Capitolo 37
Vecchie conoscenze
Freja stava allegramente saltellando per i corridoi di Bruxelles come una bambina allegra, mentre tutti i dipendenti intorno a lei la guardavano confusi, senza nascondere l’ammirazione nel mantenere l’equilibrio nonostante quei tacchi alti ai piedi. Lei aveva un grande motivo per essere felice, era stato emesso da parte della Corte Penale Internazionale un mandato di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant. Quei due stronzi avrebbero avuto quindi meno libertà di movimento e in futuro avrebbero pagato per il genocidio che stavano commettendo. Borrell la stava aspettando di fronte ad una porta e vedendola di buono umore chiese “ti sei forse drogata? Non ti ho mai vista così…ti ricordo che a breve abbiamo uno degli incontri più importanti di sempre, verranno qui il Senatore Marco Rubio, che Trump ha già selezionato come Segretario di Stato e uno dei loro attuali delegati in Medio-Oriente, il Colonnello Stone. Al suo nome Freja rabbrividì, esclamando “merda, è quel colonnello a cui Anahit ha fatto il culo.” Borrell strizzò gli occhi chiedendo “cosa?” la Danese alzò le mani e disse “nono niente, ora concentriamoci sull’incontro. Vedremo come prenderanno ciò che abbiamo da dire loro.” Si ritrovarono tutti e quattro seduti ad un tavolo, Freja ovviamente era l’unica donna. Rubio sembrava molto nervoso, con tono aggressivo, prese parola “andiamo dritti al punto, vogliamo Khaled Al-Rashid, vista la sua nota fama da terrorista internazionale. Possiede informazioni sul nostro principale nemico, l’Iran. Le sue armi hanno ucciso anche soldati americani, oltre che aver scombussolato alcuni nostri essenziali alleati. La nuova amministrazione che si insiderà presto ritirne che sia di vostro dovere trasferirlo entro 48 ore sul territorio americano.” Freja osservava Rubio parlare e pensava “chissà come si bucherebbero i suoi testicoli sotto i miei tacchi…sono molto in dubbio se nel caso rimarrebbe con questa faccia a culo, oppure si metterebbe a pregare Dio disperato.” Borrell la fece tornare alla realtà, prendendo parola con tono diplomatico “comprendiamo la vostra posizione, ma Al-Rashid é stato catturato in un’operazione congiunta europea ed é sotto la Giurisdizione della Corte Penale Internazionale…” Stone stava ammalepena ascoltando, fissando con odio la danese che qualche mese prima gli aveva rovinato la reputazione. Rubio rise, sbattendo una mano sul tavolo “la CPI? Non fatemi ridere, non ne riconosciamo nemmeno la giurisdizione. Il Presodente Americano é chiaro con le sue dichiarazioni: l’america si prende ciò che vuole, in questo caso il terrorista. A voi farebbe pure comodo lavarvene le mani in questo modo.” Freja intervenne “beh, noi avremmo una soluzione più ottimale se posso permettermi…” Rubio chiese “ma lei chi é?” Freja rispose “ah si, sono Freja Nielsen, piacere mio.” Lui ribatté “so come ti chiami, ma perché sei così importante da parlare con noi ora.” La danese fece un sorriso che sapeva di voglia di uccidere, Borrell si intromise “lei attualmente fa parte della nostra intelligece in Medio-Oriente ed ha contribuito estremamente…” Stone non lo fece finire, dicendo “beh, é solo una donna a cui piace giocare con il fuoco.” Freja ignorò tutti e continuò per la sua strada “stavo dicendo, la nostra proposta é di portare Al-Rashid in una nostra struttura a Cipro, ne abbiamo già parlato con i britannici e i turchi, sono tutti d’accordo.” Il Colonnello Stone ignorò completamente il suo ruolo e disse all sua nemica “un giorno ti spezzeremo Nielsen, spero di poterlo fare io direttamente.” Con voce vellutata lei rispose “vedo che si é ripreso. Come stanno le sue capacità motorie? La mia collega non ha lasciato danni permanenti giusto?” Rubio disse “Nielsen vada al punto, avremo accesso alle trascrizioni degli interrogatori e delle ricerche?” Freja rispose “si, quelli a malincuore ve li invieremo.” Rubio si alzò dalla sedia, battendo le mai e prendendo per la spalla il suo collega “abbiamo un’accordo,” poi si riferì a Freja “ma se lei ci mente, giuro su Dio che ve la farò pagare.”
———————————————————————————
Un elicottero senza insegne atterrò su una piattaforma di cemento in mezzo a Cipro, una stazione meteorologica dismessa utilizzata costruita proprio per criminali dello stampo di Khaled. L’iraniano scese dall’elicottero con mano e piedi incatenati, la testa coperta da un cappuccio. Due guardie enormi lo trascinarono lungo una passerella metallica, verso la cella di isolamento, Freja non l’aveva mollato per un istante dall’inizio del viaggio e camminava davanti a lui, tenendo la propria mano nelle mutande del criminale. Tirava le gonadi verso l'esterno e verso l’alto. I polpastrelli premevano contro la base dei testicoli, spingendoli l’uno contro l’altro, mentre le unghie affondavano nella pelle sottile e rugosa dello scroto, pizzicando la carne sensibile con una precisione chirurgica. Ogni passo di Freja era una tortura calcolata, camminava veloce, con falcate ampie ed eleganti. Khaled era costretto a seguirla goffamente, piegato in avanti per alleviare la tensione insopportabile sul cordone spermatico. Se rallentava anche solo di una frazione di secondo, la mano di Freja diventava un gancio inesorabile che minacciava di strappargli via la virilità dal corpo. Sentiva le unghie della donna scavare come artigli, quasi a voler separare i due testicoli dentro la sacca. La presa era così salda che le nocche di Freja premevano contro il suo osso pubico, mentre il calore del palmo della donna contrastava con il gelo della sua intenzione. La danese non lo guardava nemmeno, tenendo il polso rigido e trascinandolo come un sacco della spazzatura particolarmente pesante.
Arrivati alla cella, Freja tolse le sue mani dai testicoli di Khaled, mentre i due uomini tolsero lui il cappuccio. Lui si guardò intorno, la cella era pulita e asettica, si poteva trovare una branda abbastanza comoda, un wc e una telecamera. Freja di fronte a lui disse “buongiorno principessa! Benvenuto nella tua nuova casa.” Khaled cominciò a tirare su con il naso e sibilò “Cipro, siamo a Cipro. Riconoscerei questo odore di aria salmastra umidiccio ovunque. Adorava passare le vacanze qui.” Iniziò a massaggiarsi i polsi stendendosi sulla brandina “devo dire che avrei preferito il carcere dell’Aia.” Freja rispose “abbiamo trovato un bell’accordo per il quale starai con noi ancora per un po’. Gli americani ti volevano, ma ti avrebbero portato in un buco in Sud America o condannato all’iniezione letale senza alcun diritto. Io invece ti ho tenuto qui, non solo per un fatto di civiltà, ma perché finché la guerra non sarà finita potrai comunque tornarci utile. Poi vedremo chi saranno i vincitori e cosa fare, consideralo un favore.” “Pfff,” sbuffò Khaled “un favore? Sono mesi che mi tieni come un maiale pronto al macello. Te l’ho già spiegato che sei esattamente come me.” Lei ribatté “non riapriamo l’argomento. Io tratto male voi criminali di guerra, tu i cittadini onesti.” La danese fece un cenno ad una delle guardie, facendosi passare un pacchetto di sigarette, una per lei e una per Khaled, il quale iniziò a fumarla con foga. Mentre espirava fumo chiese “quindi devo stare qui a non fare nulla?” Freja rispose “per ora si, finché non ti richiameremo, il tuo capitolo finisce qua.” Fece per uscire ma si fermò girando la testa “ah un’ultima cosa, non metterti troppo comodo, ho lasciato indicazioni alla direttrice do finire il lavoro che ho iniziato su te e i tuoi testicoli se dovesse servire.” Khaled guardò la porta chiudersi. Rimasto solo, finì la sigaretta fino al filtro, bruciandosi le dita, pensando “direttrice, eh? Vedremo come se la caverà con me.” Nei suoi occhi neri, la luce della sconfitta lasciò il posto a una scintilla di calcolo. Era un prigioniero, sì, ma in ogni prigione c’è una chiave. Doveva solo trovare il punto debole di chi lo custodiva.
Freja salì sull’aereo privato che la attendeva sulla pista di Larnaca, lasciandosi cadere sul sedile in pelle, esausta. Osservò il finto passaporto che aveva in mano, c’era la sua foto con di fianco il nome ‘Elena Vinter’. Guardò un biglietto in mano, sarebbe andata a Il Cairo, da lì, verso Rafah.
———————————————————————————
Anahit riunì Nikos, Samira e Tarek nella stanza d'albergo, l’aria condizionata ronzava faticosamente contro il caldo secco di Gerico. L’armena espose le novità con voce tagliente: “Freja sta andando a Il Cairo, dal quale partirà per cercare la Volpe del Deserto, concentrando le sue forze nella Striscia di Gaza” fece un grosso sospiro, passandosi una mano tra i capelli ancora umidi di sudore post-allenamento, e continuò “noi invece bisogna assolutamente liberare Leila Mansour. Sappiamo che si trova nelle mani dell’ANP, non abbiamo idea se effettivamente loro la vogliano tenere, consegnare o uccidere. Ma la priorità rimane lei.” Nikos, appoggiato al muro con le braccia conserte, la riprese con tono pragmatico “sì, ma dobbiamo anche fare fuori o catturare Sami Darwish, giusto? Non possiamo lasciare quel bastardo libero ora che stiamo vedendo di che pasta sono fatti lui e i suoi uomini.” Anahit rispose secca l’avrei detto a breve, comunque sì. Abbiamo finalmente la conferma che Darwish è un uomo terribile e la sua folle ricerca di Leila puzza troppo. C’è qualcosa di marcio che lega lui e certi settori israeliani, nonostante l’ultima sparatoria alla quale abbiamo partecipato.”
Nel frattempo, in un angolo della stanza, andava in scena un rituale di sottomissione quotidiana. Tarek era inginocchiato sul pavimento, fungendo da poggiapiedi umano per la ragazza libanese: i talloni di Samira premevano costantemente sulle spalle di lui, mentre le dita dei suoi piedi giocavano distrattamente con le orecchie dell’uomo, tirandole e pizzicandole. Lui provò a parlare, mugugnando qualcosa, ma Samira scattò con un riflesso condizionato, infilò subito i suoi piedi, leggermente sporchi di polvere e sudati per lo stress della giornata, direttamente nella sua bocca spalancata. Mosse le dita sopra e intorno alla lingua di lui, costringendolo ad assaporare l’umidità salina tra le falangi. “Zitto, schiavo” disse con noncuranza, per poi rivolgersi al gruppo, tradendo la sua inesperienza operativa “scusate la domanda… ma come faremo a trovare dove si trova Leila tra le varie sedi dell’ANP? La Cisgiordania è piena di buchi e celle. Per quanto ci riguarda potrebbe essere ovunque.” L’armena rispose entusiasta “bella domanda cara mia, ma i nostri contatti sono ovunque. Ho un vecchio amico negli alti ranghi della polizia palestinese che potrebbe darci una mano.” Nikos inarcò un sopracciglio, divertito “tu? Un amico uomo? Pensavo ci volessi tutti estinti.” Lei alzò le spalle con indifferenza. “Che c’è? Anche Tarek lo è, tecnicamente. E guarda a cosa serve,” indicò con il mento lo schiavo che stava laboriosamente leccando la pianta del piede di Samira “gli uomini servono a tre cose: servire, fare da antistress e dare informazioni. Il mio amico serve per la terza, e se così non fosse, gli farò comprendere che le altre due non sono grandi opzioni.”
Qualche ora dopo, la spia armena, aveva completato ogni passaggio e si era messa d’accordo per incontrarsi con il proprio contatto in un retrobottega di un negozio di spezie. Era stato scelto quel posto perché a quanto pare era una delle tante basi di scambio utilizzata dal conoscente di Anahit. Durante il viaggio in auto Samira non poté trattenere la curiosità e quindi iniziò con le domande “come conosci quest’uomo?” L’armena si mise una mano sulla faccia in segno di disperazione e poi con sorriso tra le dita della mano disse “si chiama Bashar, è sulla quarantina, dalla corporatura morbida, con spalle cascanti e viso spesso sudato, barba sempre rasata. L’ho conosciuto da giovanissima durante i combattimenti in Kurdistan, ci vendeva armi e dava informazioni sulla Siria e sulla Turchia, da quando sono qua a fare spionaggio e missioni in Medio-Oriente, ci sono rimasta in contatto. Di base sembra neutro ma è un uomo estremamente individualista. È un archivista con i fiocchi, tutti si fidano di lui ma noi non dobbiamo abbassare mai la guardia.” Nikos, in vena di ironia, spezzò la tensione “se questo è il trattamento che riservi ai tuoi amici di infanzia non voglio immaginare cosa faresti se ti ritrovassi di fronte un bullo.” Anahit fece un sorriso amichevole e rispose “oh, semplice. Lo farei inginocchiare, gli afferrerei lo scroto e lo torcerei finché non sento i dotti deferenti scoppiare come elastici.” Arrivati alla bottega Samira e Tarek rimasero in auto per sicurezza, mentre Anahit e Nikos si dirigevano verso il retro, odorante di cumino e cardamomo. Arrivati trovarono la porta accostata e entrarono, il posto era una piccola stanza con scrivania, qualche sedia, un divano e una piccola cucina. L’uomo si diresse verso la ragazza con entusiasmo, abbracciandola mentre lei rimaneva rigida come un tronco d’albero “Anahit, ecco qua la mia armena preferita, o forse dovrei dire Curda… non so te sei come i fluidi, ogni tanto ti senti una cosa, ogni tanto qualcos’altro…” ogni volta che si vedevano Bashar sembrava invecchiare sempre di più, era ingrassato ancora qualche chilo. Manteneva però la solita stoffa giocosa ed energica, anche se questa volta la richiesta era bella grossa e Anahit non sapeva come avrebbe reagito. Appena mollata dalla stretta affettuosa e fatti presentare tra di loro i due uomini, la ragazza iniziò a parlare, con la sua solita serietà “risparmia i complimenti Bashar, ho bisogno di un favore gigantesco questa volta.” Lui rispose “bene, tutto per la mia cara stellina guerriera.” Lei continuò “mi serve sapere dove si trova Leila Mansour.” Bashar rimase immobile per qualche secondo, poi si andò a sdraiare sul divano e una volta accomodato, con espressione di rara sorpresa, disse “ah. La terrorista del momento, onestamente non ho ricevuto nessuna notifica sul fatto che sia stata ritrovata…per noi è solo una latitante, in ogni caso sarebbe stata una richiesta estremamente costosa.” Anahit diventò rossa tutta d’un tratto “MA COME È POSSIBILE! Noi l’abbiamo vista catturata dall’ANP, mi stai mentendo!” Nikos cercò di calmarla e poi aggiunse “effettivamente è vero, siamo certi l’abbiano catturata.” Bashar cambiò posizione da sdraiato a seduto e con una mano sul mento sibilò “beh, in questo caso… vi ringrazio molto per l’informazione. Da alcune voci so che Sami Darwish pagherebbe milioni per quella ragazzina, quindi penso che nemmeno voi possiate darmi quella quantità di denaro.” “Ma che diavolo stai dicendo” esclamò Anahit, ma l’uomo emise un urlo “ORA RAGAZZI” dalla porta e da alcune botole nascoste nella stanza, entrarono quattro giovani uomini grossi e muscoli, erano armati di sciabole e corde. L’armena, a testa bassa, sibilò “sporco traditore…” Bashar disse “mi dispiace tesoro, devi sapere che da qualche anno ho iniziato a prendere più precauzioni e inseguire il miglior offerente. Adesso che mi hai detto ciò ho una mezza idea di dove si possa trovare Mansour. Lo andrò a dire a Sami Darwish e lui mi pagherà con chili di oro.” Nikos, in posizione da combattimento, esclamò “bastardo!” Bashar continuò, ignorando le loro parole “ma non vi preoccupate, non ho alcuna intenzione di uccidervi, solo di tenervi fuori gioco finché la situazione non sarà finita. Gli affari sono affari.”
Uno dei ragazzi indicò i due avversari con la sciabola e ordinò “arrendetevi subito e non vi sarà fatto alcun male!” Senza preavviso, Anahit si sferrò su di lui con un calcio basso e secco, mirato con la punta del suo scarpone proprio ai genitali. Il suono fu quello di un sacco di sabbia che cade in acqua. Spalancò la bocca in un grido soffocato, prima di essere colpito con un calcio in testa che prese il suo orecchio in pieno scaraventandolo in terra. Nikos si trovò di fronte due aggressori: uno alto e snello con una sciabola curva, l’altro più compatto e armato di una corda spessa. Quello con la sciabola attaccò per primo, con un colpo orizzontale mirato al collo. Nikos si abbassò, sentendo il vento della lama sopra la capa. Sfruttando lo slancio, colpì l’uomo al fianco con un pugno secco, costringendolo a indietreggiare. Il secondo uomo cercò di avvolgergli la corda attorno al collo da dietro. Nikos reagì d’istinto, afferrando il braccio dell’aggressore, ruotò il bacino e lo proiettò in avanti con una mossa di judo perfetta. L’uomo atterrò pesantemente in terra, creando una leggera crepa nel pavimento e probabilmente anche delle sue ossa. Lo spadaccino tornò alla carica, ma Nikos era pronto, parò il fendente successivo bloccando il polso dell’avversario con entrambe le mani, torcendolo fino a fargli cadere l’arma. Con un calcio frontale al petto lo spedì contro il muro, togliendogli il fiato, per concludendo lo scontro con un gancio destro preciso alla mascella, mandandolo KO all’istante. Pulito, efficace, senza colpi bassi.
Anche Anahit era un turbine di violenza. L’uomo che aveva atterrato all’inizio cercava di rialzarsi, ma lei gli piantò il tallone sullo sterno, bloccandolo. Il quarto aggressore le si scagliò contro, cercando di placcarla. Anahit lo accolse con una ginocchiata volante, ma lui riuscì ad afferrarle la gamba. Fu un errore fatale, l’armena usò l’altra gamba per saltare e avvolgergli il collo con le cosce, trascinandolo a terra. Mentre cadevano, lei afferrò i suoi testicoli attraverso i pantaloni e strinse con una forza erculea. L’avversario urlò, allentando la presa. Anahit rotolò via, si rimise in piedi e, mentre lui era carponi, gli sferrò un calcio dal basso ventre verso l’alto, colpendo i testicoli in pieno, fu talmente forte che svenne. L’uomo a terra si era ripreso e la caricò, spingendola contro la scrivania. Anahit sentì il legno premere contro la schiena. Lui cercò di colpirla al volto, ma lei schivò. La sua mano annaspò sul piano della scrivania, aprendo un cassetto a caso. Le dita si chiusero su un oggetto pesante e metallico, una spillatrice industriale. Con un grido di rabbia, Anahit la brandì come un martello e la calò sulla testa dell’aggressore. Il colpo fu devastante e lui crollò come un sacco di patate.
Bashar, con l’agilità goffa di un topo in trappola, tentò di scivolare via dal divano, annaspando verso la porta laterale. Ma Anahit fu più veloce di un pensiero, con un passo lungo e pesante, gli bloccò la strada e afferrò la cintura dei suoi pantaloni con entrambe le mani. Con uno strappo violento, fece saltare il bottone e trascinò giù tessuto e biancheria in un unico movimento, facendolo inciampare e crollare di schiena. Le sue gambe pelose e pallide scalciavano in aria, mentre il basso ventre, flaccido e tremolante per il terrore, rimaneva completamente esposto alla mercé della ragazza. Lei non perse tempo e si inginocchiò sul suo petto per bloccarlo, tenendo la pesante spillatrice da ufficio nella mano destra, ordinando, con calma spaventosa “stai fermo.” Con la mano sinistra, afferrò lo scroto di Bashar, tirando la pelle rugosa per tenderla. L'uomo sgranò gli occhi, il respiro bloccato in gola. Anahit fece scivolare la base metallica della spillatrice sotto il testicolo destro, isolandolo con fredda precisione. Il metallo gelido contro la pelle calda fece sussultare Bashar, ma la presa di ferro di Anahit non gli permise di ritrarsi, sussurrò “un piccolo promemoria per la nostra amicizia.” CLACK. Il suono fu metallico, Anahit premette con forza sulla testa della spillatrice e la graffetta metallica perforò la pelle sottile e sensibile dello scroto, chiudendosi su se stessa con uno scatto perfetto. Bashar emise un acuto stridulo, mentre il suo corpo si inarcava violentemente. Sangue fiorì immediatamente intorno al metallo conficcato nella carne viva, pinzando la pelle in una piega dolorosa e innaturale. “Dimmi dove si trova,” chiese Anahit, ammirando il punto metallico che brillava sulla pelle violacea “o ti rendo sterile, un punto alla volta. Ho un intero caricatore qui dentro.” Bashar boccheggiava, le lacrime che gli rigavano il viso sudato, incapace di formare parole coerenti “io... io non...” balbettò, cercando di proteggersi con le mani, ma Anahit gliele schiacciò via, eslamando “risposta sbagliata!” Caricò la mano sinistra e, con il palmo aperto e rigido, sferrò una manata laterale, un coppino violento e umiliante, direttamente sulle palle pinzate. L’impatto fece vibrare l’intero sacco scrotale, e la graffetta appena inserita tirò la pelle lacerata, amplificando il dolore di dieci volte. Fu come se un uncino rovente gli avesse strappato l’interno coscia. L’uomo urlò, un grido rauco e disperato “ti prego! Ti prego... siamo amici da una vita!” Lei ribatté impassibile “gli amici non mentono.” Spostò la spillatrice sul sinistro e fece scorrere la base sotto la sfera, pizzicando un lembo di pelle più spesso, più vicino all’attaccatura. CLACK. Il secondo punto penetrò, ora lui aveva due graffette che gli adornavano lo scroto come piercing di tortura, tirando e bruciando a ogni minimo movimento. Anahit si allungò per guardarlo dritto negli occhi, la spillatrice ancora premuta contro i testicoli, il dito pronto a scattare per il terzo colpo, questa volta mirando al centro. “Se non mi dici subito dove cazzo si trova Leila,” minacciò “continuo a spillare finché non ti chiudo lo scroto come un pacco postale. E poi strappo tutto.” Bashar crollò. Il dolore era troppo acuto, troppo specifico “va bene! Va bene, basta!” singhiozzò, il corpo scosso da tremiti incontrollabili “io non ho veramente nessuna notizia della sua cattura ufficiale, te lo giuro! Ciò significa che questa informazione non ce la può avere nessuno, eccetto la squadra che l’ha catturata. Non è nel sistema! Al 90% non si troverà in una struttura carceraria tipica, ma nella base operativa di polizia, nel quartier generale del Colonnello a Gerico!” Anahit lo fissò per un secondo, valutando la verità nelle sue pupille dilatate dal dolore. Soddisfatta, si alzò in piedi. Fece cadere la spillatrice sul petto di Bashar con un tonfo pesante e mollò la presa sui suoi testicoli, che ora pulsavano di un rosso acceso. Infine sibilò “è sempre bello fare affari con te, amici mio.” Si pulì le mani sui pantaloni come se avesse appena toccato spazzatura e entrambi uscirono dalla porta da cui erano entrati.
Fuori, il caldo del pomeriggio avvolgeva l’auto parcheggiata in una bolla di noia. Samira era seduta sul sedile del passeggero, gli occhiali da sole calati sul naso, le gambe accavallate sul cruscotto. Aveva un pacchetto di patatine alla paprika aperto in grembo. Ne prendeva una, la masticava rumorosamente a bocca aperta, ne assaporava il gusto piccante, e poi, quando la poltiglia era diventata morbida e piena di saliva, la sputava nel palmo della mano, ordinando “apri!” Tarek, rannicchiato nello spazio angusto tra il sedile e il cruscotto, obbediva istantaneamente. Samira lasciava cadere la poltiglia arancione e masticata nella sua bocca. “Bravo cagnolino,” commentava lei, pulendosi le dita sulla maglietta di lui “non sprechiamo nulla.” Tarek deglutiva con gratitudine mista a umiliazione, il sapore della paprika coperto da quello della saliva della sua padrona. Nikos uscì per primo, zoppicando vistosamente e tenendosi il fianco, la camicia strappata sulla spalla. Anahit lo seguì, il respiro corto, le nocche arrossate e una macchia di sangue, probabilmente non suo, sulla manica. Samira abbassò lentamente gli occhiali da sole, osservandoli attraverso il finestrino con un mix di curiosità e distacco. “Nikos e Anahit mi sembrano leggermente feriti e zoppicanti...” commentò, mentre sputava l’ultimo pezzo di patatina in faccia a Tarek “cosa diavolo sarà successo lì dentro? Speravo in una trattativa civile.” I due entrarono nell’auto, portando con sé la puzza di sudore, violenza e adrenalina stantia. Anahit si buttò sul sedile posteriore, sbattendo la portiera con una forza che fece tremare i vetri. Si passò una mano sul viso sporco, cercando di regolarizzare il respiro affannoso e disse “sappiamo dove si trova Leila. È al Quartier Generale della Polizia. Ideiamo il piano e poi andiamo a prenderla!”
———————————————————————————
Nel quartier generale, l’atmosfera era pesante, Leila Mansour sedeva sulla branda della sua cella, le ginocchia al petto. Indossava una divisa carceraria grigia, un tessuto sintetico, troppo largo per la sua figura esile. In testa portava un hijab di cotone nero, semplice, privo di spilli, avvolto stretto per non intralciare i movimenti. Ai piedi non aveva i sandali di cuoio della fuga, erano stati sostituiti da ciabatte di gomma blu scuro, tipiche della detenzione. Leila le aveva sfilate, lasciando i piedi nudi a contatto con la coperta ruvida. Lo smalto, ormai sbiadito, resisteva solo ai bordi, come una bandiera logora ma non ammainata. La pianta del piede appariva indurita, con un leggero strato di polvere di cemento della cella che si era insinuata nelle pieghe della pelle. La porta si aprì con un ronzio elettrico ed entrò Nada al-Husseini. Aveva un’aria abbastanza pacata e socievole, avrebbe potuto dare buone notizie, così come torturare qualcuno. Quello che era insolito è che non era da sola, bensì di fianco a lei, camminava un uomo incappucciato, che venne inginocchiato in terra di fronte a Leila. “Ti ho portato un regalo,” disse Nada, chiudendo la porta, dentro erano solo lei, Leila e il prigioniero “lui mi ha raccontato diverse storie e se quello che ha detto è vero, come a quanto sembrano avermi confermato in segreto il comandante e il sottocomandante, avrai una voglia matta di rivederlo.” Prima che lei potesse strappare il cappuccio dalla testa all’uomo Leila, con le idee non molto chiare, chiese “ok…ma tu chi saresti?” Lei sorridente, con il suo hijab portato alla perfezione, rispose “oh giusto, non ci siamo ancora presentate per bene. Io sono Nada, una tua nuova amica.” Si strinsero le mani ed euforica, finalmente, la poliziotta tolse il cappuccio dalla testa dell’uomo, esclamando “TADAN!” Era Jamal. Sporco, emaciato, con lo sguardo perso nel vuoto di chi ha visto gli abissi ed è stato costretto ad ingoiarli in certi casi. “Jamal…” sussurrò Leila, un sorriso freddo che le increspava le labbra “ti sei venduto a parecchie persone in questi mesi vero?” Il vecchio nemico sibilò sussurrò delle parole con fatica “maledetta donna… è tutta colpa tua se sono finito in questo girone infernale. Ma adesso siamo sulla stessa barca, ti giustizieranno.” Nada esclamò “proprio sulla stessa barca non direi dai, c’è sempre chi si trova in mare” si tolse il cinturone con la pistola e lo appese, parlando con Leila “ho pensato che ti servisse un po’ di compagnia, stai passando un periodo terribile e in pochissimi qua sanno soltanto la tua verità. Inoltre a me serve un favore, il cibo della mensa oggi mi ha devastato lo stomaco, si vede che siamo carenti di risorse.”
Leila capì immediatamente, si alzò e andò verso Jamal che cercava di strisciare via alla velocità di un lombrico. Agganciò la caviglia di Jamal con il collo del piede nudo, facendolo sbilanciare, e mentre lui cadeva supino, Leila sollevò la gamba destra perpendicolare al soffitto e lasciò cadere il tallone come una ghigliottina. Il tallone duro e calloso si schiantò esattamente nel punto di congiunzione tra i due testicoli, schiacciandoli contro il pavimento di cemento non con un colpo secco, ma con una pressione roteante e macinante, come se stesse spegnendo un mozzicone di sigaretta su un tappeto pregiato. Jamal emise un fischio acuto, gli occhi che roteavano all'indietro. Poi lo girò sulla schiena e gli disse “sai cosa fare, Jamal. Sei nato per questo.” Mentre Jamal piagnucolava, Nada si avvicinò e senza aggiungere una parola, iniziò a slacciarsi i pantaloni della divisa. Leila afferrò la testa di Jamal, costringendogli la bocca ad aprirsi, spingendo le mani sulla mascella debole dell’uomo. Mentre Nada si posizionò sopra il viso di Jamal accovacciandosi con il suo grosso culo, Leila ordinò “fai la brava latrina Jamal!” Dopo tanto tempo si sentiva rinata, non tanto perché stava giocando con una sua vecchia conoscenza in questo modo, ma perché c’era speranza, finalmente le avevano creduto e anche se attualmente prigioniera, forse avrebbero trovato un modo per salvare lei e il suo luogo di origine. Quasi meccanicamente Leila teneva fermo Jamal, stringendo i suoi testicoli nella mano con una tecnica di micro-tortura: le sue unghie, anche se corte, erano non curate e affilate come rasoi. Leila pizzicò la pelle sottile dello scroto proprio lungo la linea mediana e iniziò a tirare verso l’esterno con scatti rapidi e secchi, come se volesse scucire la sacca che teneva insieme le gonadi. Jamal sentiva ogni pizzico come una puntura di vespa, un dolore elettrico e superficiale che si sommava all’agonia profonda dello schiacciamento precedente. Per prima cosa un getto di aria caldo e amaro invase la bocca di Jamal, costringendolo a deglutire per non soffocare. Subito dopo, come un vulcano in eruzione, Nada rilasciò il peso che le opprimeva l’intestino. I ceci mal cotti e il grasso di agnello rancido avevano creato un composto denso, pastoso e pesante, simile a fango bollente mescolato a ghiaia. La massa scura e fumante cadde con un tonfo soffocato direttamente sulla lingua di Jamal, riempiendogli la cavità orale fino al palato molle. La reazione di Jamal fu immediata e disperata: le sue pupille si contrassero fino a diventare spilli, mentre le vene del collo si gonfiarono diventando blu, un gorgoglio disperato risuonava nella gola. “Mangia,” sibilò Leila ancora piegata, il viso deformato in liberazione pura, le narici dilatate che aspiravano l’odore terribile della punizione come fosse incenso “ogni pezzo che ingoi, è il prezzo di chi sei!” Mentre Jamal cercava di ingoiare a fatica quella poltiglia ustionante e speziata, Leila si tolse anche l’altra ciabatta. Con i piedi ora completamente nudi, iniziò una scarica di colpi ritmici e veloci. Usava le punte delle dita dei piedi, dure e precise, per colpire le palle come un picchio colpisce il tronco di un albero. Colpi rapidi, incessanti, che non davano tregua ai nervi già infiammati, mirando a far vibrare il dolore fino alla spina dorsale. “Senti questo sapore, Jamal?” chiese Leila con voce melliflua e crudele, mentre continuava a martellare il suo inguine, proseguendo sussurrando “se sputi anche solo una goccia, ti faccio esplodere quei due canederli inutili che ti ritrovi attaccati al corpo, qui ed ora.” Quando Jamal finì tutto, eccetto piccoli residui marroni agli angoli della bocca, Nada si asciugò con un pezzettino di carta. Si alzò leggermente, tenendo la carta sporca sospesa sopra il viso di Jamal come una piuma al vento. La fece oscillare a destra e sinistra, ipnotizzandolo, prima di lasciarla planare lentamente, atterrando con precisione dentro la bocca ancora estroflessa, coprendola come un sudario lurido che lui dovette risucchiare all’interno.
Leila osservò il pezzo di carta sparire nella gola di Jamal e sentì un brontolio dal pancino. Lo stress accumulato durante la fuga e tutti gli scontri avuti nei giorni precedenti premevano sui suoi organi interni. Non era solo un bisogno fisiologico, era una necessità psicologica. Doveva svuotarsi di tutto il peso che portava addosso, e Jamal era un contenitore degno di raccoglierlo. “Potresti spostarti, Nada?” chiese Leila con voce ferma, ma con un tremito di urgenza “ho bisogno di usarlo. Mi scappa da morire e voglio che senta bene il sapore della sua vecchia padrona.” Nada si fece da parte con un ghigno complice, incrociando le braccia al petto. Leila si slacciò i pantaloni della divisa, lasciandoli cadere alle caviglie, per poi posizionarsi sopra il viso di Jamal, accovacciandosi. La differenza fisica tra le due donne era evidente, se il sedere di Nada era stato una montagna imponente e muscolosa che lo aveva schiacciato sotto il suo peso massiccio, quello di Leila era più piccolo, compatto, scolpito, con natiche sode, strette e una morsa agile che si posizionò perfettamente a incorniciare il naso e la bocca di Jamal, sigillandolo in una camera a gas intima e inespugnabile. Leila si rilassò dicendo “devo dire che mi ero dimenticata come la tua faccia e il mio ano fossero fatti per stare insieme.” Nada si avvicinò ai piedi di Jamal, non aveva la furia di Leila attualmente, ma la sua crudeltà non mancava. Con espressione disprezzante, sollevò il suo stivale colpì ritmicamente le palle dell’uomo, come se stesse bussando insistentemente a una porta. TOC. TOC. TOC. “Ehi, c’è nessuno lì dentro?” chiedeva Nada con un sorriso sghembo, colpendo esattamente al centro, facendo sobbalzare le gonadi già tumefatte. Ogni colpetto inviava una scossa elettrica di dolore che impediva a Jamal di svenire, costringendolo a rimanere vigile per il pasto successivo. Sopra di lui, Leila lasciò andare prima l’urina, un getto potente e chiaro, recentemente era stata ben idratata. Il liquido caldo e salmastro inondò la bocca di Jamal con violenza, sapeva quasi di tè alla menta. Jamal fu costretto a deglutire rapidamente, mentre Leila sospirava, i muscoli delle cosce che tremavano leggermente per il sollievo, mormorò “bevi stronzo, questa è l’unica acqua potabile per te.” L’aria cambiò in un tanfo di merda, denso e speziato. Maher aveva portato del cibo decente a Leila, ceci, pane integrale, olive e pollo speziato. Il corpo di Leila si contrasse e, con una lentezza esasperante, iniziò a espellere il suo carico. Non era liquido, ma solido e compatto. Un cilindro color ocra scuro, denso e pastoso, scivolò fuori, cadendo con un tonfo morbido ma pesante in gola all’uomo. La consistenza era ferma, granulosa per via dei ceci, ma incredibilmente appiccicosa. Il sapore che invase Jamal era un misto travolgente di aglio fermentato, spezie piccanti digerite e la pesantezza terrosa dei legumi. “Senti questo?” disse Leila, la voce carica di disprezzo mentre ne rilasciava un secondo pezzo, che atterrò sul primo, riempiendo completamente la cavità orale dell'uomo “questi cibi te li assaggerai solo processati dal mio intestino.” Nada continuava il suo concerto con lo stivale e i testicoli, alternando destro e sinistro e ascoltando la leggera differenza tra i suoni. Jamal cercò di inarcarsi per il conato di vomito causato dalla massa densa e speziata in bocca, ma il colpetto di Nada lo paralizzò dal dolore, costringendolo a ingoiare per riflesso. La pasta ocra scese giù, densa come stucco, lasciando un retrogusto di rancido e bile. Leila concluse con un ultimo sforzo, pulendosi praticamente l’interno contro le labbra di Jamal, usandolo come carta igienica vivente. Si rialzò, tirandosi su i pantaloni con dignità regale, mentre Jamal tossiva e soffocava, il viso imbrattato e gli occhi rovesciati. “Ecco fatto,” disse Leila, allacciandosi la divisa “ora mi sento molto più leggera. E tu, Jamal, sei finalmente pieno di qualcosa di concreto, invece che di astratta cieca ubbidienza verso tiranni come Israele o Sami.”
Mentre Jamal giaceva in silenzio le due donne di guardarono, Nada spruzzò un po’ di profumatore nella cella e con connessione ruppe il silenzio con un espressione dolce e professionale “ascoltami bene Leila, se è vero come hai combattuto da sola contro quei sistemi marci… allora tu non sei una terrorista. Tu sei l’unica cosa pulita che è rimasta in questa dannata Cisgiordania dopo i tentativi di colonizzazione e corruzione.” Prese la sua spalla e esclamò “sei un’eroina. E farò in modo che tu esca di qui. Perché abbiamo bisogno di donne come te per ripulire tutto questo schifo. Dalla base al vertice.”
———————————————————————————
Ai piani alti del comando, lontano dalla puzza delle celle, il Comandante Nabil Taha e il suo vice Maher sedevano in un ufficio avvolto dal fumo di drum stracolmo di tabacco. La scrivania era piena di rapporti, ma nessuno dei due li stava leggendo. Maher spense il drum nel posacenere, le dita che tremavano leggermente “Capo, la situazione è insostenibile. Se quello che dice la ragazza è vero… Sami Darwish non è solo un criminale. È un asset protetto da una fazione dall’intelligence israeliana, ci deve essere lo zampino del nuovo Colonnello Lior.” Nabil annuì gravemente, massaggiandosi le tempie “lo so, Maher, purtroppo lo so, siamo in trappola. Se consegniamo Leila a Israele, la ammazzano e la verità non verrà a galla. Se la diamo a Sami, la ammazza. E se la teniamo…” A concludere la frase ci pensò il sottocomandante “Israele verrà a prendersela e uccideranno noi, corretto?” Nabil si alzò verso la finestra e osservando Gerico disse “qua ci spacciamo come poliziotti, ma la verità é che i veri carcerieri di questa prigione a cielo aperto sono proprio loro.” Poi continuò “finché questa ragazza esiste, esisterà anche la possibilità che i legami tra l’IDF e i finanziamenti esterni escano su ogni giornale in prima pagina, non possono permetterselo.” Fece una pausa e poi con sguardo fiero esclamò “ma io non posso permettermi di vendere il questo modo il mio Paese, il mio credo e la mia coscienza. Faremo scappare Leila, a breve, un processo non avrebbe senso. Nel frattempo escogitiamo un piano per fare arrestare Sami e come dire tutto questo alla nostra classe dirigente.” Maher fece un’ultima domanda “pensi che ce la faremo in tempo prima che ci uccidano?” Nabil rispose “non ne ho idea. Ma voglio affondare quei bastardi con me.”
0 comments
No comments yet
The story has no discussion yet. Leave a note here when a branch gives you something to say.
No chapter comments yet
No one has commented on this branch yet. Add the first note above.