Capitolo 36

Cicatrici

Chapter 36 by Esseremicidiale02

La polvere si alzava pigra sotto le ruote della jeep militare israeliana che si fermava ai margini di un villaggio semidistrutto, nella zona grigia fuori Rafah. Yael scese per prima, con il fucile in mano abbassato, dietro di lei, Elior e Doron fecero scendere Rania e Bilal. I due ragazzi palestinesi erano silenziosi, ancora scossi dalla battaglia e dalle ferite riportate. Rania non aveva più l’aria da ragazza ribelle pronta ad uccidere ogni nemico, bensì sembrava essersi arresa alla sua sorte, accontentandosi si essere ancora viva. Ali uscì dalla casa, oramai in buona parte distrutta, ancora ferito e stressato, sia per l’ansia di non vedere più i figli, sia per i bombardamenti intensi che c’erano stati recentemente. Quando vide i figli vivi, si fermò, incredulo a fissarli. Yael fece un cenno secco “te li ho riportati, sto rischiando molto quindi non fatemi pentire di questa scelta.” La sorella maggiore corse verso il padre, abbracciandolo, ma Ali guardò oltre la spalla della figlia, dritto negli occhi di Yael, era uno sguardo lungo e pesante, si avvicinò a lei ignorando le armi puntate degli israeliani e scrutandola con un’intensità che quasi la mise a disagio, disse “tu… sei diversa da tutti loro, hai uno sguardo… puro!” L’israeliana rimase un secondo colpita e poi sibilò “g..grazie, ora dobbiamo andare, subito! Abbiate cura di voi stessi, soprattutto di Bilal, é molto ferito” si voltò di scatto e risalì sulla jeep “forza ragazzi, torniamo alla base, ora!”

Mentre il convoglio ripartiva verso la base, il silenzio nel veicolo era tossico, Yuval, seduto dietro, puliva freneticamente il suo fucile, borbottando “non ci posso credere…hai seriamente lasciato andare quei due terroristi, mi hai costretto a venire qua con te a fare il pacifico e magnanimo, quando invece avremmo dovuto giustiziare quell’intera famiglia sul posto. Si chiederanno come mai siamo stati fuori così tanto e non avrò problemi a denunciarti.” Yael impassibile, rispose guardando la strada “non erano obiettivi primari ed avevamo fatto una promessa, vedi di fare il bravo e non causare problemi con i nostri superiori.” Yuval urlò, sporgendosi in avanti “stronzate! Nel rapporto ad Abramov rivelerò tutto.” Yael si girò con una lentezza da horror e chiese “ah si eh? Gli dirai tutto? Immagino che darai molti dettagli su come ti sei fatto sottomettere da un gruppo di donne o di come hai pianto quando ti ho colpito le tue inutili palline.” Yuval arrossì, diventando sempre più violento “no, gli dirò che sei una traditrice, che hai simpatie per il nemico, che sei quasi… antisemita!” La jeep inchiodò, Yael si slacciò la cintura e si voltò completamente verso di lui, montandogli in braccio, mettendosi a cavalcioni su di lui e guardandolo come fa un predatore. Con voce bassa e dolce, disse “ascoltami bene, Sergente, ti ho già minacciato abbastanza ma evidentemente questo non basta, quindi dirò un’ultima cosa,” iniziò a mettere le mani nude nei pantaloni del compagno mentre lui la guardava tremando, senza riuscire a tirare fuori delle parole per lo scatto felino che aveva fatto su di lui “farai quel rapporto, come di dovere, ma se scrivi anche una sola parola che mette in dubbio la mia fedeltà a Israele, io verrò a cercarti seriamente” le mani nude di Yael erano scese sul fallo dell’uomo e avevano iniziato a tocchicchiarlo in modo delicato, per poi scendere giù e palpare i gioielli che aveva precedentemente ammaccato più volte, accarezzò la pelle tesa con i polpastrelli, tracciando linee invisibili lungo le vene pulsanti, come se stesse studiando una mappa anatomica prima di un’incisone. Yuval trattenne il fiato, paralizzato da quel contatto ambiguo che sapeva di morte, poi strinse in un crescendo lento e inesorabile. Le unghie corte affondarono nella carne morbida, pizzicando minuscoli lembi di pelle e torcendoli con una precisione millimetrica. “Quando ti avrò trovato però non utilizzerò le docili manine che in questo momento stanno toccando la tua virilità, né i piedi o le ginocchia che ho usato in questi giorni per placarti. Bensì userò il mio coltello da campo e ti scuoierò lo scroto così lentamente che avrai il tempo di dare un nome a ogni pezzettino prima che io lo recida. Infine, farò in modo che tutti sappiano che sei stato castrato da una ragazza, sono stata chiara?” Yuval deglutì, la minaccia era così specifica, così gelida, che sentiva i testicoli che provavano a ritrarsi dalla sua mano. Preso dall’ansia mormorò “mai stata così cristallina, Sergente.” L’israeliana fece un grosso sorriso, completamente innaturale, mormorando “benissimo! Amici, come prima.”

Yael si spostò dalle gambe di Yuval andando accanto a David, silenzioso da tutto il viaggio, un po’ per le ferite riportate, un po’ per tutto quello che aveva passato da quando era stato abbandonato come ostaggio. Mentre la jeep ripartiva, Yael cercò di rompere il ghiaccio, prendendo parola “sembri cambiato sai? Non più il David stronzo e duro che ho conosciuto all’inizio della mia carriera nell’esercito, più un David cuccioloso che cerca di fare ciò che è meglio per tutti. Si vede che essere preso a calci nelle palle sia da un’israeliana che da un’araba ti abbia fatto tornare i neuroni persi da anni di maschilismo tossico.” Provò la battuta ironica ma David rimase nella solita posizione, lo sguardo perso nel vuoto polveroso fuori dal finestrino. La ragazza, sentendo il fetore stantio di sudore e paura che emanava a causa di quelle giornate infernali, cercò di cambiare approccio, gli sfiorò la guancia ispida di barba con le dita, sollevandogli leggermente il mento per incrociare il suo sguardo, e con un tono più morbido, quasi ammiccante, disse “dai, tornato alla base ti fai una bella doccia, se vuoi ti posso aiutare io, tutto sommato te lo meriti!” David non sorrise, rispondendo con tono preoccupato “chissà come sta Amina, la staranno massacrando... Mustafa è una bestia. Forse... forse è già morta, non voglio che accada.” Yael sentì una fitta inattesa al petto. Non pensava che in quel tempo di separazione si fosse creato un legame così forte, e ancor meno si aspettava di provare una punta di... fastidio? Gelosia? Alla fine lui era solo il suo schiavo, quindi scacciò il pensiero e poggiò la testa sulla spalla di lui, avvicinando le labbra al suo orecchio per non essere sentita dagli altri. “Di questo ne dobbiamo parlare più avanti,” sussurrò, la voce ferma ma carica di urgenza “gli altri non sanno e non devono sapere dei nostri accordi con Amina. Ti prometto che farò di tutto per salvarla, David. Ma adesso dobbiamo capire come gestire Abramov e tutti quelli che dubitano di noi. Se scoprono la verità, siamo finiti entrambi.” Lui annuì impercettibilmente, tornando lucido, sussurrando “probabilmente al campo ci separeranno subito, dobbiamo avere una versione solida. Dirò ad Abramov quello che vuole sentire, che Hamas mi ha trattato con metodi disumani, che vogliono sterminarci tutti. Posso fornire dettagli sulle basi intorno a Rafah, renderà la mia storia credibile.” L’israeliana acconsentì con la testa, ma aggiunse “dovrai dire loro anche di Amina. Yuval l'ho tenuto a bada col terrore, ma nel suo rapporto non potrà tralasciare che tra i nemici c’era anche la Volpe del Deserto, é impossibile nasconderlo.” Mentre parlava, rifletteva amaramente. Aveva lasciato David come ostaggio sperando di usare Amina, ma aveva fallito. La guerra continuava, i morti aumentavano, e lei non aveva ottenuto nulla se non un soldato più empatico e una ribelle ora nelle mani del nemico. “Dirò che c’era,” confermò David “ma sarò vago. Dirò che non ho capito se sta effettivamente con Hamas o se è una prigioniera come me, lascerò il dubbio.”

Arrivati alla base, l’accoglienza fu duplice. Da una parte, i soldati semplici guardavano Yael con ammirazione mista a invidia: aveva riportato a casa un ostaggio, David, vivo, un'impresa che sembrava impossibile. Dall’altra, gli ufficiali e la cerchia ristretta di Abramov la scrutavano con sospetto, come avvoltoi in attesa di un passo falso. David venne prelevato immediatamente da due medici militari su ordine di Abramov e portato in infermeria, ma non per riposare. Il Generale lo seguì a ruota, leggendo avidamente il rapporto preliminare stilato da Yuval, dicendo “io e te ci faremo una chiacchierata molto intensa, ragazzo.” Una volta chiusi in ufficio, David comprese che doveva essere poker face, doveva mantenere la parte, essere ineluttabile. Rispose alle prime domande tecniche con precisione militare, descrivendo tunnel, armamenti, posizioni. Abramov annuiva, soddisfatto, ma c’era una luce malevola nei suoi occhi. Si alzò dalla scrivania e iniziò a girare intorno alla sedia di David. “Dimmi un po’, soldato mio,” esordì con voce strascicata “da quando sei diventato una checca?” David sbatté le palpebre, confuso, chiedendo “come scusi, Generale?” Lui ringhiò, facendo andare qualche goccio di saliva sulla sua faccia “da quando ti fai sottomettere dalle donne questo modo? Per un momento mi eri sembrato un uomo virile, con un futuro prodigioso nell’esercito. Ma ora? Sembri solo un cagnolino che scodinzola dietro a quella Sergente isterica di Yael.” David sentì la rabbia montare, i pugni si strinsero sulle ginocchia, ma rimase in silenzio, mentre il generale continuava con un sorriso sprezzante “e non é tutto, ho letto il rapporto. Ti sei fatto sottomettere anche dalla Beduina, quella maledetta Volpe, mentre eri imprigionato, giusto?” David balbettò, cercando di rimanere calmo “la situazione era complicata, signore, ero prigioniero, lei era... ambigua, a volte sembrava con Hamas, a volte...” il Generale lo interruppe urlando “BASTA CAZZATE! Dimmi, se le donne ti riducono così, un vero uomo come lo fa? Così?” Senza preavviso, Abramov caricò il braccio e sferrò un pugno micidiale dritto sulla mascella di David. Il colpo fu devastante. David volò giù dalla sedia, schiantandosi a terra con un tonfo sordo, tossendo e sputando sangue. Sentì un ronzio nelle orecchie e il sapore ferroso in bocca, per fortuna la mandibola non era rotta, ma ci era andato dannatamente vicino. Il Generale non diede tregua e piantò lo stivale pesante sulla guancia, premendogli la testa contro il pavimento freddo. “Sei una delusione, Shimon. Una vergogna per la divisa,” disse, togliendo il piede e pulendosi la suola come se avesse pestato un insetto “forza, torna da Ben-Abi, la tua padrona. Ma sappi una cosa, sono io il vero padrone qui dentro. Prima o poi, anche lei sarà sistemata e quando succederà, non ci sarà nessuno a difenderti.”

David uscì dall’ufficio barcollando, il viso gonfio e l’animo a pezzi, trovando Yael che lo aspettava poco distante, in una zona appartata degli alloggi. Appena lo vide, lei capì e lo portò dentro, chiudendosi a chiave. David crollò, raccontandole tutto, tremando di rabbia e umiliazione. La ragazza, come aveva promesso, preparò l’acqua calda per lavargli via lo sporco di giorni. David la guardò muoversi, sicura e forte, e si ricordò perché la adorava. Nonostante ci fosse un espresso divieto, entrarono nella doccia insieme, l’acqua calda sciolse la polvere incrostata e il sangue secco. Yael, passò la spugna sulle sue ferite con dolcezza materna, pulendo via le tracce della prigionia e del pugno di Abramov. Ma mentre il vapore riempiva la stanza, i suoi occhi cambiarono, l’istinto di dominio che aveva sviluppato, in particolare con lui, riprese il sopravvento. “Sei pulito ora,” disse lei, spegnendo il getto e guardandolo dall’alto in basso con un sorriso imperioso “ma sarai comunque per sempre il mio schiavo, adesso tocca a te pulirmi.” David si inginocchiò immediatamente sul piatto doccia, rispondendo “sì, mia Dea.” Lei si appoggiò alle piastrelle umide, sollevando una gamba perfetta e imperlata di goccioline “inizia dai piedi, sono stati dentro quegli stivali per ore. Voglio che la tua lingua arrivi dove l’acqua non è arrivata.” David afferrò il piede di Yael con reverenza. Nonostante la doccia, l’odore di pelle bagnata e sudore stantio persisteva tra le dita. Iniziò a leccare con dedizione assoluta, insinuando la lingua negli spazi interdigitali, succhiando via ogni residuo di fatica. Yael gemette piano, non di piacere sessuale, ma di soddisfazione per il potere assoluto che esercitava. “Bravo,” sussurrò, passandogli una mano tra i capelli bagnati e tirandoli leggermente indietro “ora sali, fai le ginocchia e l’interno coscia, devono splendere come un’arma bianca appena uscita dal fabbro.” David obbedì, risalendo lungo il corpo di lei, la lingua che tracciava percorsi di adorazione sulla pelle tonica. Arrivò all’ombelico, dove si era accumulato un misto di lanugine della divisa e sudore, e lo pulì con cura meticolosa. Yael rise, mentre gli premeva la testa contro il ventre, era una scena di totale sottomissione, ma c’era una leggerezza, una complicità distorta che li univa contro il mondo esterno. Era davvero vicino ai capezzoli, ma quando li stette per sfiorare Yael scattò con una ginocchiata secca, colpendo David nel sottopalla, sollevandolo con un colpo netto e dolorosissimo. “Eh no,” disse Yael, la voce che passava dal sussurro complice al comando gelido “lì non hai ancora il mio permesso.” David si accasciò all’indietro, con le mani a coppa sull’inguine pulsante. Yael torreggiava su di lui, nuda, magnifica e terribile, con le unghie smaltate di quel blu e bianco indimenticabile, poi passandosi una mano tra i capelli, mormorò “sai caro, mi sono mancati questi gioiellini. Troppe ragazze hanno giocato con loro mentre non ero presente, lasciando segni grezzi e disordinati.” Fece un passo avanti, i suoi piedi nudi, un 38 perfetto dalla forma slanciata e la pelle chiara con quel sottotono rosato che lui venerava, si piazzarono ai lati delle gambe di David, ordinando “nessuna di loro ha la mia tecnica, adesso allarga le gambe.” David eseguì all’istante, spinto da una devozione che superava l’istinto di conservazione. L’israeliana disse “vediamo se ti ricordi il tocco della tua divinità.” Iniziò con una mossa che David non aveva mai subito, posizionando il piede destro di taglio tra le sue gambe. Invece di calpestare, usò l’arco plantare alto e pronunciato come una morsa, agganciò lo scroto da sotto e iniziò a rullare avanti e indietro. Le ossa del metatarso premevano contro i testicoli, schiacciandoli contro il pavimento duro, mentre la pelle morbida dell’arco creava un effetto di suzione dolorosa, come essere stirati da un mattarello vivente. David gemette, la testa rovesciata all’indietro, estasiato e agonizzante. Lei sussurrò “senti come scricchiolano?” Poi cambiò, sollevando il piede e, con una destrezza quasi prensile, usò l’alluce e il secondo dito come una pinza. Afferrò il testicolo sinistro, isolandolo completamente, e iniziò a pizzicarlo con le dita dei piedi. Non era una pressione diffusa, ma un dolore puntiforme e cauto, tirò verso l’alto, tendendo il cordone spermatico al limite della rottura, per poi lasciarlo andare di scatto, facendolo rimbalzare contro la coscia come uno schifidol. “Ploc,” fece la Sergente, ridacchiando “sembra funzioni ancora.” Lui la guardava dal basso, gli occhi lucidi di lacrime, in quel dolore c’era la conferma che era tornato a casa, che lei era reale e non più un sogno. “Sei... incredibile…” ansimò. “Zitto e soffri” ribatté lei dolcemente, appoggiando il tallone destro sopra il pube, proprio alla base del pene, bloccandolo. Con le dita del piede sinistro, iniziò a ‘suonare’ i testicoli come tasti di un pianoforte. Premeva con l’alluce sul destro, affondando fino a toccare il nucleo, poi passava col mignolo sul sinistro, graffiando con l’unghia azzurra. Era un ritmo frenetico, formato da pressioni, graffi, schiacciamenti e torsioni. David si contorceva, incapace di prevedere da dove sarebbe arrivato il prossimo picco di dolore. Yael unì i talloni, aprendo le punte dei piedi a ‘V’, come una ballerina in prima posizione. Intrappolò l’intero pacco di David nel triangolo vuoto tra i suoi talloni e le caviglie. Lentamente, iniziò a chiudere le punte dei piedi, facendo scivolare i talloni l’uno contro l’altro. Le ossa delle caviglie si chiusero sui testicoli come uno schiaccianoci idraulico, inesorabile. David sentì le sue palle comprimersi fino a diventare piatte, il respiro gli morì in gola, gli occhi gli si rovesciarono. Lei mantenne la pressione finché David non fu sul punto di svenire, un misto di bava e acqua che gli colava dalla bocca aperta. Allentò la prese e diede un leggero buffetto con la punta dell’alluce sul glande, un gesto quasi tenero dopo la carneficina.

Un bussare secco alla porta interruppe i due ragazzi, una voce maschile dall’esternò abbaiò “Sergente Ben-Abi, venga con me. Il Generale Abramov è pronto a parlare in pubblico e la vuole sul palco.” Lei sospirò, uscendo dalla doccia e avvolgendosi in un asciugamano, dicendo a David “il dovere chiama, schiavo. Ma non abbiamo finito.” Pochi minuti dopo, Yael era in piedi su un palco improvvisato nel cortile della base, in divisa pulita, accanto ad Abramov. Davanti a loro, schiere di soldati e alcuni giornalisti. Il Generale prese il microfono, sfoderando il suo miglior sorriso “oggi celebriamo un successo,” tuonò con voce euforica “il Sergente Yael Ben-Abi rappresenta la forza e la determinazione del nostro esercito. Ha riportato a casa uno dei nostri, dimostrando che nessun soldato viene lasciato indietro.” Si girò verso di lei, mettendole una mano pesante sulla spalla, stringendo quel tanto che bastava per farle male senza darlo a vedere “e non ci fermeremo qui. Sotto la sua guida sul campo, e il mio comando strategico, sconfiggeremo definitivamente Mustafa al-Khatib e cattureremo quella terrorista nota come la Volpe del Deserto, come sempre Israele prevarrà!” Lei prese il microfono che le veniva porto “esatto, Generale,” disse, la voce ferma, lo sguardo fisso sulle telecamere “faremo tutto il necessario per VINCERE questa guerra.” Dentro di sé, però, i pensieri erano altri, salvare gli ostaggi, portare la pace, fermare Abramov, impedire l’uccisione di palestinesi innocenti, garantendo loro uno Stato e salvare Amina.” Abramov sorrideva alla folla, ma i suoi occhi, nascosti dietro la maschera della vittoria, promettevano una resa dei conti molto diversa. Voleva annientarla e prima o poi avrebbe portato a termine questo desiderio.

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