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Chapter 32 by Esseremicidiale02
Capitolo 32
Inseguimento
Il primo riprendere conoscenza fu David. L’odore del sangue e del sudore riempiva ormai l’intera casa. Quello che sembrava ormai l’unico alloggio decente in tutta la Striscia di Gaza era ormai allo sbaraglio. Si trovava in una posizione per al quale era impossibile liberarsi, non riusciva a muovere le braccia, legato con delle corde grezze strette cin forza brutale, le quali stringevano il suo polso gia dolorante fino a tagliargli la circolazione. Sentì una schiena addosso alla sua, quella di Amina. Lei gemette piano, mentre riprendeva coscienza, e per qualche secondo fu silenzio. “Ci sei?” sussurrò David, appena percettibile. “Sì...più o meno” rispose Amina, con voce roca “non muoverti, altrimenti qua ci uccidono veramente.” I due erano schiena contro schiena, i polsi legati insieme dietro di loro, rannicchiati sul pavimento sporco e polveroso della sala principale della casa. Le ferite, le botte, la fame e il caldo li avevano debilitati, ma entrambi erano in vita. Ali era seduto di fronte a loro, con una ciotola di datteri freschi. Ne masticava uno lentamente, guardandoli con uno sguardo frustrato, carico di odio, ma anche di stanchezza. Attorno a lui, i suoi quattro figli erano messi peggio. Bilal era piegato dal dolore che gli aveva provocato Amina, Yasmin teneva il coltello con due mani tremanti, Wilad aiutava sua madre a sedersi sul divano, mentre lei tossiva sangue e cercava di ricomporsi, il labbro aperto e un dente mancante. Rania, invece, aveva il volto ammaccato e rosso dai calci presi da David durante la sua tentata fuga, ma la sua rabbia ribolliva sempre di più. Poi disse “padre, fammi finire quello sporco israeliano, lo sapevo che ci avrebbe portato rogna!” sputò, puntando il calcio della pistola verso le palle di David. Ali alzò la voce “Basta fare l’isterica, Rania. Basta. Ci servono vivi e i rinforzi stanno arrivando.”
Nella stanza rimbombò un colpo alla porta secco, Amina chiuse gli occhi e il cuore smise quasi di battere dalla paura. Ali si alzò lentamente. Lo stesso fece Bilal. I passi fuori erano molti: tre, quattro, sette, forse di più. Poi la porta si aprì e come un demone di fronte alla porta del girone infernale entrò Mustafa. Indossava un ghutra nero, se lo tolse mostrando la barba curata e atteggiandosi con aria di chi, nonostante tutte le sue carneficine, ritiene di essere dalla parte giusta della storia. Dietro di lui, sei uomini di Hamas, pesantemente armati, probabilmente altrettanti ad aspettarli fuori. Due portavano lanciagranate a tracolla, uno aveva un AK-103 lucidato. Mustafa si guardò intorno, notando il disastro in casa e maniglia della porta distrutta. Allargò le braccia e si rivolse ad Ali con sarcasmo “ti ha fatto dannare questa volpe, eh? Vi ha conciato per le feste.” Ali fece un ghigno ma evitò di rispondere, mentre Maha abbassava la testa. Mustafa si avvicinò a David e gli prese il mento tra le dita terrose e sporche, per poi iniziarlo a strattonare “così questo è il tanto famoso israeliano che si dice per tutto questo tempo abbia accompagnato la Volpe, facendole finire l’era della solitudine...ti immaginavo più alto!” Poi si chinò su Amina con un sorriso a 36 denti, dicendo “e tu... non hai idea di cosa ti aspetta. Ma lo scoprirai molto presto. Si torna dal papi!” Le fece l’occhiolino e poi rise con i suoi uomini. Lei si irrigidì, ma non poteva far nulla.
Ali, innervosito dalla situazione, sbottò “prendeteveli, dateci il denaro e andatevene.” Mustafa scosse il dito, schioccando la lingua e dicendo “no no no. Voglio avere la certezza che il pacco sia arrivato a destinazione prima di pagarvi. Vi darò soltanto metà della cifra pattuita, la rimanente arriverà quando saranno nel nostro covo.” Ali strinse i pugni, borbottando “é una follia. Un patto é un patto.” Mustafa si mise a riflettere guardandosi intorno, trovando un ottima soluzione “se non hai la certezza di avere la parte rimanente di denaro, posso prendere il tuo figlio e la tua figlia maggiore con me fino al ritorno, in modo tale che possa dare direttamente a loro i soldi.” Ali stava per dire che non avrebbe mai accettato ma Rania si intromise “certo, accetto volentieri la generosa offerta.” Ali sgranò gli occhi dicendo negando ciò, ma la figlia maggiore aveva l’intenzione di far del male serio a quell’israeliano, sicuramente nel covo di Hamas avrebbe avuto più mano libera e gli avrebbe sradicato i testicoli, ne era sicura. Bilal non era entusiasta al pensiero di andare nel luogo di quei criminali ma sapeva che sarebbe stata la cosa giusta per tutelare la propria famiglia, quindi anche lui accettò. Ali, surclassato dai suoi figli, non la tirò per le lunghe mandando i figli maggiori con i miliziani, attendendo il loro ritorno.
Usciti dalla porta il convoglio si mise in moto. Tre jeep e un pick-up, con David e Amina caricati sul retro, tra due miliziani armati, Mustafa con loro. Polvere e vento li avvolgevano. Non avevano idea di dove li stessero portando, ma David e Amina potevano sperare in una sola cosa: Yael.
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Yael e la sua squadra erano arrivati, nel silenzio, come degli spettri non si erano fatti notare da nessuno e con la loro grande jeep si erano fermati vicino al punto che era stato indicato alla radio da David. Tutti armati, vestiti in modo leggero ma mimetico, con guanti e visori termici. Non più di sette persone ma disposte ad annientare qualsiasi ostacolo. Entrarono in silenzio nella casa di Ali da tetti, finestre e sfondando la porta. Si vedeva che dovevano esserci stati combattimenti e movimenti non troppo tempo prima. Ali, Maha e i loro figli rimasti non ebbero nemmeno il tempo di accorgersi di ciò che stava succedendo, trovandosi immediatamente bloccati a terra. Ali era bloccato con ginocchia al collo e canne di fucile puntate alla bocca. Yuval si chinò su Ali e ordinò “dimmi dove é stato portato il ragazzo israeliano che é stato catturato qua o ti sparo in gola.” Ali rispose in lacrime “basta vi prego, non ce la faccio più.” Yuval sembrava particolarmente incazzato e Yael voleva assolutamente evitare che sparasse: non sarebbero serviti a nulla dei testimoni deceduti e inoltre la sua etica le impediva di fare morti inutili. Prese Walib e disse riferendosi al padre “ei, guarda che faccio con tuo figlio se non parli.” Il ragazzo cercava di tenere lo sguardo alto e il petto gonfio, nonostante avesse la schiena schiacciata contro il freddo pavimento. Yael lo fissò con i suoi occhi ghiacciati, la sua mano scese improvvisa e gli serrò l’inguine con una presa secca e brutale. Walib gemette, cercando di chiudere le gambe, ma Yael gliele spinse di lato con un calcio deciso. Ali continuava a fissare la scena immobilizzato. Il suo respiro era spezzato, le mani a pugno, mentre vedeva suo figlio a terra sotto quella donna.
Yael continuò, la voce ferma “vedi, c’è una cosa che io conosco bene. So esattamente quanto dolore un corpo maschile può sopportare… e so anche quanto colpire per spappolarti a sufficienza quelle due palline che ti ritrovi.” Senza preavviso, lo colpì con la base del palmo nel sottopalla. Un colpo netto, che fece schioccare la pelle di Walib. Prima ancora che potesse respirare, l’israeliana portò il ginocchio destro in avanti e lo piantò al centro dei testicoli, con tutta la potenza delle anche. Ali fece un mezzo movimento, trattenuto subito dal resto degli uomini israeliani. “Parla, Ali,” disse Yael, con calma glaciale “o il prossimo colpo glielo do in un modo che non potrà più avere figli… e ti giuro che mi prenderò tutto il tempo per farlo.” Walib ansimava, piegato su un fianco, ma Yael lo tirò su per le braccia e lo trascinò seduto a gambe apertissime. Lei si chinò con un sorriso gelido, i pollici già posizionati sulle pieghe inguinali di Walib. Con un movimento lento, affondò le unghie nella pelle, premendo verso l’interno finché non sentì la resistenza tesa dei testicoli sottostanti. Il ragazzo sbatté la testa all’indietro, mentre le dita di lei cercavano il punto esatto: quel lembo di tessuto vulnerabile tra scroto e coscia. Chiese “sai cosa succede se premo qui per dieci secondi? Il dolore ti sale dritto allo stomaco e ti fa vomitare anche quello che non hai mangiato. Venti secondi e svieni. Trenta e ti lascio con danni permanenti.”
Ali aveva gli occhi lucidi, ma la bocca serrata. Yael lo fissò un istante, poi decise di alzare la posta. Si spostò dietro Walib, gli infilò il piede sinistro sotto la coscia e con il ginocchio destro lo spinse in avanti, immobilizzandolo in una torsione dolorosissima. Con la mano libera, gli diede un colpo a martello diretto all’inguine, seguito da un altro, e un altro ancora, rapidi e spietati. Poi fece un altro gesto: lo lasciò andare un secondo, solo per prendere la rincorsa e colpirlo con un calcio frontale tra le gambe, che lo fece quasi sollevare dal pavimento. Walib cadde di lato, piegato in due, con un filo di bava alla bocca. Rivolta al padre continuò dicendo “questo era solo l’assaggio, posso fare molto di peggio.”
Naama si avvicinò a Ben-Zvi. La situazione non si stava smuovendo particolarmente e dovevano trovare metodi alternativi per far parlare l’uomo in fretta. Nell’orecchio sussurrò all’uomo “Ben, prendi quella lì” indicò Yasmin, seduta in un angolo con le mani legate “e portala nella cantina, chiudendoti dentro con lei. Non le devi fare nulla, hai capito? Serve solo a spaventare il padre. Se disobbedisci, Yael ti farà a pezzi e io raccoglierò le briciole.” Ben-Zvi fece una smorfia “sì sì, ho capito.” Naama lo lasciò andare, ma nel suo sguardo c’era un ‘ti tengo d’occhio’ chiarissimo. Ben urlò “sei molto carina ragazza mia, adesso ti mostrerò il mio cazzone” afferrò Yasmin per un braccio e la spinse verso le scale.
Arrivati nella stessa stanza dove Yasmin aveva torturato David poco prima, Ben chiuse la porta “ecco, ora siamo solo io e te” disse con un mezzo sorriso, colmo di presunzione. Si tolse il fucile dalla tracolla e lo poggiò vicino alla parete. Yasmin lo guardava senza parlare. Lui fece un passo avanti, studiandola dall’alto verso il basso. Poi, con un gesto lento e provocatorio, abbassò interamente i pantaloni mostrando tutto quello che aveva lì sotto, era carico di adrenalina. “Ti piace il mio pene eh? É abbastanza grosso?” Le dimensioni in realtà non erano un granché ma Yasmin a bocca aperta notò una sola cosa, scoppiando a ridere. Non era una risata isterica, ma lenta, cattiva e divertita “ahahahah adesso capisco tante coseee” disse, inclinando la testa di lato “tutta questa rabbia… tutta questa voglia di sentirti potente…non é solo perché sei stronzo, ma anche perché ti manca metà virilità. Sei un fottuto monopalla.” Il viso di Ben-Zvi si tinse di rosso “chiudi quella bocca, troia!” Lei rispose dubbiosa “perché? Ti dà fastidio che io veda la tua unica palla così ammaccata e distrutta.” Lui avanzò di scatto, afferrandole il viso con forza “sai che posso romperti il collo qui e adesso?” Yasmin sorrise appena, con voce da bambina disse “dai scherzavo…potresti però slegarmi le mani…potrei farti godere al 100%.” Lui esitò, sapeva che Yael non l’avrebbe perdonato, ma era immerso nei sentimenti di rabbia ed eccitazione. “Muoviti” disse, slacciando le corde ai polsi. Non ebbe il tempo di capire l’errore. Appena libera, Yasmin fece un passo indietro e poi un affondo fulmineo. Il ginocchio gli esplose nei testicoli con grinta. Ben piegò le gambe emettendo un gemito di dolore, lei con tono ironico disse “ho come l’impressione di aver velocizzato il tuo naturale processo di sterilizzazione.” A quel punto tirò un nuovo colpo, una gomitata potente, come a 100 chilometri orari le sue palle si scontrassero contro uno spigolo. La ragazza era piccola ma ci sapeva assolutamente fare. Fece una piroetta su se stessa e colpì nuovamente i coglioni con la punta del piede, ancora più forte. Yasmin si chinò, afferrandogli la testa e sussurrando “e adesso vai a raccontare in caserma che una ragazza scalza ti ha spezzato l’orgoglio e la tua unica pallina.” Poi, senza dargli respiro, un nuovo calcio rotante con i piedini nudi. Lui crollò a terra, rannicchiato in posizione fetale, gemendo e incapace di reagire. Yasmin iniziò ad avvicinarsi all’uscita, proprio verso il fucile. Fu proprio in quel momento che Naama scese le scale, vedendo Ben-Zvi a terra e Yasmin libera. Aveva sentito il grido strozzato di Ben rimbombare fino al piano di sopra, somigliava più al lamento di un’aragosta in pentola più che ad un soldato esperto. Si fermò osservando la scena es evitando che Yasmin arrivasse al fucile: la ragazza si trovava ora immobile e in piedi; Ben invece era accasciato in posizione fetale con le mani fra le gambe, rantolava a terra, il viso paonazzo, il respiro affannoso. Naama non ci mise molto a capire cosa era successo. Bastò lo sguardo tra le due: un’intesa fulminea. Yasmin era appena resistita ad un abuso e aveva vinto. Il corpo di Naama si mosse prima della mente e piantò un piede, uno dei suoi pesanti stivali da ricognizione rinforzati, proprio al centro del testicolo di Ben-Zvi. Lui urlò, ancora troppo stordito per reagire, mentre un gorgoglio basso gli usciva dalla gola. Lei non disse niente. Con un movimento deliberato, raccolse saliva in bocca, gonfiando leggermente le guance. I suoi occhi freddi non lasciarono i suoi per un secondo mentre la lingua premette contro i denti, preparando il colpo. Con uno schiocco umido, lo sputo partì come un proiettile, perfettamente mirato. La saliva gli schizzò in bocca aperta mentre ansimava dal dolore, colando giù per la gola. “Ti avevo ordinato di fare solo finta!” sibilò piano, come una serpe calma prima dell’attacco “e ti sono bastati pochi minuti per abusare di lei? E farti pure battere?!” La voce era piatta, controllata, ma negli occhi le bruciava una furia glaciale. Yasmin rimase immobile, in un silenzio teso. Poi vide Naama chinarsi, sfilarsi uno dei guanti tattici, e afferrare Ben-Zvi per il colletto. “Tu non sei un soldato. Sei monnezza” lentamente fece roteare l’altra mano con il guanto e tirò in mezzo alle sue gambe un forte pugno, secco e letale. Naama lo lasciò cadere come un sacco vuoto e si voltò verso Yasmin “che ne dici di sputare anche te nella sua lurida bocca?” La ragazzina si avvicinò con passo leggero, un ghigno tirato sulle piccole labbra mentre osservava Ben-Zvi che si contorceva, ancora incapace di riprendersi dal colpo infernale di Naama. Si schiarì la gola con un rumore umido, deliberatamente esagerato, sentendo il catarro accumularsi in fondo alla gola, denso, appiccicoso, il risultato di giorni di cibo scarso, stress e disidratazione. “Con piacere” sibilò lei, gonfiando le guance mentre raccoglieva una massa densa di saliva e disprezzo. Con un movimento rapido del mento, sputò violentemente, il globo di saliva schizzò perfettamente tra le labbra socchiuse di Ben, entrando in bocca. Lui deglutì a forza, mentre Yasmin si asciugava il labbro con il dorso della mano, sussurrando con occhi predatori “e adesso?” Naama abbassò lo sguardo sui piedi nudi di Yasmin, osservando con attenzione ogni dettaglio: la polvere grigia che incrostava la pianta, le strisce nere di sudore e sporco tra le dita, le callosità da giorni passati scalza in giro per il villaggio. Un angolo della sua bocca si sollevò in un mezzo sorriso. “Beh,” disse Naama, la voce bassa e carica di suggestione “hai dei piedi molto sporchi. Faglieli leccare.” Ben rantolò dicendo “ti prego, non questo…” Naama strinse nelle sue dita affusolate la palla dell’uomo. Le nocche bianche affondarono più a fondo, schiacciando la gonfia sacca di carne come per farla marcire. Yasmin sollevò il piede destro, le dita dei piedi arricciate dalla polvere secca e nel sudore rancido. Posò la pianta del piede contro le labbra tremanti di Ben-Zvi, premendo con deliberata tranquillità. La bocca si aprì e un odore acido di piedi non lavati da giorni, misto all'acre sentore di cemento umido del seminterrato, riempì le narici di Ben mentre sfiorava la superficie ruvida. “Lecca” ordinò Naama. Ben obbedì e ogni solco, ogni piega della pelle callosa gli riempiva la bocca di un fetore umido, denso, che gli si attaccava al palato come colla. Naama allentò per un istante la presa, le dita ancora intrise del calore umido della sua paura. Con un movimento fluido, infilò una mano nello scarpone, estraendo un calzino nero di sudore, ancora caldo e appiccicoso dall’uso prolungato. L’odore si diffuse nell’aria, un mix di cuoio, sale e umidità stagnante, mentre lo faceva roteare davanti al volto sbiancato del collega. Yasmin, avendo intuito ciò che stava per accadere, tolse lentamente i piedini dalla bocca del nemico. A quel punto l’israeliana disse “perfetto. Adesso fai tutto quello che vuoi a quel testicolo che si ritrova mentre gli infilo questo in bocca. Così urlerà meno.” Yasmin non perse un secondo, le sue dita si si strinsero attorno alla sacca gonfia e violacea su cui Naama le aveva appena lasciato libertà, le unghie corte ma affilate, affondarono nella pelle tesa. Ben-Zvi voleva urlare dal dolore, ma Naama era già in movimento, con un colpo secco, infilò il calzino sudato nella sua bocca, la stoffa bagnaticcia si sfilacciava contro le labbra, fino ad entrare. “Succhia finché non senti il cotone in gola,” sibilò leo, mentre le dita le si conficcavano nei capelli sudati. Yasmin, intanto, piegò le labbra in un sorriso animalesco, i denti affilati luccicavano alla fioca luce del seminterrato. Con un movimento repentino, affondò i canini nella pelle tesa del testicolo superstite, sentendo la carne sfatta sotto la pressione. Yasmin affondò i denti con un ringhio animale, i muscoli della mascella che si tendevano mentre la carne del testicolo le si pressava tra i canini. Le uscì un sibilo e un gorgoglio di piacere, mentre la lingua premeva contro la pelle salata, assaporando il tremore di dolore che le correva sotto le labbra. Naama ridacchiò, il respiro caldo di Ben le sfiorava il polso mentre lei torceva il calzino più in profondità nella sua bocca “ti piace, eh?” sibilò, inclinandosi fino a sfiorargli l'orecchio “ci ho marciato per tutto questo tempo, lo sai bene.” Non voleva però che il testicolo esplodesse del tutto o ci sarebbero state troppe domande una volta tornati, quindi ordinò a Yasmin di smettere. Prima di concludere Naama fece un altro passo indietro e, con perfetta mira, assestò un calcio rotante dritto al punto dolente, colpendo con tonfo sordo. Ben tossiva disperato e con la bava che colava su tutta l’uniforme. A quel punto la collega disse “prova ancora una volta a toccare una donna senza consenso e giuro che spedisco in elicottero la tua mezza virilità in un barattolo sottovuoto. Chiaro?” Senza aggiungere altro afferrò Yasmin ad un braccio, Ben all’altro e risalì le scale uscendo.
Ali non reggeva più la pressione, tra l’ansia di quello che stava succedendo alla sua povera figlia e il trauma di quello che stava accadendo a suo figlio, decise di parlare “li stanno portando a nord... ora saranno a 20/30 minuti di distanza. Hamas ha tradito l’accordo che avevamo e adesso i miei due figli maggiori sono loro ostaggi, vi prego di non farli male, sono completamente innocenti in questa storia. Basta sangue.” Yuval si avvicinò con occhi spalancati alla testa di Ali, domandando “hai detto ‘li’, chi diavolo c’é oltre al soldato?” Ali lo guardò confuso “intendo la Volpe del Deserto ovviamente! Non lo sapevate?” Yael non rispose, i suoi compagni non erano al corrente del patto con Amina e liberarla in queste condizioni non sarebbe stato semplice. Yuval fece una risata malefica verso l’alto, stringendo i pugni “AHAHAHAH SI, in questa missione potremmo riuscire a catturare anche quella maledetta Volpe che da tempo danneggia i nostri soldati e i nostri rifornimenti nella Striscia.” Yuval prese la pistola puntandola alla tempia di Ali, il dito pronto a premere il grilletto. Il silenzio nella stanza diventò di piombo. Il gruppo di Yael si fermò, indeciso se intervenire o lasciar fare. Ali tremava, immobile, lo sguardo fisso sull’arma. “Uccidiamoli tutti subito,” disse Yuval, la voce carica di rabbia repressa “abbiamo già le informazioni che ci servono. Cosa aspettiamo? Ogni secondo che perdiamo li rende più lontani!”
Yael scattò. Con una velocità da addestramento speciale, colpì il polso di Yuval con il bordo della mano, facendogli deviare la traiettoria dell’arma. Quasi nello stesso movimento, lo spinse contro il muro di pietra dietro di lui, immobilizzandogli il braccio e facendogli sbattere la testa contro la superficie grezza. Yuval lasciò cadere la pistola, ma reagì subito. Girò il busto e colpì Yael al fianco con un gomito secco, liberandosi parzialmente, dicendo “perché li difendi? Sono solo dei fottuti terroristi.” La ragazza strinse la mascella, ignorando il dolore al costato “questo é il mio comando, io non voglio morti inutili.” Yuval tentò un diretto al volto, ma Yael abbassò la testa, si buttò in scivolata e gli afferrò proprio i testicoli da sotto. Con un movimento fulmineo di leva articolare, glieli torse, tendendoli al limite, lui urlava come un bambino. Lei disse “ti ricordi l’elicottero? Posso fare di peggio!” Lo lasciò e sganciò lui un calcio nei coglioni con la punta, per poi girarsi e tirare una doppia tallonata. A quel punto era pure tornata Naama con Yasmin e un Ben molto sfinito.
Yael spinse la testa di Yuval contro il muro, avvicinandosi e ringhiandogli in faccia “non sei tu a decidere chi proteggiamo e chi catturiamo. Il tuo compito è seguire ordini, non fare la guerra personale che ti frulla in testa. Se non ti sta bene, puoi anche restare qui con i tuoi nemici.” Uno degli altri agenti si mosse per aiutare Yuval a rialzarsi, ma Yael lo fermò con un gesto “si alzerà da solo, i testicoli sono ancora integri, il suo ego non lo so.” Yuval la fissò da terra, furioso, ma non disse nulla. Sapeva che in quel momento, se avesse aperto bocca, Yael non avrebbe esitato a dargli una terza lezione. E quella non sarebbe stata solo dolorosa: sarebbe stata definitiva. La Sergente si voltò verso Ali, ancora tremante con le mani alzate “giuro che se ci hai fatto perdere tempo, torno qua e ti strappo le palle con le mie stesse mani e poi le cucino alla tua famiglia.” Ali annuì freneticamente, il gli colava lungo le tempie “ho detto la verità. Ribadisco di fare attenzione ai miei figli vi prego.” Yael lo fissò un ultimo secondo, poi guardò il resto della squadra “abbiamo quello che ci serve, prendiamo le jeep. Se corriamo, possiamo ancora intercettarli.”
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Le jeep corazzate del Mossad accelerarono sul terreno di sabbia e sassi, seguendo le tracce lasciate dal convoglio inseguito. Il sole era basso, i fari spenti. Ogni minuto era essenziale per non fallire la missione. Ridussero sempre di più le distanze finché non videro i mezzi di Hamas, una cinquantina di metri in avanti. Dentro la prima jeep, Doron stringeva il volante, sudato, concentrato, mentre accanto a lui Yael teneva il fucile d’assalto puntato in avanti fuori dal finestrino. Subito dietro, nella seconda jeep, Elior, taciturno e implacabile, guidava con una mano sola mentre Ben-Zvi, appostato nel cassone posteriore, teneva l’occhio fisso nel mirino del suo fucile da cecchino. Il respiro lento, il dito pronto. Naama e Yuval stavano in posizione sul fianco sinistro delle jeep, sparando con raffiche rapide e calcolate. Più dietro, Dafna teneva la borsa medica in grembo, cercando di non farsi sbalzare, pronta a saltare fuori alla prima richiesta di soccorso. Nonostante gli screzi che avevano avuto poco prima ora sembravano uniti come un plotone della morte. “Li vedo!” urlò Yael, gli occhi fissi sulle jeep di Hamas, bandiere verdi sbattevano nel vento, mentre uomini armati si voltavano confusi. In quel momento Mustafa si trovava sul pick up con due miliziani a controllare i due prigionieri. Yael fece un gesto con la mano, tagliando l’aria con autorità e urlando “FUOCO!” Ben-Zvi, nonostante il dolore alle palle, prese bene la mira e centrò in pieno uno dei due miliziani, bucandogli il cranio. David e Amina lo videro cadere di sotto e Mustafa si mise all’erta. “Porca puttana,” esclamò con la faccia di sudore e tinta di viola “fate presto, sulla difesa!” le tre jeep di Hamas si misero intorno al pick-up in posizione di difesa, così da salvaguardare l’incolumità del loro leader. Rania e Bilal si trovavano sulla jeep a destra, lui impanicato, lei carica di odio. Doron accelerò bruscamente, la jeep balzò su una pietra ma tenne la rotta “ce li abbiamo!” Elior, impassibile, prese posizione accanto all’altra jeep, in perfetta sincronia. Dal suo mezzo, Mustafa urlava ordini incomprensibili, sbraitando in arabo contro i suoi uomini “continuate a sparare stronzi! Uccidete quei porci EBREI!” Lo scontro a fuoco stava aumentando, mentre i veicoli si avvicinavano sempre di più, la precisione israeliana era superiore e sempre più uomini cadevano. L’altro miliziano di fronte a Amina e David ebbe un momento critico, un proiettile lo raggiunse perfettamente, facendogli esplodere un testicolo, Yaara esclamò “preso in pieno, meno mezzo terrorista.” Lui cadde. Una delle jeep di Hamas, quella sulla sinistra, venne colpita pesantemente alla ruota e si andò a schiantare contro delle macerie. Rania, dal sedile posteriore, aveva il viso coperto di sangue e polvere, ma urlava con ferocia, un coltellino in mano “affrontiamoli fino alla morte!” Bilal, accanto a lei, era meno convinto “sorella ci stanno circondando, presto saremo sconfitti.” Lei ringhiò “e allora moriamo combattendo.” Con un salto felino si gettò sul pick up, dove i prigionieri legati David e Amina erano sdraiati per non farsi colpire dai proiettili. Mustafa, da davanti chiede lei “ma che cazzo fai?” la ragazza palestinese rispose con il sorriso e il coltello tra le mani “non é ovvio? I tuoi miliziani che dovevano fare loro la guardia sono morti, ci penso io.” Con il suo sandalo tirò un forte pestone alle palle di David, che fece un verso di dolore indebolito dal bavaglio. Anche Bilal saltò di fianco alla sorella, Mustafa, stanco della situazione disse “fate come cazzo vi pare, ma aiutatemi a fermare i nostri inseguitori.” Ben-Zvi e gli altri soldati erano pronti a sparare ma Yael disse “a meno che non sia estremamente necessario non uccidete quei due ragazzi.”
La jeep israeliana e quella di Hamas erano ormai molto vicine, infatti Yael con un salto salì sopra, insieme a Yuval e Naama. Iniziarono a fare fuori o ferire uno ad uno i miliziani, chi veniva buttato fuori dal mezzo. Un uomo si lanciò contro Yael ma lei rispose con una ginocchiata secca nei testicoli, per poi scaraventarlo a gambe aperte contro un cactus lì vicino. Il gruppo si stava avvicinando adesso in una zona troppo interna, non troppi chilometri e avrebbero dovuto fare necessariamente retro fronte. A quel punto rimaneva solo il pick up, Mustafa stava impazzendo e sparando quasi alla cieca, ma il gruppo di Yael si muoveva in modo talmente efficiente che era impossibile colpirli. Rania era tesa come una corda d’acciaio, teneva David con un braccio al collo e il coltello premuto alle sue gonadi. Ringhiò con lava che ribolliva nelle vene “un altro passo e gli apro prima le palle e poi la giugulare!” David riuscì solo a mugolare, Bilal prese di peso Amina e la mise davanti insieme a Mustafa, il quale disse “bravo ragazzo, non mi devo separare dalla mia Volpe.” Yael fu la prima a saltare sul cassone. Yuval la seguì e si lanciò verso Rania. La palestinese mollò David solo per un istante, e colpì Yuval con un pugno circolare nei testicoli, seguito da un colpo di lama superficiale che strusciò l’interno coscia. Tenendo le distanze sganciò un grande calcio nelle palle con il collo del piede. Yuval rantolò, piegato in due “come fai ad essere così veloce…io sono un soldato esperto…” Rani rispose mandandolo a fanculo, quando stava per finirlo Yael si lanciò verso di lei, afferrò il polso armato e lo torse fino a sentire l’osso scricchiolare, e con un calcio laterale alla vagina la proiettò giù dal cassone. Lei rotolò nella sabbia, rialzandosi in ginocchio sbucciata su tutto il corpo dalla caduta. Bilal che stava combattendo contro Naama, si distrasse guardando ciò che era successo alla sorella, l’israeliana ne approfittò per scivolare colpendolo alla caviglia e gettarlo fuori con la pianta degli scarponi diretta nei testicoli “fine della corsa, bello.” Quando ormai sembrava che la squadra avesse preso il controllo, Mustafa reagì prese il volante e reagì con una forte frenata che fece sbilanciare tutti, i quali caddero dal pick-up. Doron alla guida sbatté pesantemente, mentre i soldati erano a terra. Yael atterrò male, rotolando nella sabbia e sentendo un dolore acuto al fianco. Elior intanto stava raccogliendo i prigionieri tra cui Rania e Bilal, quindi non poté aiutare il suo gruppo. Mustafa ripartì a bomba, portandosi con se la Volpe del Deserto. Ormai era troppo all’interno per continuare ad inseguirlo e David, anche se non lo poteva urlare pensò “Amina, noooooo!”
Yael in terra dolorante, fu ripresa da Doron, si era fatta fottere all’ultimo per davvero poco. Il compagno la caricò sulla jeep, Dafna con il suo kit medico si mise subito a controllare eventuali fratture, ma per fortuna niente di eccessivamente grave. La Sergente si sentiva una stupida, per tutto questo tempo aveva lasciato David ad Amina per far si che lei potesse essere utile ma in realtà ciò non aveva portato a niente di niente, anzi, la Volpe del Deserto era ora in mano di alcuni suoi nemici e non avrebbe potuto fare nulla per salvarla visto che i vertici di Israele non potevano venire a conoscenza dei loro contatti.
Yuval, insanguinato e pieno di rabbia era stato raccolto come gli altri dalla sabbia, si girò verso David “dove cazzo sei stato per tutto questo tempo? Come mai eri con la Volpe del Deserto?” David abbassò lo sguardo, ora non poteva proprio rispondere. Yuval continuò “la missione é stata una vittoria mutilata: abbiamo recuperato l’ostaggio ma la Volpe del Deserto e il leader di Hamas, Mustafa al-Khatib, non sono stati uccisi e sono fuggiti. Di questo ne parleremo tutti insieme con il Generale.” Doron, fino ad ora in silenzio, concluse “prima torniamo alla base, poi penseremo alle questioni burocratiche.”
Capitolo 33
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Medio-Oriente Ballbusting: una guerra femminista
Un’avvincente storia femdom
Ballbusting
Updated on Jan 21, 2026
by Esseremicidiale02
Created on Jul 5, 2025
by Esseremicidiale02
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