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Chapter 33 by Esseremicidiale02

Capitolo 33

Gerico

Gerico era una città magnifica, sopravvissuta a secoli di guerre. Ora si presentava ai loro occhi come una città spezzata, sia dalla fame sia dall’occupazione circostante e sempre più in crescita da parte di Israele. Uno stato che non aveva assolutamente a cuore i diritti civili ma soltanto la propria espansione colonialista. L’hotel in cui si diresse il gruppo di Anahit era di lusso, ma non aveva niente a che vedere rispetto a quello che era stato un tempo, si vedeva proprio il calo dela qualità. Parcheggiata la macchina l’armena caminava sicura con le mani infilate nelle tasche dei pantaloni larghi, ormai abituata alla distruzione. Accanto a lei, Nikos si muoveva in silenzio, come un'ombra leggera, sufficiente a passare quasi inosservato. Dietro, Samira e Tarek chiudevano la formazione, stavano finalmente, in qualche modo, visitando il mondo, dopo essere stati rinchiusi nelle loro bolle in Libano. Con documenti falsi e denaro dei fondi europei, si presentarono alla reception, fu il greco a parlare e a prendere le chiavi delle stanze.

Andarono tutti nella camera di Anahit e Samira, per un meeting pre missione. “Perché dobbiamo parlare proprio nella nostra stanza, non potevamo andare nella vostra?” Samira stava sdraiata nel letto con ai suoi piedi Tarek, che stava facendo un massaggio. Nikos prese parola “allora, domani partiremo presto, quindi cercate di riposarvi bene..” la ragazza armena non lo fece finire “va tutto bene ma sono io che comando la missione” con freddezza. Nikos, impeccabile, rispose “Freja mi ha affidato il co-comando, quindi diciamo che la gestiamo insieme.” Anahit si limitò a guardarlo male. Samira scattò in avanti tirando un calcio in bocca al suo schiavo, dicendo “forza, sono sicura che ce la convinceremo alla nostra causa e che é innocente!” Nikos concluse “anche perché se non la troviamo noi, lo faranno altri.” Anahit senza dire nemmeno buonanotte scacciò gli uomini dalla stanza e la chiuse a chiave. Parlò un po’ con Samira, tutto questo per la ragazza libanese era nuovo e nonostante la sua intelligenza e la sua dedizione alla causa in questo genere di cose risultava ancora inesperta e spesso finiva per essere vista come docile. L’armena, rispetto al suo solito accennò un mezzo sorriso e disse “sono contenta che ti sia unita al nostro gruppo sai?” Samira rimase stupita e eccitata dalla risposta, tant’é che si addormentò con un grosso sorriso.

Per Anahit però, il sonno non arrivò. Scese silenziosa nel corridoio, con una canottiera nera, pantaloni larghi e in ciabatte. Si diresse verso la piccola palestra dell’hotel, dove aveva intravisto degli attrezzi entrando. Dentro, Nikos si allenava, era a torso nudo, il sudore scendeva lento lungo la schiena e le spalle scolpite. Stava facendo sollevamento alla barra, con un ritmo disciplinato, quasi militare. Anahit si appoggiò allo stipite della porta dicendo “Ma guarda un po’. Il soldatino perfetto non dorme.” Nikos smise di allenarsi e rispose “nemmeno la leggendaria armena, a quanto pare.” Lei controbatté “mi aspettavo che tu fossi sopra a dormire come un ghiro in insieme all’altro cretino, pensando a quanto sia bello e privilegiante essere uomo in questa società.” Lui fece una mezza risatina e poi disse “mi piaci molto, soltanto che mi sarei aspettato almeno un ringraziamento per il passaggio, l’organizzazione e le sigarette.” “Tipico degli uomini aspettarsi qualcosa in cambio quando fanno delle cose gentili. Il giorno che ne ringrazierò uno mi raccomando portami dal dottore” rispose la ragazza. Si fissarono per un istante, lei entrò togliendosi le ciabatte e calpestando a piedi nudi il pavimento, dicendo “c’é una cosa che ancora non mi torna, come cazzo fai ad essere fedele alla causa femminista e ad avere quasi sempre la rispostina buonista pronta?” Nikos si passò un asciugamano sul viso, sorridendo rispose “non puoi semplicemente accettare che esistono anche uomini come me nel mondo? Pochi ma buoni.” Lei secca rispose “no.” “Perché?” “Perché se esisti tu, allora tutta la mia rabbia non ha più senso. E io ci ho costruito la mia carriera, su quella rabbia.” A quel punto lui si mosse con uno scatto e disse “e allora sfogati amica mia, qui ed ora. Uno contro uno, lotta libera senza esclusione di colpi, chi atterra l’altro per più di tre secondo vince.” “Sul serio?” Chiese lei sorpresa. “Si sul serio,” disse lui “però se ti batterò, dovrai quantomeno iniziare a guardarmi con una prospettiva diversa. Ora fai la tua condizione.” Con uno sguardo pronto al combattimento l’armena espresse la sua condizione “va bene, ma se vinco io avrò il comando della missione e tu sarai il mio leccapiedi sporchi per i prossimi giorni, mentre le tue palle il mio sacco da box.” Nikos prese un orologio dallo zaino “mi sembra iniquo, ma accetto. Non solo ti batterò, ma lo farò in meno di tre minuti.” Fece partire il cronometro.

Anahit si mosse per prima. Un attacco laterale, rapido e spietato, un gancio secco che mirava al fianco sinistro. Nikos la schivò con agilità sorprendente, piegandosi e ruotando il busto come un lottatore professionista. Disse “non sei male.” “Nemmeno tu per essere uomo.” Lui si imbronciò “smettila di ricordarmelo, a breve te ne pentirai.” Lui la colpì con un calcio alla coscia, ma non sufficiente per buttarla giù. Lei tentò un affondo che Nikos parò con l’avambraccio, afferrandole il polso destro, cercando di sbilanciarla. Anahit reagì con una gomitata violenta allo sterno. Il colpo fu secco. Nikos grugnì ma non mollò, senza preavviso, le sferrò un diretto al volto. Il pugno colpì la ragazza sulla guancia sinistra, facendole scuotere la testa all'indietro con un suono secco. Lei barcollò di un passo, il sapore del sangue sulla lingua, ma i suoi occhi non persero un istante di lucidità. Digrignò i denti, alimentando la sua rabbia. Con uno scatto improvviso, fece perno sul fianco destro e sollevò la gamba in un calcio vorticoso. Il piede nudo, calloso per anni di addestramento, colpì Nikos proprio nei testicoli con un suono molliccio. Il greco si piegò leggermente, tenendo una mano solida sul pavimento, i denti serrati in una smorfia che era metà sofferenza e metà sfida. Anahit sorrise con un lampo selvaggio negli occhi “cosa c’é? Hai la bua ai testicoli? Sappi che a breve sarai il mio leccapiedi, dovrai imparare ogni curva, ogni callo, ogni granello di polvere tra le mie dita.” continuò “inoltre sai cosa succede alle noci quando diventano il mio sacco da box? Prima si gonfiano, poi si tendono e infine ops, esplodono. Dopo si che puoi dire di essere femminista.” Lui si gettò di scatto contro di lei “non si parla eccessivamente in battaglia.” Si rotolarono a terra. Lei cercò di bloccargli le gambe, lui sfuggì come un serpente, girandole intorno e mettendosi in posizione dominante e la colpì con dei pugni. Tornati in piedi Anahit capì che era il momento del colpo di grazia, con tutta la sua forza caricò un calcio potentissimo di collo tra le gambe dell’avversario, dicendo “questo azzererà la tua virilità.” Solo che non fu così. Nikos sorrise, bloccando il colpo tra le cosce muscolose, con una faccia gioiosa disse “mi dispiace, hai perso.” Lei sgranò gli occhi e in un attimo, con una giravolta perfetta, le afferrò il braccio sinistro, lo portò dietro la schiena e con uno slancio la sbatté di schiena a terra. Il peso del suo corpo la inchiodò giù, mentre l’altra mano premeva sul petto di lei per tenerla bloccata. Le loro fronti quasi si toccavano. 3… 2… 1… Il cronometro suonò. Era stata sconfitta nei tempi promessi. Nikos si alzò, ansimando, e raccolse l’asciugamano. “Dai armena, prima o poi mi batterei, io ci ho messo un sacco a battere Freja e tutt’ora nelle nostre sfide vince spesso lei.” Si voltò e se ne andò, lasciandola lì, con il fiato spezzato e la faccia rivolta verso terra. Pensò “esistono davvero uomini così forti e anche buoni…?”

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La luce dell’alba filtrava a sprazzi tra gli ulivi nodosi e la sabbia rossa del confine. L’aria era secca, tagliente come un proiettile, e portava con sé l’odore della tensione. In lontananza, si intravedevano i rilievi bassi che separavano la zona nominale dell’Autorità Nazionale Palestinese dalla condivisa. Un confine invisibile, ma reale. Un limite che Israele era sempre disposto a calpestare, quando necessario. La squadra israeliana si muoveva con precisione chirurgica tra le rocce e i ruderi di un vecchio insediamento abbandonato. Yaara, in tenuta operativa, la pistola nella fondina e il fucile a spalla, apriva il gruppo. Gli occhi grigi scrutavano ogni movimento tra i cespugli. Dietro di lei, un piccolo manipolo di agenti operativi solitamente a Gerusalemme. Con loro anche Jamal, nervoso, col sudore che gli scendeva dalla nuca fino alla base della schiena. L’israeliana si fermò, portandosi il telefono all’orecchio. La voce del suo superiore, Lior, arrivò cupa e tagliente “aggiornamenti?” Lei rispose fredda e militare “siamo sulla pista, ha lasciato alcune impronte, sono sicura siano sue.” Il neo-Colonnello sospirò “non puoi fallire, lo ai bene. Se Leila sparisce un’altra volta finiremo nei casini entrambi.” Lei secca continuò “ne sono consapevole, non si preoccupi signore. Consideri Mansour già morta.” Chiuse la chiamata e si voltò verso Jamal, che arrancava in coda con la maglietta attillata, dei peli spuntavano dal petto e il respiro affannato. “Tu, merda ambulante, ti ricordi cosa ho mangiato ieri sera?” preso alla sprovvista il grosso uomo rispose “mi pare riso, pollo e quella salsa…” lei tagliò corto “perfetto. Se non trovi quella terrorista entro mezz’ora, giuro che te lo cago tutto in gola.” Jamal deglutì, poi con coraggio rispose “anche io voglio quella ragazza morta.”

Leila era nascosta vicino ad una scuola, dietro una parete crepata. Il sole stava sorgendo alle sue spalle. Si leccò le labbra secche e scostò il velo dal viso. I capelli erano intrisi di sudore. Aveva dormito poco, con l’orecchio incollato al suolo come un animale in fuga, puzzava molto più del solito. “Merda... israeliani” li aveva sentiti, li aveva annusati. Il modo in cui si muovevano, il silenzio che portavano. Era abituata. E ogni volta le ricordavano ciò che le avevano fatto al suo popolo, ciò che negli anni si erano presi nei loro territori. Se ne doveva andare al più presto o si sarebbero presi pure la sua vita.

Sempre nelle vicinanze, la squadra di Sami Darwish. Si muovevano come un’onda sporca e minacciosa, avevano fucili automatici, coltelli ben nascosti e sguardi di chi non chiedeva permessi a nessuno. Combattenti senza nome, al soldo del potere maschile e autoritario più oscuro. Sami non usciva spesso dal suo bunker se non per visite istituzionali. Queste missioni sporche le lasciava si suoi uomini, ma questa volta voleva vedere, partecipare lui stesso alla cattura dell’univa persona che in tutti questi anni aveva danneggiato il suo illimitato potere. Vestiva comodo, con una maglietta sudata e un cappello in testa, il volto tirato da puro disprezzo. Si muoveva goffamente tra le rocce e la sabbia. “La voglio viva, non azzardatevi a lasciarla né ai palestinesi né agli israeliani” esclamò ad alcuni uomini. Uno chiese “perché proprio viva?” Sami fece un mezzo sorriso “perché prima di morire, dovrà rendersi conto che non ha mai avuto scampo guardandomi bene in faccia. Come tutte le altre.” Poi si girò verso il resto del gruppo e urlò “trovate quella fottuta bagascia. ORA!”

Leila aveva sentito anche loro. I passi pesanti, il tono delle voci. Non erano israeliani. Erano peggiori. Aveva combattuto contro loro per anni, sapeva come agivano. Sapevano di potere marcio e testosterone. Il problema era che non poteva più rimanere nascosta. Doveva muoversi prima che i due gruppi si chiudessero su di lei come una trappola a tenaglia. Scattò via dai ruderi, correva tra gli ulivi, tra muretti mezzi crollati, saltava canalette vuote e spazzatura sparsa. Ogni passo era un errore potenziale, ogni angolo una minaccia.

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Anche il gruppo europeo stava ora procedendo a piedi nella ricerca, ormai diventata una caccia al tesoro vista l’abilità di Leila di spostarsi e nascondersi. Anahit indossava pantaloni tattici neri aderenti ma flessibili, una maglia a maniche lunghe color sabbia infilata nei pantaloni, una giacca leggera con rinforzi ai gomiti. Ai piedi portava anfibi neri robusti, consumati ma curati, stretti ai lacci in modo perfetto. Ogni suo passo era deciso e bilanciato. I suoi capelli castano scuro, leggermente ondulati, erano raccolti in una coda bassa e stretta, con qualche ciocca sfuggita che incorniciava il volto duro e consapevole. I suoi occhi guardavano avanti, senza distrarsi. Accanto a lei, Samira camminava leggera ma pronta a esplodere come un ordigno. Portava leggings militari color oliva e una maglietta tecnica a maniche corte, lasciando intravedere parte delle braccia non eccessivamente muscolose. Ai piedi aveva delle scarpe da trail nere, perfette per il terreno accidentato, firmate e stilose. Le dita dei piedi, visibili solo quando si fermava e si toglieva le scarpe per sgranchirsi, erano tornate curate, il suo schiavo le controllava ogni giorno, aveva optato per uno smalto color rame. I capelli ricci e voluminosi, erano lasciati sciolti, raccolti solo da una fascia elastica alta che li teneva lontani dagli occhi. Sembrava una leonessa in cerca della preda. Tarek aveva una giacca tattica color terra e lo sguardo attento. Nikos, silenzioso come un’ombra, aveva un cappellino abbassato sugli occhi, pantaloni grigi rinforzati e un portamento militare.

Una sagoma femminile, piccola, veloce, scivolava tra le rocce con movimenti rapidi. Portava un hijab ben stretto e il burka sulle spalle, come un mantello abbandonato. I suoi sandali marroni di cuoio schioccavano appena sul suolo. L’andatura era decisa, nonostante la stanchezza evidente. Una figura esile, ma resistente, come acciaio sottile. “È lei” disse Anahit. Tutti scattarono avanti. Leila si voltò appena. Bastò quello sguardo per capire che li aveva riconosciuti: non come amici, ma come un problema. Si voltò di scatto, estrasse qualcosa da sotto la veste e lanciò una pietra precisa contro l’inguine di Tarek, centrandolo in pieno. Nikos urlò “non facciamocela scappare.” Samira aiutò Tarek ad alzarsi mentre l’armena e il greco si lanciarono all’inseguimento. Nikos raggiunse la ragazza dopo meno di trenta secondi grazie alla sua velocità. Leila tentò di divincolarsi, alzò le sue unghie scheggiate e nere, graffiandolo proprio in mezzo alle cosce e raggiungendo i testicoli. Le dita di Leila si contorsero, cercando di strappare, di svuotare quella sacca vulnerabile. Lui riuscì, prima di vedersi tagliate le gonadi, a bloccarla con un colpo secco al fianco, gettandola contro un muretto, lei si accasciò con rabbia “lasciami, bastardo!” lui provò a calmarla “non ti vogliamo fare del male, siamo dalla tua parte.” Lei rispose con precisione micidiale, schizzandogli uno sputo viscoso e caldo tra le labbra semiaperte, poi disse “cazzate. Tutti dicono così e poi mi tradiscono o provano ad uccidere, per chi lavorate? Israele, Sami o qualche gruppo terroristico?” Anahit li raggiunse, camminò piano verso di lei, chinandosi e senza toccarla “Leila... ti abbiamo trovata per aiutarti.” Incazzata la palestinese continuò “non voglio aiuto, voglio sparire per ora.” “Lo so,” rispose Anahit “ma sparire adesso significa morire.” Leila si stava rialzando. Il volto olivastro, sudato e impolverato, tremava di rabbia. Si accarezzò dove Nikos l’aveva colpita. L’armena continuò “il mio nome è Anahit. Con me ci sono Nikos, Samira e Tarek.” D’istinto Leila chiese “ok, ora dimmi per chi lavorate” il greco rispose, secco “non possiamo dirlo, non ancora.” Leila scattò di nuovo, cercando di allontanarsi, si trovò di fronte Tarek che provò ad aggrapparla, fece appena in tempo a incrociare le braccia, ma gli arrivò il primo schiaffo come un frustata, il palmo della sua mano piccola ma temprata dalla fuga schioccò contro i testicoli del libanese, con precisione spietata. Un lamento flebile gli sfuggì mentre si piegò in avanti, solo per ricevere un pugno diretto alle palle già colpite, le nocche di lei affondarono con la forza di un mazzuolo. Lui provò a chiudere le cosce in una difesa istintiva, quando il sandalo di cuoio schizzò in alto. La punta affilata del piede destro di Leila si conficcò tra le sue gambe con la precisione di un pugnale, il dorso delle dita del piede comprimeva la morbida vulnerabilità sotto il tessuto dei pantaloni. Lui stava per svenire ma Samira, con un gesto fulmineo riuscì a bloccarla. Le loro scarpe si toccarono, i corpi tesi. La libanese la fissò negli occhi “ti prego, ascoltaci. Io so cosa vuol dire essere venduta e abusata dagli uomini con il potere, ti capisco e voglio che anche tu possa provare cosa é la libertà.” La tensione si sciolse leggermente, come vapore su una lastra bollente. Leila fece un passo indietro, ansimando “io voglio solo mettere fine a queste politiche di maschilismo, capitalismo estremo, nazionalismo, fascismo e colonialismo che si trovano nelle nostre terre.” “Allora segui noi” disse Anahit. Leila abbassò gli occhi. I suoi sandali erano pieni di terra. L’unghia del piede sinistro era scheggiata. Lo smalto dei colori palestinesi era graffiato, ma ancora visibile. Il simbolo era lì, infranto, ma vivo. Rimase zitta per qualche secondo. A prescindere sapeva che non avrebbe potuto batterli questa volta, era costretta a fidarsi. Fece un mezzo cenno col capo “va bene, per ora vi seguirò, al primo passo falso però vi faccio fuori uno a uno.”

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Il gruppo si avviò verso una zona sicura, ma appena arrivati in una zona aperta successe ciò che più temevano. Da un lato, comparvero uomini e donne armati in assetto israeliano. Yaara era in prima linea, con l’arma sollevata, la fronte rigata di sudore sotto i suoi capelli a caschetto. Occhi e corpo da predatrice famelica. Con loro c’era anche Jamal. Dall’altro lato, più scomposto ma non meno armato, avanzava come un branco il gruppo di Sami. Vestiti mimetici ma non uniformi, con sandali o scarponi militari a seconda della disponibilità economica del singolo. Occhi nervosi, alcuni coperti. In mezzo a loro, Darwish, vestito stirato malissimo sopra il giubbotto antiproiettile, occhiali da sole spessi, barba puzzolente e mai curat. Con le mani incrociate dietro la schiena e un fucile appeso in diagonale sul petto. In mezzo, Anahit, Samira, Nikos, Tarek e Leila. Ci fu un leggero attimo di silenzio e poi la situazione esplose. Yaara alzò l’arma e urlò verso Anahit “e adesso voi chi siete? Sarete per caso americani o europei?” Anahit fece un passo avanti, anche loro erano comunque armati “stai calma, possiamo spiegare tutto.”

Yaara si giro verso Sami facendo un cenno con la testa “avevamo pattuito che non ti saresti mosso dal tuo buco di culo di città, hai tradito l’accordo.” Sami non si scompose. Si tolse gli occhiali da sole con lentezza e parlò con voce grave “a me i traditori sembrate voi, Yaara. Dovevate consegnarmi tutti quelli sulla mia black list. E invece guarda un po’... il traditore Jamal, quel pezzo di sterco, è proprio in mezzo a voi.” Jamal sudava e tremava, si stava letteralmente sbriciolando. Se fosse finita male lui sarebbe stato catturato e torturato dal suo ex padrone, se invece fosse stata Leila a prenderlo sarebbe probabilmente tornato a mangiare la sua merda per sempre. Nikos mormorò sottovoce ad Anahit “iniziano a tornare i conti” lei rispose “si, Darwish e quell’Israeliana… parlano con troppa confidenza. Qui ci sono accordi sporchi sotto il tavolo.” Yaara diventò sempre più torva “ consegnateci la terrorista e ve ne andrete vivi.” Sami rispose quasi nello stesso istante “no, consegnatela a me. Deve prostarsi di fronte ai miei occhi per quello che mi ha fatto.” Leila guardava avanti, silenziosa, il cuore batteva velocissimo, le mani tremavano. Parlò il suo istinto di sopravvivenza, senza avvertire nessuno, tirò un calcio secco alle gonadi di Tarek, sciupate sempre di più, e scattò in avanti, scartando Samira di lato. “Oh no, cavolo!” gridò lei. Leila saltò su un muretto basso, si voltò un attimo verso tutti e poi… corse via. Iniziarono una serie di spari da parte di tutti i gruppi che esplosero contemporaneamente. Yaara si buttò a terra e rispose al fuoco. Sami urlava ai suoi uomini. Nikos si lanciò su Samira e Tarek, trascinandoli dietro un grosso sasso per proteggerli. La confusione e il suono dei proiettili riempiva la zona. Un uomo israeliano caricò in avanti sparando a ripetizione, su muoveva come un bulldozer, prendendosi un colpo alla spalla ma continuando ad avanzare. Riuscì a travolgere uno degli uomini di Sami e lo finì con una raffica nel torace. Samira prese posizione dietro la roccia, i suoi colpi non erano precisi e non arrivavano mai a bersaglio. Nikos invece era molto più preciso, anche se evitava di uccidere. Tarek, nonostante il dolore, si rimise in piedi. Prese un coltello e si lanciò in corpo a corpo contro una soldatessa israeliana che stava venendo verso di loro. La soldatessa israeliana, una donna sui quaranta con capelli biondi, lunghi e sporchi, legati per migliorare la propria prestazione, il viso segnato da cicatrici superficiali e occhi verdi, non perse un secondo. Mentre Tarek si lanciava verso di lei col coltello sollevato, lei ruotò il bacino con precisione chirurgica e gli sferrò un calcio all’inguine con lo stivale militare. Il colpo risuonò come un pallone da calcio riempito d'acqua che esplode. La soldatessa non si fermò, con un movimento svelto, afferrò Tarek per i capelli mentre ancora ondeggiava in agonia, sbattendo la sua faccia contro il ginocchio in risalita. Ma il peggio doveva ancora arrivare, con un ghigno da macellaio, la donna lo spinse a terra di schiena e gli piantò la suola dello stivale direttamente sopra i testicoli, premendo con tutto il peso del corpo. Le palle dell’uomo per fortuna erano tra le più forti della terra dopo tutti i colpi subiti dalla sua padrona. Le palle, gonfie e violacee per i ripetuti colpi, sguisciarono via dalla presa dello stivale strusciando sul terreno, ancora non distrutte. Con una resistenza fuori dal normale riuscì a tirare una coltellata alla caviglia della donna, per poi spaccarle il naso con una testata. Jamal, aveva tirato fuori una sciabola e una pistola, nascondendosi dietro una pianta, cercando di capire quale sarebbe stata la sua prossima mossa. Sami, imprecando, si mise in copertura, urlando a uno dei suoi uomini “prendi gli armamenti pesanti, se non la prendiamo giuro che faccio esplodere questa frazione, con tutti gli israeliani presenti.”

Leila correva sotto il sole cocente, saltando tra rocce, macerie e cespugli, spinta dalla paura. Dietro di lei, Anahit la seguiva a passo felpato, come una pantera. Non sparava, non voleva nuocerla minimamente. Yaara, invece, la inseguiva, bestemmiando e scaricando la pistola nel tentativo di prenderla, nonostante le difficoltà e l’agilità della ragazza. Due uomini di Sami, uno con un machete, l’altro con un AK corto, cercavano di tagliare la strada. Leila fece un salto lungo, scivolò in una buca, si rialzò ansimando. Quando sbucò in un piccolo spiazzo, fu circondata: Anahit a sinistra, Yaara davanti, i due mercenari ai lati opposti. L’israeliana provò a sparare ma aveva finito ormai tutte le cariche presa dalla furia e dalla rabbia. Uno dei due uomini le disse “arrenditi” ma Leila sputò in terra “a chi di voi dovrei arrendermi?” L’armena con le mani in avanti disse “Leila, io non sono una brava diplomatica ma davvero, fidati di noi e tutto andrà bene.” “Mi dispiace,” rispose la palestinese “ormai il tempo della fiducia é esaurito.” Il primo dei mercenari si lanciò per prenderla. Lei d’istinto si piegò all'indietro lasciandolo sfiorare l'aria alle braccia dell’uomo, poi con un movimento sciolto da ginnasta, piantò la punta del sandalo nei suoi genitali durante la scivolata. L’uomo sbuffò per il dolore ma non mollò, piantando il gomito nello stomaco di Leila con un colpo secco che le strappò il fiato. Lei piegò le ginocchia, fingendosi più stordita di quanto fosse, mentre la mano destra si serrava a pugno. Mentre lui si raddrizzava, soddisfatto del colpo andato a segno, Leila sfruttò quell’attimo di esitazione e scattando come una molla, il pugno destro si schiantò in un preciso rovescio tra le gambe dell’avversario. Le nocche durissime affondarono nella morbida carne dei testicoli, schiacciandoli contro l'osso pubico con un suono madido e ovattato. Gli occhi dell’uomo strabuzzavano mentre le gambe si prostravano a terra. Leila non aveva finito. Girò su se stessa come una trottola e il coltello che aveva in mano si conficcò nel testicolo sinistro del mercenario. Nel frattempo Anahit doveva affrontare il secondo mercenario che si era lanciato contro di lei. Il mercenario lanciò un calcio a sorpresa, basso e brutale verso lo stomaco di Anahit, sperando di piegarla in due. L’armena non si scompose, gli addominali duri come roccia assorbirono il colpo, il respiro le uscì dalle narici come un soffio controllato. Anahit indietreggiò, mostrando la sua esperienza decennale, le sue gambe muscolose si sciolsero, proiettandola in un calcio frontale saltato, che colpì il mercenario esattamente dove contava, ai testicoli. Uno squillo acquoso, come un pomodoro troppo maturo schiacciato sotto una pressa, echeggiò mentre l'uomo emetteva un grugnito. Mise fino al duello con un colpo di palmo, fu come un martello su un'incudine: la sua mano, dura ed abituata alle battaglie, scattò in avanti con un brutale montante che schiacciò le palle dello sfidante sfortunato. Il respiro dell'uomo esplose dai polmoni, mentre cadeva rumorosamente a terra. Yaara si sferrò ancora contro Leila, coltello in mano, urlando “sei mia, bastarda!” Il corpo di Yaara era una freccia scoccata, muscoli tesi, denti stretti, occhi che non perdonano. Il pugno di Leila si girò di 180 gradi, non per colpire organi importanti, ma l'acciaio. Le sue nocche schioccarono contro il polso dell’aggreditrice, facendo cadere il coltello nel terreno. La donna israeliana sussultò, le dita in preda a spasmi per il colpo al nervo, ma Leila si stava già muovendo. Arrotò la lama in una stretta presa inversa. La punta del coltello baciò la coscia di Yaara, recidendo il tessuto e lasciando una linea rossa sulla pelle. Yaara cadde all’indietro sbattendo il culo, con un calcio verso l’alto cercò di colpire la vagina della ricercata, ma lei ruotò i fianchi all'ultimo secondo, lasciando che il colpo dell'israeliana le rimbalzasse sulla parte interna della coscia, provocandole una bruciatura. Prima che Yaara potesse riprendersi, il sandalo di Leila le colpì il plesso solare: non un calcio violento, ma un colpo di pistone all'anca, che spinse in avanti ogni grammo della sua forza nervosa. Come un uragano, stava arrivando verso di loro Anahit.

Intorno a Nikos, il terreno era un mosaico di uomini e donne morti o svenuti. L’odore acre della cordite saturava l’aria. Lui stava in piedi, il respiro pesante, guardando l’orologio. Un sorriso ironico comparve sul volto “dai, un tempo record per abbatterne così tanti, non male.” A Samira invece era capitato un avversario grosso e tosto, Jamal, con tutta la sua potenza, avanzava verso di lei. Avevano entrambi finito le munizioni, lui con una grossa sciabola, lei aveva solo un coltello. Jamal sferrò l’affondo con un ruggito, la lama della sciabola fendeva l’aria con un sibilo sinistro. Samira scattò di lato, venne sfiorata al fianco, le si strappò un lembo della giacca. Il respiro le bruciava in gola, ma non perse un istante: ruotò su se stessa e, con un movimento fulmineo, alzò la gamba e gli piantò un calcio secco tra le gambe. L’uomo si piegò e la ragazza, presa dall’adrenalina urlò “forza, continua a batterti!” Jamal ansimando, si guardò intorno e capendo che nessuno sarebbe venuto a cercarlo in quel momento, esclamò “ma chi cazzo me lo fa fare…” in mezzo al caos, si voltò verso l’orizzonte “sono libero!” urlò, correndo via e zigzagando tra i corpi. Samira rimase scioccata, ma almeno si era evitata uno scontro.

“Leila, devi smettere,” disse Anahit con voce ferma, ma non urlata “non è questa la strada, possiamo seriamente aiutarti, abbiamo visto come tutto qua puzza e non torna.” Leila la guardò con diffidenza, il respiro affannoso “avanti, affrontami!” Nel frattempo, Yaara si rialzò lentamente, la pelle cosparsa di sporcizia e sudore, disse riferendosi all’armena “non mi hai ancora detto chi diavolo sei? Fatti da parte, o ti ammazzo.” Il tono era gelido, spietato, ma Anahit non indietreggiò, replicando con freddezza “non permetterò che il tuo stato la sfanghi anche questa volta.” Con un balzo, Yaara si lanciò in avanti, afferrando Anahit per il braccio con una presa brutale. Le due ruotarono, cercando di dominare l’una sull’altra, pugni e gomitate volarono veloci. Anahit evitava di colpire Leila, che restava poco distante, pronta a intervenire o a difendersi. Quando Anahit si trovò impigliata nella presa di Yaara, Leila colpì con un calcio secco alla spalla di Yaara, facendola barcollare. L’israeliana ringhiò e voltò lo sguardo verso di lei, ma l’armena ne approfittò per spingere via la sua aggressora con un colpo al petto. Yaara, con uno scatto, afferrò Anahit per i capelli scuri e ondulati, tirandola violentemente all’indietro. Anahit, dolorante, riuscì a liberarsi con un colpo di ginocchio all’addome di Yaara. Proprio quando la tensione sembrava al culmine, un rumore metallico e minaccioso si fece sentire alle loro spalle. Sami era sbucato, un mitragliatore pesante in mano, occhi di puro rancore e disprezzo. Senza esitazione aprì il fuoco, una raffica incessante che si riversò verso le donne. Anahit, con un istinto quasi sovrumano, si gettò di lato, il colpo la sfiorò di striscio lasciandole un graffio sanguinante. Si trascinò a fatica dietro un gruppo di rocce vicine, respirando a fatica ma vegeta. Yaara, invece, non fu altrettanto fortunata. Proiettili lacerarono parti del suo corpo, facendola cadere a terra, quasi incapace di muoversi. Strisciò via disperata, con le mani tremanti, Yaara tirò fuori il cellulare e chiamò il Colonnello Lior. La voce era roca e spezzata “colonnello, se non arrivano supporti medici nella zona... morirò qui, non ho compiuto la missione.” Dall’altro capo la risposta fu un colpo gelido, inatteso “mi dispiace, non posso fare nulla oltre a quello che ho già provato. Sami é ancora una pedina troppo importante per lo Stato di Israele e penso che a breve le autorità locali arriveranno, non ci possiamo far trovare così pesantemente in flagranza nella zona.” La soldatessa strinse i denti, sentendo il tradimento come una lama affilata dentro di sé. “Peccato,” fu la risposta definitiva di Lior “potevi diventare qualcosa di più.” Poi la linea si chiuse, Yaara chiuse gli occhi un secondo, il respiro che si faceva sempre più debole. Il sangue le scorreva caldo lungo la gamba. Poi si lasciò andare, morendo.

Sami, con passo deciso e predatorio, si avvicinò a Leila. Lei era ferita leggermente alla gamba, un taglio che le dava forte dolore. “É finito il tempo di correre, ragazzina” disse Sami con un sorriso beffardo “non andrai da nessuna parte.” Un rumore di motori e freni stridenti ruppe l’aria. Dai veicoli corazzati con la bandiera palestinese sbucarono uomini in divisa dell’Autorità Nazionale Palestinese. In prima linea, il sottocomandante Maher, accanto a lui, il Colonnello Nabil Taha. Agenti dell’Autorità Nazionale Palestinese. Nabil fece due passi avanti, la voce risonante e autoritaria “Leila Mansour. Sei sotto arresto per crimine di terrorismo, sotto custodia dell’Autorità Nazionale Palestinese. Hai diritto a un difensore, qualsiasi cosa dirai potrà essere usata contro di te.” Sami fece un passo in avanti, urlando “non potete farlo! È mia!” Il colonnello lo interruppe con un pugno secco sul volto. Il rumore smorzato dell’impatto fece ammutolire il campo per un istante. Sami cadde all’indietro, sputando sangue. Nabil disse con fierezza “Darwish, tu non dovresti essere qui. Da troppo tempo sopportiamo l’ambiguità dei tuoi affari. Ti consiglio di tornare immediatamente a casa tua… se non vuoi essere ammanettato pure tu.” Sami, in ginocchio ribolliva d’ira, scosse la testa “no, vi prego. Me la dovete lasciare.” Nessuno degli uomini suoi rimasti mosse un dito. Tra se e se Sami pensò guardando l’autorità “ve ne pentirete, presto ve ne pentirete.” Di fianco a loro sbucò un altro mezzo, con sopra Nada Al-Husseini e Jamal legato “ho trovato anche questo pezzo di letame che provava a fuggire, l’ho catturato. Questa zona é un disastro.” “Ottimo lavoro, agente” disse il Comandante “adesso pensiamo a portare nelle nostre strutture questa terrorista.” Con fierezza, l’ANP prese in custodia Leila, spingendola verso i mezzi, le sue mani tremavano. I suoi occhi, di solito duri, erano lucidi. Sapeva che questa volta era davvero finita, la rincuorava che non fosse successo proprio nelle mani di Sami o di Israele. Anahit, ancora dietro al masso, osservava la scena, nella sua testa di accesse un pensiero “merda…ora come cazzo faccio. Meglio se trovo gli altri e avvisiamo Freja.” I motori dei mezzi ripartirono. La sabbia si alzò in tutto il campo e il silenzio, per un momento, fu più assordante degli spari.

Capitolo 34

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