato per questa missione?” Fatima guardò la ragazza devastata “io… non potevo fare altro… mi avevano detto che li avrebbero uccisi…avevo l’occasione di prendere dei soldi e salvarli per farci una nuova vita, così ho fatto.” Poi rivolta verso Sami “hai promesso anche che la sua morte sarebbe stata veloce.” Leila si alzò lentamente, coperta di sangue, la faccia distrutta dal dolore e dal tradimento. Non disse nulla, solo la guardò. Sami alzò il fucile e disse “sisi mi ricordo cosa abbiamo pattuito, tranquilla sarà istantaneo.”

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Proprio in quel momento un boato tremendo squarciò la notte, un convoglio blindato sfondò il cancello secondario della base e si lanciò a tutta velocità dentro la sala, schiantandosi contro i muri. Un’esplosione improvvisa gettò tutti a terra. Fumo, fiamme, caos. Un sacco di guardie di Sami morirono sul colpo. Dalla nube di polvere uscì una figura, armata di un fucile d’assalto. Era Moshe. Sparò tre colpi secchi uccidento o ferendo altre 3 guardie, poi si lanciò verso Leila e la trascinò dietro un muretto distrutto. “Prendi questa!” le urlò, mettendole in mano un’arma. Sami ferito e tossendo urlava “NOOOOOOOOOO! COUGH COUGH. UCCIDETELIIIIII!” I pochi uomini ancora in piedi cercavano di reagire, ma Moshe sparava con precisione chirurgica, colpendo ginocchia e mani, uccidendo solo quando necessario.

Leila si accasciò dietro il muro con mani tremanti. Moshe le parlò in fretta, con voce roca “Yael, mia figlia, si trova a Gaza con l’esercito Israeliano, devi andare da lei, ti saprà aiutare e insieme potrete tornare qua, sarai di nuovo libera. Smascherate cosa sta facendo Israele. Infine dille che suo padre non é mai stato un eroe, ma almeno ha provato a fare la cosa giusta.” Leila aprì la bocca dicendo “lei é l’unico vero uomo che io abbia mai incontrato, le prometto che arriverò da sua figlia.” L’uomo soddisfatto le strinse la mano “corri.” Poi l’israeliano si alzò, fucile in una mano, detonatore nell’altra. “Amen” concluse Moshe, lanciandosi contro Sami e facendosi esplodere. L’intera sala centrale esplose. Il soffitto crollò.

Leila si coprì il volto e quando riaprì gli occhi, vide solo macerie. Vide Fatima che se ne stava andando con la sua famiglia e nonostante tutto rimase soddisfatta che erano vivi. Le porse la mano e disse “Fatima fai scappare la tua famiglia al sicuro con i soldi e vieni con me, andiamo via.” Fatima scosse la testa, lacrime silenziose “non posso. Non merito di scappare con una donna forte come te.”

Leila triste ritrasse la mano e salì su un vecchio mezzo blindato, allontanandosi chissà dove, con l’anima in frantumi capì che poteva solo abbandonare la terra che aveva promesso non avrebbe mai lasciato, non sapendo se sarebbe mai tornata.

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Due giorni dopo, la radio israeliana annunciava che Moshe Ben-Abi era morto in un’eroica operazione antiterrorismo, sventando un attacco contro alcuni civili e il Sindaco della città, Sami Darwish. Le immagini mostravano la base distrutta, i corpi anneriti, e titoli che parlavano di “vittoria contro l’estremismo”. Leila venne ufficialmente dichiarata ricercata come terrorista islamica, sia dall’Autorità Nazionale Palestinese sia dallo Stato di Israele, accusata di essere la mente dell’operazione, le sue foto con l’hijab comparvero ovunque.

Nonostante tutto, Sami era vivo, corpo mezzo bruciato e con un occhio completamente rosso, ma ancora in piedi. Il Maggiore Lior si avvicinò a Sami e disse “hai fatto davvero un bel casino, non hai idea di quello che abbiamo dovuto fare per coprirti le spalle, visto tutto quello che succedeva dentro quella fogna della tua base, il quale é stato ovviamente nascosto ai media.” Si prese un attimo per respirare e poi continuò con uno sguardo di rabbia “Quel Moshe ci ha causato non pochi problemi e ci é pure toccato dipingerlo come un martire. Ora vedi di sistemare tutto ciò che manca e continua a fare quello che devi per il bene di ‘entrambi’ i popoli.”

Capitolo 23

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