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Chapter 34 by Esseremicidiale02
Capitolo 34
Pedine e Hotel
Era una fresca mattina di novembre 2024, quando la voce di Donald Trump si diffuse da Washington D.C. a tutto il mondo. Davanti a una folla mista di giornalisti, diplomatici e militari, il neo-presidente degli Stati Uniti pronunciò il suo discorso di vittoria, il volto segnato da una sicurezza feroce e quasi provocatoria. “L’America è tornata,” esordì con voce ferma “e il nostro impegno per la sicurezza di Israele è più forte che mai. Sosterremo i nostri alleati in ogni battaglia contro il terrorismo, che sia Hamas o qualsiasi altro gruppo che minacci la pace e la stabilità nella regione.” Il pubblico applaudì, si pensava che finalmente fosse arrivato il Presidente della pace, ma la realtà era ben diversa. Trump proseguì, con un tono che cercava di placare le tensioni “insieme a Israele e ai nostri partner, lavoreremo per un cessate il fuoco duraturo con Hezbollah, perché la pace è il nostro obiettivo, ma senza cedimenti di fronte al terrore.” Le televisioni europee e mediorientali diffusero il discorso accompagnato da analisi contrastanti. I giornali israeliani lodavano la fermezza della nuova amministrazione americana, considerandola un “vento di rinascita” per la sicurezza nazionale. Ma altrove, specialmente in Europa e nei Paesi Arabi, il discorso alimentava paura e rabbia.
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Come promesso, Freja aveva ora liberato Khaled dalle proprie grinfie e ****, consegnandolo legalmente alle autorità. All’Aia, in Olanda, Freja sedeva in un ufficio austero, circondata da pile di documenti e schermi accesi. L’elezione di Trump la distruggeva mentalmente, era però felice di essere tornata, anche se per breve tempo, in Europa. Adesso però la priorità era quella di gestire l’arresto di Khaled. Dall’altra parte del tavolo, il suo superiore tedesco la osservava con una freddezza professionale, in mezzo ai due appariva anche Josep Borrell, Alto Rappresentante UE per la politica estera.
“Questa amministrazione americana non solo alimenta il fuoco,” disse con voce dura, “spinge Israele a ignorare ogni possibile negoziato. È una linea pericolosa che rischia di far esplodere l’intera regione. Ho già avuto vari problemi con gli americani in missione, questi si intensificheranno.” Borrell annuì, con la sua tipica calma da diplomatico consumato e ormai a fine mandato “siamo intrappolati in un gioco di poteri. Le nostre azioni devono essere misurate, invisibili. La comunità internazionale ci guarda, ma soprattutto ci giudica, dobbiamo continuare a farci vedere come irrilevanti in Medio-Oriente, inoltre i nostri fondi sono quasi tutti in Ucraina.” Il superiore tedesco intervenne “il problema più urgente è Khaled Al-Rashid. La sua cattura è stata un colpo, ma ora che Freja ha recuperato ciò che serviva, con metodi non propriamente da diritto europeo ma necessari con uomini come lui, dobbiamo liberarcene e consegnarlo a chi sarà più adatto.” Freja guardò il soffitto, come cercando aria in un mare di complicazioni. “Khaled è iraniano, membro di Hezbollah, trafficante di armi e terrorista. Anche se tutti lo vogliono spetta a noi europei tenerlo, riceverà un trattamento umanitario e legittimo. Russia e Cina sono escluse a priori. L’Iran probabilmente lo ucciderebbe per tradimento dopo le informazioni che ci ha fornito, oppure lo libererebbe come martire…non ne ho idea. Gli Stati Uniti lo userebbero come loro pedina, Israele é uno dei più legittimati ad averlo, ma non possiamo continuare ad aiutarlo e finanziarlo in questo modo, dobbiamo fermare quello stato genocida.” “Tenerlo noi però sarebbe davvero pericoloso” rispose Borrell, “potremmo dimostrare capacità di gestione, ma rischiamo di scontentare Washington e Tel Aviv, nostri alleati storici.” Il tedesco disse “per ora direi che lo teniamo noi, dialogheremo con altre parti e capiremo come agire, finché si svolge il processo abbiamo tempo per ragionarci su.” Freja incrociò le mani sul tavolo. “Il Medio Oriente è un campo minato, e noi camminiamo con gli occhi bendati. Dobbiamo proteggere i nostri interessi, ma soprattutto fermare la guerra e portare la stabilità e la democrazia. I civili continuano a pagare il prezzo più alto.”
Nel frattempo, i mezzi di comunicazione riportavano anche le ultime mosse sul terreno: Israele aveva intensificato le operazioni militari in Libano e Palestina, giustificando l’azione come lotta al terrorismo, mentre nelle ultime settimane si erano avvicinati a un cessate il fuoco fragile con Hezbollah, e i negoziati con Hamas sembravano prossimi a una tregua meno instabile. Il tedesco chiese a Freja “Nielsen, quale é il tuo prossimo obiettivo, oltre a Sami Darwish?” Freja, con la mente già proiettata sul prossimo viaggio, sospirò “so che può sembrare assurdo e pericoloso, ma vorrei che la Striscia di Gaza fosse la prossima tappa. Dobbiamo trovare la Volpe del Deserto, fermare Israele con ogni mezzo possibile e ricostruire la speranza.” Il superiore rispose “capisco.” Borrell concluse “a piccoli passi faremo tutto, ora concentriamoci sul problema immediato.”
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Freja uscì dalla sala riunioni come un generale che ha appena attraversato un campo di battaglia. Il corridoio dell’edificio era illuminato da una luce fredda, quasi clinica, che però non riusciva a mascherare il peso della stanchezza che le gravava addosso. Sentiva la camicia di seta appiccicata alla pelle, una pellicola calda e scomoda che le ricordava quanto fosse rimasta seduta, a discutere e a trattenere la rabbia, per ore interminabili. I suoi lunghi capelli biondi, ordinati al mattino con la precisione di un pettine militare, adesso le cadevano leggermente disordinati sulle spalle, incollati qua e là dal sudore che le scivolava dalla fronte. I tacchi neri, fedeli compagni di tante missioni diplomatiche e inganni, le segnavano le caviglie e facevano pulsare le piante dei piedi, intrappolati in un calore umido che odorava di pelle stanca e di cuoio vissuto. Si chiuse la porta della sua stanza d’albergo alle spalle, gettando la borsa su una poltrona, mormorò a se stessa “devo farmi una fottuta doccia, adesso. Quasi quasi sono meno stancanti le missioni sul campo rispetto a ore ed ore di discussioni.” Mentre già si immaginava sotto l’acqua bollente, a lavarsi via non solo il sudore, ma anche la puzza sentì un bussare deciso alla porta della stanza. Aveva appena iniziato a slacciare il cinturino del tacco destro, fiacca andò ad aprire.
“Nielsen, appena ho saputo che eri qua sono corso per fare un saluto.” L’uomo che entrò era Hugo Verstraete, quarantadue anni, belga. Un metro e ottanta abbondante, fisico ancora atletico ma con l’ombra di troppe notti insonni. Capelli castani corti, un filo di barba mal curata, occhi neri che sapevano essere sia affascinanti che minacciosi, a seconda del momento. Indossava una giacca casual sopra una maglietta nera, jeans scuri e stivali impolverati. Freja lo squadrò senza alzarsi, con il sopracciglio appena arcuato “buonasera anche a te, Hugo. Ma immagino che dopo anni in Ucraina tu abbia perso il galateo.” Lui sorrise appena, un sorriso che non arrivava agli occhi, dicendo “mi aspettavo un’accoglienza migliore. Sai, dopo tutto quello che abbiamo passato insieme.” “Oh, non fraintendermi,” ribatté lei, togliendosi il tacco destro con un sospiro di sollievo “sono felicissima di rivederti. Almeno finché non apri bocca.” Il sorriso di Hugo si incrinò, chiuse la porta dietro di sé e, senza chiedere, attraversò la stanza per buttarsi sul letto, mani dietro la testa, come fosse a casa sua “sei sempre la solita. Snob, arrogante… e adesso anche una traditrice.” Freja prese in mano il tacco sinistro ma non lo tolse. Lo fissò come si fissa un’arma “dimmi un po’, cosa ho fatto adesso per turbare la tua mente e farmi dare della traditrice?” Lui rispose “perché invece di occuparti delle vere emergenze, Ucraina, confine orientale, minaccia russa, te ne vai a giocare la spia nel deserto, a occuparti di questioni che non sono nostre. Dillo che lo fai per prendere i grossi cazzi arabi.” Lei lo guardò, fredda come il ghiaccio di Copenaghen a gennaio “ti da fastidio perché ti ho rifiutato anni fa?” Hugo si mise seduto di scatto, il volto arrossato “non cominciare, Nielsen.” “Troppo tardi. E comunque, a differenza tua, io riesco a vedere oltre il mio naso. L’Ucraina è importante, certo. Ma se ci definiamo portatori di democrazia e pace, e intendo quella vera, non la caricatura americana, allora non possiamo ignorare genocidi e terrorismo dove capitano. Anche se è più comodo voltarsi dall’altra parte.” Hugo rise, una risata breve e amara “sai cosa penso? Che sei diventata debole. Una volta combattevamo insieme. Ora sembri un’insegnante di morale.” Freja si alzò in piedi, a pochi passi da lui, con i piedi nudi sul tappeto, chiedendo “debole? Vuoi provare di nuovo?” “Vuoi combattere, adesso?” rise lui, incredulo. Lei rispose “perché no? Forza!” Hugo non ebbe il tempo di dire altro: il tacco sinistro gli arrivò a pochi centimetri dalla tempia, un avvertimento. Poi lo scontro iniziò davvero.
Hugo scattò rapidamente in avanti, il pugno destro fendette l’aria con un sibilo. Freja percepì il movimento un attimo prima, il corpo allenato a reagire anche quando la mente era annebbiata dalla stanchezza. La sua mano sinistra si sollevò di scatto e con l’avambraccio deviò il colpo con un secco clac di ossa che cozzavano. Il palmo della sua mano destra colpì il volto di Hugo con un suono secco, come una frustata. La pelle rasata della sua guancia si arrossò all'istante e lui indietreggiò, il suo pugno si avvitò in un gancio basso verso la coscia della donna. L'impatto fu brutale e preciso, un colpo da veterano che sapeva esattamente dove far male. Freja sentì il muscolo contrarsi in una fitta acuta, il dolore irradiarsi lungo la nervatura della gamba, non poteva però cedere. Con un movimento fulmineo, si abbassò di scatto e sollevò la gamba destra in un calcio a forbice verso l'alto, perfettamente mirato. La punta del suo piede nudo colpì i testicoli in pieno, Hugo si piegò in due con un rantolo strozzato, le mani provarono a serrarsi tra le gambe ma non ebbero nemmeno il tempo per quello, la danese sfruttò il momento in cui Hugo si piegava in avanti, ruotando il corpo con la precisione di un falco in picchiata. Il suo calcio a rotazione partì basso, un movimento acrobatico che sembrava rallentato dal dolore ma eseguito con la crudele perfezione e tecnica del taekwondo. Il calcio rotante di Freja terminò la sua traiettoria proprio nelle palle già doloranti dell’avversario, che emise un suono tra il grugnito e il gemito, spalancando la bocca dalla sofferenza e battendo le ginocchia l’una contro l’altra come foglie al vento. “Tutto apposto amore? Mi sembri un po’ viola.” Disse lei in tono ironico e malvagio. Freja non concesse nessuna tregua e continuò, il suo pugno destro si serrò e le nocche affondarono a giro ancora nel tessuto molliccio colpito e ricolpito. “Sai qual è il problema degli uomini che si credono onnipotenti?” disse, mentre lui cercava di riprendere fiato “che dimenticano facilmente quanto é facile essere sconfitti.”
Alla fine Hugo, sudato e piegato in due, alzò una mano “basta, mi arrendo. Perfavore fammi andare via.” Freja con l’indice del dito disse in sequenza “no, no e no. Adesso rimani qua, sei entrato per il servizio in camera.” Lui, con gli occhi lucidi disse “cosa intendi Nielsen…?” Lei lo spogliò del tutto e appoggiò il proprio piede nudo, sporco e sudato sulla sua faccia. “Avanti, mi dovrai pulire. Lecca!” Hugo trattenne il respiro quando il piede di Freja premette più forte contro le sue labbra. La sua palle morta si era mischiata al cuoio del sandalo e alla polvere del pavimento, ogni cresta della sua pianta gli si impresse in bocca. Le dita dei suoi piedi si arricciarono leggermente, lasciandogli una scia umida sullo zigomo prima di trascinarsi verso il basso, esigendo sottomissione “devono diventare brillanti.” L'ordine non lasciò spazio a esitazioni. La sua lingua guizzò fuori, dapprima esitante, tracciando l'arco plantare dove il tallone incontrava la soletta. Il sapore era forte: ferro, stanchezza, il leggero sentore di cuoio delle sue scarpe abbandonate. Lei espirò, spostando il peso per schiacciargli il viso più a fondo nell’incavo del piede “ho detto brillanti!” Lui riconobbe sapori misti di un profumo vecchio, il morso acre dello stress, l’inconfondibile asprezza di una giornata trascorsa a negoziare in un caldo soffocante. Sollevò l’altro piede e lo calò sulle sue gonadi nude con un colpo brutale. Freja tolse il piede dalla sua bocca, lasciando una scia luccicante di saliva sul mento di Hugo. Inarcò un braccio sopra la testa, rivelando la cavità liscia e imperlata di sudore della sua ascella. Il profumo era denso: muschiato, femminile, stratificato con l'acredine del deodorante secco e il calore crudo dello sforzo. “Ecco,” mormorò, premendo la morbida curva dell'ascella contro le sue labbra “pulisci anche questa.” Il respiro di Hugo tremò contro la sua pelle, la sua lingua esitò prima di tracciare una striscia lenta e lunga piega. Sapevano di cipolla invasa dai batteri. Dopo essersi fatta leccare entrambe le ascelle fece un passo indietro, le mani scivolavano verso la cintura dei pantaloni. Con calma si voltò, mostrando un sedere sudato e sporco. Il calore muschiato del suo corpo si riversò nell’aria, un odore denso e animalesco di sedili in pelle e buco del culo non pulito troppo intensamente a causa della mancanza del bidet. “Volevi darmi della traditrice,” fece le fusa, allargando le chiappe “allora dimostrami la tua lealtà.” Hugo tremò quando la sua lingua entrò in contatto con la ruga viscida e imperlata di sudore del sedere di Freja. Il sapore era travolgente, sentì una debole ma inconfondibile traccia di merda appiccicata alla sua pelle dal calore del giorno. Nonostante questo leccò tutto, da cima a fondo. Le labbra di Freja si piegarono in un sorrisetto mentre sollevava da terra i suoi tacchi sudici, presentandoli alla bocca del suo ex collega. La pelle era consumata dalle strade, granelli di polvere ancora incastrati nelle cuciture, la suola striata di fango secco e il tenue, acre residuo di cenere di sigaretta. Lei mormorò “avanti, lecca anche questi.” La gola di Hugo si contrasse mentre si sporgeva in avanti, la lingua, già viscida per la sporcizia del suo corpo, ed iniziò a pulire. La lingua di Hugo raschiò per prima la rigida soletta di cuoio, staccando strati di sudore di Freja, denso come sciroppo, un brandello di fodera gli rimase attaccato al palato, il residuo colloso dell'impronta del suo tallone si sciolse contro le sue papille gustative. “Più forte” sibilo lei, guardando il suo pomo d'Adamo sussultare mentre lui inghiottiva scaglie di pelle morta. L’arco della suola era peggio: una palude di cuoio screpolato dal sale e il tanfo aspro dell'umidità fermentata. Freja ruotò la suola nella sua bocca. Il sapore era una sinfonia di disgusto: polvere di marciapiedi, sigarette di Freja fumate e schiacciate, l'acidità metallica di chissà quale liquido stradale. Hugo tentò di ritrarsi, ma la punta affilata del tacco gli conficcò contro il palato molle, provocando un conato. “Ti piace proprio eh?” Disse lei, mentre incrocisva le gambe. Fece scivolare nella sua bocca direttamente il tacco appuntito, facendoglielo succhiare per bene “non hai veramente la più pallida idea dello schifo che stai leccando.” La sua voce si fece più bassa, intima, mentre torceva il piede per far scricchiolare il cuoio contro i suoi denti “avrei fatto prima a buttarti i miei mozziconi di sigarette con tanto di striscia di rossetto in gola, peccato non ce li abbia qua.”
La danese si chinò, indossando i suoi tacchi ora lucidi e brillanti come specchi sotto la luce fioca della stanza. “Allora,” sibilò, posizionando la punta del tacco destro sulla coscia tremante di Hugo “ti piace di più la destra o la sinistra?” “Destra, sono destro” ansimò l’uomo, la voce rotta dalla nausea e dalla sottomissione. “Perfetto.” Disse Freja, il sorriso affilato come il tacco che ora premeva contro l’inguine di lui. Con un movimento calcolato, isolò il testicolo sinistro di Hugo sotto la punta della scarpa, il cuoio freddo che affondava nella carne molle. Un gemito strozzato uscì dalle sue labbra mentre lei aumentava la pressione, millimetro dopo millimetro, finché la pelle non si tese al limite. Freja trattenne il respiro mentre il tacco affondava più a fondo, la punta affilata perforava gradualmente la membrana. Un rumore untuoso accompagnò la pressione costante. Hugo urlò, ma il suono si trasformò in un gorgoglio quando il tacco raggiunse il nucleo, spremendo fuori un rivolo di fluido bianco-giallastro che colò lungo la scarpa. Arrivò a fare ‘tac’ sul pavimento dopo aver squarciato il testicolo, con tutto il liquido e sangue in terra, formando una piccola pozzanghera. L’uomo aveva il corpo contratto dalla sofferenza, la danese osservava il modo in cui lo sperma si mescolava al sangue formando un rivolo rosa. Si chinò per afferrare con le dita la polpa calda e lacerata del testicolo sinistro. La massa tremolante, si illuminava di fluidi corporei sotto la lampada. “I servizi di pulizia si daranno da fare domani mattina” sussurrò, facendo roteare il tessuto strappato tra pollice e indice. “La prossima volta, prima di entrare in una stanza di una donna, chiedi il permesso e sii gentile” concluse Freja, guardandolo dritto negli occhi, questa era una lezione che doveva valere per qualsiasi altro uomo del corpo che sarebbe venuto a darle fastidio. Si chinò e sfiorò le sue labbra contro la guancia sudata di lui, lasciando un'impronta di rossetto scarlatto accanto alle strisce di sporco e lacrime. In fretta e furia lui si vestì nonostante fosse colpito da un dolore costante e strisciò via dalla stanza, promettendo che non si sarebbe più intromesso nella sua vita. Una volta chiusa la porta, Freja capì che era il momento di farsi quella meritata doccia.
Si spogliò lentamente dei vestiti che aveva addosso, ogni capo un piccolo rito di liberazione da quella giornata di uomini arroganti e intrighi geopolitici, fino a restare nuda davanti al getto d’acqua calda, le sue tette grandi e stabili ondeggiavano leggermente ad ogni suo passo. Entrò sotto la doccia, lasciando che il vapore le avvolgesse i muscoli ancora tirati. Il profumo del sapone, note di bergamotto e legno di cedro, iniziò a sostituire l’odore acre del sudore e della polvere accumulata, il sangue, la saliva del suo avversario sotto i piedi. Mentre l’acqua scorreva, chiuse gli occhi e si rilassò, pensando a tutte le vittorie che aveva ottenuto in questa giornata, sia mentali che fisiche. Quando uscì, avvolta in un asciugamano rosa, era di nuovo la Freja Nielsen impeccabile, pelle pulita, capelli umidi ma già pettinati con precisione, occhi di ghiaccio più affilati che mai. Il telefono squillò e con delle ciabatte bianche ed eleganti si diresse a rispondere “é tardi per chiamare Anahit, stavo iniziando a preoccuparmi. Come é andata la missione? Avete recuperato Leila?” L’armena si passò una mano tra i capelli sudati “é andata male Freja” con tono basso e teso la Danese chiese “quanto male?” Anahit rispose “Leila é finita nelle mani dell’Autorità Nazionale Palestinese, ora sarà in un centro di detenzione, ho bisogno che aiuti me e Nikos con le ricerche.” Freja, con denti stretti chiese “come é accaduto?” Anahit continuò “l’avevano quasi portata dalle nostre parti, però si sono messi di mezzo l’esercito israeliano e le truppe private di Sami Darwish, con lui in persona…” “COSA?!” rispose d’istinto Freja “Darwish in persona si é mosso sul campo?” “Esattamente,” sibilò Anahit “ho intuito che tra Sami e Israele ci doveva essere un accordo, proprio come dubitavi te. Non abbiamo avuto il tempo di chiederlo a Mansour, credo che non sia davvero una terrorista e che sia stato tutto organizzato a tavolino.” Freja, con la mano sulla tempia “va bene, avete fatto un grande lavoro, gli imprevisti capitano. Ora bisogna liberarla prima che sia troppo tardi. L’Autorità Palestinese potrebbe consegnarla a qualcuno che la voglia uccidere, oppure potrebbe metterla in carceri senza condizioni umanitarie dignitose. Ti aiuterò nelle ricerche, dovrete liberarla.” Anahit strinse il telefono, annuendo come se Freja potesse vederla “ricevuto. Ci sentiamo presto.”
Entrambe attaccarono il cellulare nello stesso momento. Anahit si gettò sul divanetto della sua stanza nell’hotel, sbattendo forte un pugno nel muro “AHHHH, odio il mio lavoro, in Armenia sta avvenendo una pulizia etnica e io sono qua in Cisgiordania a risolvere problemi impossibili.” Proprio in quel momento Samira uscì dal bagno, si era appena fatta la doccia, chiedendo “tutto apposto?” “No,” rispose secca l’Armena “chiama Tarek, ho bisogno di sfogarmi.” A Samira si illuminarono gli occhi “ma insieme?” “Come vuoi,” rispose freddamente Anahit “basta che possa sfogare i miei pugni e calci su qualcuno.”
Tarek entrò nella stanza pochi minuti dopo, “ei ragazze, mi sorprende che vogliate nella vostra stanza il migliore del mond…” Samira ordinò “spogliati!” L’uomo dubbioso chiese “ma é per sfogo come al solito o questa volta volete fare una threesome?” Innervosita Samira disse “secondo te? Muoviti o ti castro all’istante.” Una volta nudo osservò le due ragazze di fronte a lui. Samira si era appena fatta la doccia ed era avvolta nel morbido accappatoio azzurro, il quale lasciava intravedere appena la forma armoniosa dei fianchi e delle cosce. I capelli castano scuro, ancora umidi e lucidi di vapore, le scendevano sulle spalle in riccioli voluminosi, profumati di shampoo floreale e fresco. Ai piedi aveva delle ciabattine bianche, perfettamente abbinate al delicato smalto blu che decorava le unghie, e ogni movimento mostrava l’eleganza naturale del suo fisico snello e proporzionato. Anahit, invece, era il contrario, doveva ancora farsi la doccia dopo la missione fallita nel deserto, portava addosso tutta la fatica e la sporcizia della giornata. I piedi nudi erano sporchi e sabbiosi, pieni di polvere fine e piccoli granelli di terra, la pelle arrossata e sudata. Indossava una semplice canottiera nera, inzuppata di sudore, che aderiva alla pelle segnando i contorni robusti delle spalle e del busto, con le ascelle umide e leggermente scure dall’affaticamento. I pantaloni corti da casa le arrivavano a metà coscia, rivelando le sue gambe muscolose e potenti, segnate dalle marce e dagli sforzi, con polpacci tonici e caviglie sporche, ogni movimento mostrava tutta la forza contenuta nel suo fisico imponente e femminile. I capelli erano leggermente unti e più scuri. L’armena si gettò contro di lui con agilità e con le nocche del suo pugno destro colpì i testicoli dell’uomo facendoli sobbalzare indietro come un punchball. Era ormai abituato ma questo colpo fu talmente veloce che non riuscì a vederlo, poco dopo la ragazza muscolosa si aggrappò alle sue spalle e gli tirò una ginocchiata devastante colpendo le sue gonadi dal basso, schiacciandole contro la rotula. Mentre soffriva dal dolore a bocca aperta, vide lo sguardo di lei vicinissimo al suo volto, occhi nocciola vuoti e senza compassione. Già che c’era caricò la saliva in gola e la lanciò dentro la sua bocca. Prese le palle in mano stringendole con forza tra le dita sporche, le unghie corte ma affilate sembrava entrassero dentro la sacca dei testicoli. Lo trascinò per la stanza fino a farlo sdraiare sul letto e disse “vai Samira, visto che volevi giocare fammi vedere.” La libanese sorrise, gli occhi verdi che brillavano di sadico divertimento mentre si liberava delle ciabattine bianche. Si allontanò di qualche passo, poi si lanciò in un salto potente, si vide ad occhio nudo il miglioramento nei movimenti della ragazza dopo tutti questi giorni libera di allenarsi. Samira atterrò con tutto il peso del suo corpo sul ventre di Tarek, i talloni lisci e perfetti si piantarono con accuratezza sulle gonadi già menomate. Uno ‘squelch’ echeggiò nella stanza mentre la pelle tesa dei testicoli si schiacciava sotto la pressione implacabile dei suoi calcagni, il dolore fu così acuto che Tarek emise un rantolo animalesco e disperato. “Non male” disse Anahit, mentre schiaffeggiava con forza i testicoli sporgenti, schiacciati tra i talloni e il materasso. Ogni colpo delle sue dita faceva sobbalzare la sacca, la pelle violacea pulsava sotto la pressione. Tarek cercò di divincolarsi, ma Samira aumentò il peso, torcendo i piedi profumati in una lenta rotazione che causò una tortura ancora più profonda. Anahit si lasciò cadere con un movimento lento, il peso del suo corpo muscoloso si concentrò su quel punto preciso. I suoi glutei potenti schiacciarono le noci dell’uomo, premendole con una forza che fece scricchiolare le molle del letto. La sacca violacea si distese ulteriormente, trasudando sudore sotto la pressione. Anahit si sollevò, dirigendosi verso la testa di Tarek, alzò le braccia muscolose fissandolo con uno sguardo di sfida e ordinandogli “puliscile.” Avvicinò l’ascella maleodorante alla sua lingua. L’uomo obbedì e la sua lingua raschiò contro la pelle sudata. Samira mollò la presa con un sorriso crudele, sollevando il piede destro e con la sua pianta perfetta, liscia e leggermente umida dopo la doccia, rimase sospesa per un attimo in aria, per poi calare giù con tutta la sua forza snella con un pestone a martello. La carne sensibile delle gonadi si schiacciò sotto l’impatto, spalmandosi contro il pube con un rumore bagnaticcio.
Quando lo rialzò l’uomo non ebbe nemmeno il tempo di riprendere fiato, il dolore era una pulsazione rovente che partiva dal basso ventre e gli annebbiava la vista, senza tregua. La guerriera armena, ancora con il respiro pesante per l’adrenalina e la rabbia repressa della missione fallita, scese dal letto e afferrò i capelli dell’uomo, trascinandolo giù sul tappeto polveroso della stanza d’albergo, lo fece girare sulla schiena con un calcio alle costole, poi si piazzò sopra di lui, in piedi, a gambe larghe, dominandolo con la sua figura imponente. Lei ringhiò “ho ancora troppa sabbia addosso e tu sei l'unico straccio disponibile.” La pianta sinistra era nera, incrostata di una miscela di terra rossa, polvere urbana e sudore stantio. Con lentezza esasperante, abbassò il piede sulla faccia di Tarek, coprendogli naso e bocca, ordinando “respira, voglio che i tuoi polmoni si riempiano del puzzo della mia fatica.” Tarek annaspò, costretto a inalare l’odore acre e terroso. Anahit iniziò a muovere le dita dei piedi, artigliandogli le guance, mentre premeva il tallone calloso contro il suo mento “lecca via tutto. Ogni singolo granello di Gerico deve sparire.” Lui tirò fuori la lingua, umiliato, iniziando a raschiare via lo strato di sporcizia che copriva l'arco plantare della donna, sentiva la consistenza sabbiosa scricchiolare tra i denti, il sapore salmastro del sudore che gli invadeva la bocca. Mentre lui era impegnato in quel compito degradante, Anahit guardò Samira “ehi, principessa, mentre lui mi fa la pedicure, tu occupati di tenerlo sveglio. Se sviene, il divertimento finisce.” La libanese, che si stava sistemando l’accappatoio con aria di sufficienza, fece un sorriso angelico che non prometteva nulla di buono, rispondendo “com piacere!” Si avvicinò al bacino di Tarek, osservando i suoi testicoli gonfi e arrossati “sai bella, credo che il problema di Tarek sia che ha ancora troppo spazio lì dentro, bisogna compattare.” Lei si inginocchiò accanto ai fianchi dell’uomo e unì le mani intrecciando le dita, formando un unico pugno a due mani, solido e duro. Alzò le braccia sopra la testa, come se stesse per spaccare legna, e con un grido secco, “hah,” lasciò cadere il doppio pugno dritto sul pacco di Tarek. L’impatto fu sordo, devastante, le nocche di Samira, divennero un maglio che schiacciò le gonadi contro l’osso pubico. Tarek cercò di urlare, ma il piede sporco di Anahit gli bloccava la bocca, soffocando il grido in un gorgoglio disperato, mentre la saliva mista a fango gli colava giù per la gola. Samira si rialzò scuotendo le mani “é effettivamente tutta una questione di tecnica, sto imparando bene.” Poi, notando che Tarek cercava istintivamente di chiudere le gambe, fece un gesto di stizza “no, no, caro. Le gambe restano aperte.” Si sedette a cavalcioni sulle sue tibie, bloccandogli le gambe al suolo con il peso del suo corpo profumato, rendendolo completamente vulnerabile. Anahit, soddisfatta della pulizia sommaria del piede sinistro, cambiò gamba, spiaccicò il piede destro, ancora più sporco e sudato, sulla faccia di Tarek, premendo l’alluce dritto dentro la sua bocca aperta “assaggia la sconfitta, letteralmente.” Mentre lui succhiava, Anahit decise di provare qualcosa di nuovo. Si accovacciò sopra la testa di Tarek, mantenendo il piede in bocca a lui, e allungò una mano verso il basso, verso l’area che Samira aveva appena liberato. “Hai mai visto come si impasta il pane in Armenia?” chiese Anahit, ma senza aspettare risposta, afferrò lo scroto di Tarek con entrambe le mani sporche e iniziò a tirare, impastare e torcere la pelle e il contenuto con movimenti ritmici e brutali. Le unghie corte affondavano, i pollici premevano sui canali spermatici, strizzando le palle come se volesse farne uscire il succo. Tarek si inarcò, gli occhi spalancati e iniettati di sangue, mentre Anahit usava i testicoli come palline antistress, facendoli cozzare l’uno contro l’altro con forza, dicendo “sono molto morbidi cavolo.” La libanese, che osservava la scena come una regina annoiata dal suo trono sulle gambe di Tarek, ebbe un lampo di genio, prese le ciabattine bianche in mano e iniziò a colpire i testicoli che Anahit teneva fermi e tesi. Schiaff. Schiaff. Schiaff. Il rumore della gomma contro la pelle tesa era ritmico, umiliante. Non erano colpi distruttivi come i calci, ma erano costanti, rapidi, brucianti. “Adesso basta giochi,” disse Anahit, alzandosi in piedi e liberando la bocca di Tarek, che boccheggiò avidamente aria “ho bisogno di stirare i muscoli delle gambe.” Si posizionò di fianco a Tarek, sollevò la gamba destra in alto, tesa, perfetta, e poi la lasciò cadere a peso morto, colpendo con il tallone dritto al centro dei testicoli. Tarek emise un suono acuto, simile a quello di un cane calpestato. Lei mon si fermò contando “uno…” la gamba si sollevò e rscese di nuovo, “due…” altro pestone, “tre…”, mantenne il tallone premuto, iniziando a ruotarlo come se stesse spegnendo una sigaretta gigante nel suo inguine, chiedendo “senti come scricchiolano? Scommetto che se premo ancora un po’, diventano purea.” Samira si alzò dalle gambe di Tarek e si stiracchiò, aprendo leggermente l’accappatoio “sei sempre così grezza, lascia che ti mostri come si finisce un lavoro con classe e cosa ho imparato.” La libanese si avvicinò al volto di Tarek, che era una maschera di lacrime e sporcizia, sollevò il piede destro, nudo, pulito, con le unghie che brillavano. Lo posò delicatamente sulle palle di Tarek, quasi una carezza, lui trattenne il respiro, sperando in una tregua. Samira sorrise dolcemente “poverino... ti fanno male?” Poi, il suo viso si indurì “che peccato.” Con uno scatto secco delle dita dei piedi, afferrò la pelle dello scroto come se fosse una scimmia prensile e tirò verso l’alto, per poi rilasciare di colpo e, nello stesso istante, lasciarsi cadere in ginocchio. Le sue ginocchia ossute atterrarono direttamente sui testicoli con tutto il peso del corpo. Samira rimase lì, in ginocchio sopra il suo inguine, usandolo come un cuscino di preghiera “vedi Anahit? Non serve la forza bruta, anche io posso vincere.” Iniziò a molleggiare leggermente, sentendo le sfere sotto di lei appiattirsi. La collega rise, una risata rauca e stanca “d’accordo, hai stile, te lo concedo” si avvicinò e diede un ultimo calcio di punta, con le dita del piede nudo che si conficcarono sotto il sedere di Samira per colpire le palle da sotto, creando un effetto "schiaccianoci" tra il piede dell’armena e le ginocchia della libanese. “Bene, mi sento meglio e la tensione é scesa” disse Anahit, sbadigliando e grattandosi la pancia sotto la canottiera sudata. Guardò Tarek, che giaceva in posizione fetale, tremante, con l'inguine che pulsava di un colore violaceo preoccupante “tu, schiavo. Hai cinque minuti per riprenderti, pulire il pavimento dal tuo sudore e dalle mie tracce di fango. Mi vado a fare una bella doccia per pulirmi dalla tua puzza!”
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Tornato alla sua nuova base, ancora in costruzione, Sami Darwish fissava un bicchiere di Brandy. I fondi pubblici erano ridotti all’osso a causa della guerra tra Hamas e Israele, di conseguenza Sami doveva utilizzare i propri fondi privati per ricostruire ciò che era stato distrutto nella sua città. Gli affari continuavano ad andare bene ma lui stava utilizzando quantità ingenti delle proprie risorse in missioni fallimentari come quella per recuperare Leila. Sul tavolo, un fascicolo di documenti contabili e foto segnaletiche: quella maledetta ragazza era lì, stampata come ricercata, con un’espressione di sfida eterna. Un suo uomo bussò velocemente alla porta e Sami sbuffando e senza vitalità rispose “avanti.” L’uomo entrò e disse con tono vivace e urgente “signore, c’é il Colonnello Lior che aspetta fuori, vuole parlare con lei.” “Cosa diavolo vuole quella merda umana?” rispose scioccato Sami “veloce, fallo entrare.”
Il Colonnello entrò con toni pacifici, dicendo “so che sei arrabbiato.” Sami sbuffò “arrabbiato? Mi hanno tolto Leila dalle mani. Sai cosa volevo farle. E invece, puff, se la porta via l’ANP.” Lior fece un passo avanti, il tono calmo ma fermo “mi spiace, ma i patti erano diversi: proprio questo sapere cosa ci avresti fatto, mi ha costretto a intraprendere azioni singolarmente. Adesso ci troviamo nella situazione in cui la possiamo recuperare, ma solo se lo facciamo insieme. Ti prometto che se mi aiuterai a catturarla, potrai ucciderla te stesso, con il tempo che vorrai, ma sotto la sorveglianza di uno dei miei uomini.” Sami, con uno sguardo curioso chiese “dopo tutto, perché dovrei fidarmi?” L’israeliano si avvicinò con il fuoco negli occhi “perché sono l’unico che non ti ha ancora sputtanato di fronte al mondo intero riguardo i restanti accordi che abbiamo.” Sami si prese qualche secondo per riflettere e poi disse “va bene, accetto il patto. Questa volta niente tradimenti da entrambe le parti.” Porse la sua mano viscida a Lior, il quale tentennò prima di stringerla, per poi cedere alla stretta e prendersi i germi sopra.
Capitolo 35
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Medio-Oriente Ballbusting: una guerra femminista
Un’avvincente storia femdom
Ballbusting
Updated on Jan 21, 2026
by Esseremicidiale02
Created on Jul 5, 2025
by Esseremicidiale02
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