Capitolo 35
Carcere in prospettiva
Jamal sedeva su una panca di metallo avvitata al pavimento della cella, la pelle scura e sudata illuminata da un neon stanco che tremolava. Era completamente nudo. Adesso era sotto il controllo dell’Autorità Nazionale Palestinese, questa volta si aspettava un servizio migliore. Il rumore di passi militari fece alzare lo sguardo. La porta si aprì con un sibilo secco. Entrò Nada al-Husseini, la donna che lo aveva catturato. Non indossava la divisa standard: al posto della giacca imbottita, portava una camicia tattica beige, le maniche arrotolate fino ai gomiti, rivelando avambracci tonici e segnati da vene visibili. I pantaloni, color sabbia, erano infilati dentro un paio di stivaletti da combattimento neri, lucidi. Il basco era inclinato leggermente a destra, i capelli scuri stretti nello chignon che lasciava libera la nuca. Camminava con passo lento e misurato, come se stesse entrando nel salotto di casa sua e non in una cella. Si fermò a un metro da lui, inclinando appena il capo, dicendo “Jamal, sai cosa devi fare adesso vero?” Lui non rispose, aveva il viso scavato ed era stanco di parlare. Poi disse “di donne ne ho abbastanza. Piuttosto sto zitto.” Lei si avventò su di lui, tirandogli un calcio con il collo dello stivale, schiacciando entrambi i testicoli nudi tra il corpo e la gomma. Lui urlò disperato e si incrinò in terra dal dolore, prese le sue palle tra le dita e le torse come un giocattolo, infilandoci i polpastrelli, fino gonfiarle al limite. “Sono sicura che hai ancora fiato per parlare” commentò lei, fredda. Jamal si lasciò andare su un sospiro pesante, dopo tutto il dolore subito “va bene, ti accontenterò!” Le spiegò tutti i suoi passaggi, da Sami, a Leila a Yaara, come era stato trattato e cosa faceva, tralasciando alcuni dettagli sull’attività di Sami per non avere ulteriori problemi. Concluse in questo modo “e guarda dove mi ha portato fare questo…ad essere sempre prigioniero. Sempre usato.” Nada disse “bene, adesso vedremo se quello che dirà Leila al comandante combacerà ciò che mi hai rivelato tu.” Poi allargò un lungo sorriso sulle labbra “inoltre, adesso che ho saputo come sei stato utilizzato in tutto questo tempo, anche a me scappa da andare in bagno.” L’uomo scattò, il tono improvvisamente agitato “nonono… aspetta, io..” “Sdraiati” ordinò lei, la voce un rasoio avvolto in seta. L’uomo esitò un istante, ma lo sguardo gelido della sua carceriera lo convinse, si distese lentamente sul pavimento sporco e leggermente bagnato. Nada lo prese brutalmente per i capelli e fissandolo sibilò “apri,” mentre con una mano gli serrava la mascella. Si sistemò a cavalcioni sul suo torace, la presa si fece più stretta e le sue cosce si spostarono in avanti verso il viso. Prima di tutto uscì un getto giallo, la pipì si riversò interamente nella bocca dell’uomo, il suo sapore era amaro e pesante. Una volta finito con la parte leggera l’aria stantia della cella si riempì di un suono umido e organico mentre il corpo della soldatessa palestinese si irrigidiva: un rilascio lento e deliberato che fece dilatare le narici di Jamal in un’identificazione primordiale. Ciocche irregolari iniziarono a colargli sulla lingua e sulla barba, la sua gola si contrasse involontariamente, il sapore amaro-bruciato gli inondò il palato. Lei ordinò “ingoia ogni pezzo, mi raccomando.” Una volta esauriti i grumi morbidi e frastagliati, Nada emise una scorreggia vestita e uno spruzzo liquido si diresse sui denti e la gola dell’uomo. L’intero bisogno era stato accompagnato dal maciullamento dei testicoli da parte della donna, le sue dita affondavano nella carne sensibile con una pressione calcolata, alternando torsioni lente a pizzicotti improvvisi. Jamal digrignò i denti, il respiro gli usciva a scatti tra le labbra serrate, mentre la nausea da ciò che gli riempiva la bocca si mescolava al dolore lancinante all’inguine. Inoltre con i suoi stivali tirava forti tallonate alle gonadi, schiacciandole con una forza micidiale ad ogni colpo. Finito il bisogno urgente, Nada si fece pulire bene l’ano, facendoselo leccare completamente. Si raddrizzò con un sospiro, sentendo la pressione nello stomaco allentare “effettivamente non stavo molto bene di pancia, é stata una bella liberazione.” All’uscio della porta concluse “dai, non ne fare una tragedia, domani tornerò e valuterò dove trasferirti, magari nel bagno delle donne. Adios.” Se ne uscì dalla cella e Jamal rimase per minuti in terra ad osservare il soffitto come un vegetale.
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In una stanza ai piani superiori del quartier generale di Gerico, l’atmosfera era diversa rispetto alla cella putrida di Jamal, ma non meno opprimente. Le pareti erano dipinte di un beige istituzionale scrostato, un ventilatore a soffitto girava pigramente. Maher, il sottocomandante dell’Autorità Nazionale Palestinese, sedeva dietro una scrivania di metallo ingombra di fascicoli. La luce del pomeriggio tagliava la stanza in due, illuminando il posacenere stracolmo. Leila sedeva di fronte a lui, le mani libere ma sorvegliata a vista da due agenti alla porta, il sottocomandante accese l’ennesima sigaretta, aspirando profondamente come se il tabacco fosse l’unica cosa a tenerlo in piedi. Espirò una nuvola densa verso il soffitto, poi posò lo sguardo stanco sulla ragazza “Leila Mansour,” esordì con voce roca, priva di aggressività ma carica di una gravità burocratica “la tua situazione è… complessa. E credimi, ‘complessa’ è un eufemismo per dire che sei un fottuto incidente diplomatico che cammina.” Leila lo fissò, impassibile “non ho chiesto io di essere qui.” Maher continuò sfogliando un dossier “no, certo che no, ma guardiamo i fatti, dal nostro punto di vista. Sei accusata di aver ucciso un Colonnello israeliano, Moshe Ben-Abi, per questo Israele ti vuole, e quando Israele vuole qualcuno, di solito rade al suolo il quartiere per prenderselo. Poi c’è Sami Darwish, un uomo che ufficialmente è un sindaco e un alleato politico, ma che ufficiosamente sappiamo tutti essere molto difficile, stiamo indagando su di lui. E tu hai fatto saltare in aria la sua base.” Si sporse in avanti, il fumo che gli usciva dalle narici “e come se non bastasse, ci sono segnalazioni di agenti stranieri occidentali che scorrazzano per il territorio, cercandoti. Europei, forse americani, capisci in che posizione mi metti? Se ti consegno a Israele, ti condanno a mortr. Se ti lascio andare o tengo qua, Sami scatena una guerra civile locale o gli israeliani entrano con i carri armati.” Leila sostenne il suo sguardo, rispondendo “Moshe non l’ho ucciso io, si è sacrificato, era l’unico israeliano che avesse capito che la pace non si fa con l’occupazione. E Sami… Sami è un cancro, se voi dell’ANP aveste fatto il vostro lavoro anni fa, non sarei qui.” Maher fece un sorriso amaro, rispondendo come gli aveva insegnato il suo superiore “il nostro lavoro… è sopravvivere tra l’incudine e il martello, ragazzina, ma dimmi la tua versione. Voglio sapere tutto, se se devo rischiare la mia carriera, e forse la pelle, per non consegnarti a Darwish, devo avere una ragione valida.” Leila parlò. Raccontò della droga, del malcontento, del tradimento di Fatima, dell’accordo segreto tra Sami e settori deviati dell’esercito israeliano. Maher ascoltava, annuendo ogni tanto, il volto sempre più scuro.
Ad un certo punto, uno degli agenti di guardia, un uomo tarchiato con i baffi folti e lo sguardo viscido, fece un passo avanti, interrompendo il flusso “con tutto il rispetto,” sbottò con voce impastata di disprezzo “perché stiamo perdendo tempo con questa puttana? È solo una terrorista che cerca di giustificarsi, probabilmente è affiliata ad Hamas e sta cercando di trascinarci in un conflitto con i vicini per destabilizzare l’Autorità, merita l’ergastolo, o meglio, una pallottola in testa in un vicolo.” Maher alzò una mano per zittirlo, ma l’agente, sentendosi investito di una sua autorità maschilista, ignorò il gesto, avvicinandosi a Leila e invadendo il suo spazio vitale. Ringhiò, spingendo il bacino in avanti, in modo che il rigonfiamento dei suoi pantaloni fosse pericolosamente vicino al suo viso “guardala, si crede una guerriera, ma è solo carne da macello. Scommetto che se ti lasciassimo sola con Sami, saprebbe rimetterti al tuo posto di femmina a stirare e lavare.” Leila sentì l’odore stantio del sudore dell’uomo, vide la presunzione nei suoi occhi, sentì la minaccia implicita della sua virilità ostentata come un’arma. Qualcosa dentro di lei si ruppe, ormai da tempo sapeva come trattare questo genere di uomini. Come una vipera pronta ad attaccare fuori dalla tana, spalancò la bocca e affondò i denti direttamente nel sacco testicolare dell’agente, attraversando io tessuto ruvido della divisa. L’urlo dell’uomo fu disumano, un acuto che fece vibrare i vetri della stanza. Leila non era intenzionata a mollare, serrò la mascella con una forza idraulica, così che i molari potessero triturare la carne morbida. Scosse la testa violentemente a destra e sinistra, come un cane da presa che cerca di strappare il boccone. L’agente, in preda al panico e al dolore accecante, cercava di spingerla via, colpendola sulla testa, ma il dolore era tale che le sue gambe cedettero e crollò in ginocchio, portando il suo inguine ancora più a fondo nella presa della ragazza. “STACCATELA! STACCATELA CAZZO!” urlava Maher, balzando in piedi. Leila sentì il sapore metallico del sangue misto all’amaro del tessuto sintetico. L’uomo urlava, piangeva, graffiava il tavolo, mentre lei continuava a ringhiare, gli occhi spalancati e fissi nel vuoto, posseduta dalla furia di tutte le umiliazioni subite. Ci vollero Maher e l’altro agente per staccarla, uno che la tirava per le spalle e l’altro che doveva letteralmente fare leva sulla sua mascella. Quando finalmente la separarono, l’agente crollò a terra in posizione fetale, le mani insanguinate a coprire uno scroto lacerato e pulsante, gemendo in un’agonia senza fine. Leila, col respiro affannoso e la bocca sporca di sangue e saliva, sputò un pezzo di stoffa sul pavimento e guardò Maher dritto negli occhi, dicendo “nessun uomo mi metterà più i piedi in testa. O le palle in faccia.”
Una porta si spalancò e entrò il superiore, Nabil, dicendo “ok, ho sentito abbastanza per poter fare le mie valutazioni.” Maher abbassò la testa e si mise una mano sul viso, mentre Leila si iniziò a calmare, realizzando ciò che aveva appena fatto e lo scatto di rabbia avuto, che difficilmente la caratterizzava. Nabil guardò l’uomo a terra e ordinò “portatelo in infermeria.” Si rivolse alla ragazza dicendo “e tu…” Leila capì che era finita “tu hai dimostrato di avere più coraggio di tutti i miei uomini messi assieme.” Sia Maher che Leila rimasero stupiti, poi il superiore continuò “se quello che dici su Sami è vero… abbiamo un nemico comune.” Si sedette sul bordo della scrivania, osservando che intorno a lui ci fossero soltanto Maher e la ragazza “non posso liberarti, ovviamente le pressioni dal mio Governo sono moltissime. Di certo però mon ti consegnerò ad Israele che ti impiccherebbe in tempo 0 secondi. Al momento però posso solo metterti in detenzione, devo ancora capire dove, ti odieranno tutti quindi bisogna che ti difenda. Ma ti avverto, prova a mordere in questo modo altri miei uomini e ti faccio strappare tutti i denti.” Leila si pulì la bocca con il dorso della mano “ai suoi ordini.”
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Il risveglio di Amina fu un ritorno lento e doloroso alla realtà, la prima cosa che sentì fu l’odore speziato di cibo, tra riso, agnello e zafferano. Vedeva tutto nero, una benda stretta le copriva gli occhi, e i polsi erano legati dietro la schiena a una sedia di legno rigida. Sentiva la presenza di qualcuno nella stanza, un respiro pesante, un’aura di autorità. Una voce profonda e familiare la fece tornare completamente alla realtà e le fece ricordare che tutto quello che aveva vissuto non era stato semplicemente un brutto incubo “toglietele la benda!” Mani ruvide le strapparono il tessuto dagli occhi e la luce la accecò per un istante, poi la vista si mise a fuoco, si trovava in una stanza spartana, pareti di cemento grezzo, nessuna finestra, tipico di un bunker sotterraneo. Davanti a lei, un tavolo imbandito come per un matrimonio, pieno di piatti sostanziosi, mentre dall’altra parte del tavolo, c’era Mustafa Al-Khatib. “Io e te siamo partiti molto male, mia cara Volpe,” disse Mustafa, prendendo un pezzo di carne con le mani e portandoselo alla bocca “ti avevo offerto un posto al mio fianco, un ruolo nella storia, e tu hai scelto di scappare nel deserto come una randagia.” Amina lo fissò con disprezzo e con la gola secca, esclamò “non sono scappata, sono semplicemente tornata alla mia natura da donna libera. Due parole che messe insieme, tu e i tuoi fanatici non sapete nemmeno cosa significhino.” Mustafa rise, pulendosi le dita su un tovagliolo “libera? Eri legata a un soldato israeliano, un ebreo. Uno di quelli che stanno bombardando e uccidendo la nostra gente, che stanno compiendo un genocidio proprio sopra le nostre teste mentre parliamo. Hai diviso il pane e il letto con il nemico, Amina. Per la legge di Allah, alla quale tutti noi siamo fedeli, dovrei farti lapidare in pubblico.”
Amina era indignata dall’uomo di fronte a lei e per tutto il cibo in tavola mentre il popolo moriva di fame, ma sapeva che aveva ragione su Israele e che quelle terre non le avrebbero mai lasciate in pace, la diplomazia non avrebbe vinto. Il tono dell’uomo cambiò “ma…io sono un uomo pragmatico. La guerra ci sta decimando, abbiamo perso miliziani. E tu, nonostante la tua natura selvaggia e la tua stirpe beduina inferiore, hai dimostrato di valere quanto dieci soldati, la tua popolarità é alle stelle ovunque nel medio-oriente. ‘La Volpe del Deserto’, l’eroina che sopravvive. Se ti uccido, diventi una martire che non posso controllare, se ti unisci a me, diventiamo invincibili.” Amina sputò in terra, nel frattempo le sue dita nascoste dietro lo schienale stavano lavorando silenziosamente e freneticamente, per snodarsi “Hamas non è meglio di Israele, voi usate la nostra gente come scudi. Il vostro unico interesse é il potere, non la libertà del popolo e me lo stai confermando.” Lui avvicinò la caraffa d’acqua al proprio bicchiere e ribatté “il mondo sta cambiando, i popoli occidentali iniziano a vedere il vero volto di Israele, anche se i Governanti si tappano gli occhi, le piazze si riempiono per noi. Ho bisogno di simboli, così come tutti, di conseguenza ho bisogno di te. Sono disposto a perdonarti per avermi tradito.”
Mentre lui parlava, Amina sentì il nodo cedere, un ultimo strattone doloroso, e la corda si allentò, il sangue tornò finalmente a circolare nelle mani intorpidite. Si guardò intorno rapidamente, notando due guardie alla porta e un coltello da carne, a lama lunga, conficcato in un pezzo di arrosto proprio davanti a lei. Abbassando la testa in segno di resa disse “va bene, sconfiggiamo questi porci israeliani.” Mustafa sorrise, credendo di aver vinto “lo sapevo che eri ragionevole.” A sorpresa, Amina scattò, liberando le mani e afferrando il coltello, per scagliarlo con tutta la sua forza disperata attraverso il tavolo, puntando al cuore di Mustafa. Lui, con riflessi affinati da anni di guerriglia, si gettò di lato, ma non abbastanza velocemente da evitare al coltello di conficcarsi nella sua spalla sinistra, facendolo mugolare dal dolore. “PRENDETELA!” ruggì lui, tenendosi la spalla sanguinante. Le due guardie si lanciarono su di lei, che calciò il tavolo, rovesciando piatti e cibo per creare un ostacolo, e saltò sopra la sedia. Il primo uomo, grosso e lento, cercò di afferrarla per le gambe, ma la Beduina saltò, atterrando con i piedi nudi sulle sue spalle, e si lasciò cadere all’indietro, trascinandolo giù. Mentre cadevano, lei girò il corpo e piantò il gomito con una violenza inaudita nel suo pomo d’adamo, facendolo soffocare. Si rialzò e, mentre l’uomo annaspava, sollevò il piede e calò il tallone con forza devastante dritto in mezzo alle sue gambe. Si sentì uno scricchiolio umido, come di noci schiacciate. L’uomo si irrigidì, gli occhi rovesciati, completamente neutralizzato dal dolore. Il secondo uomo, più agile, le fu addosso prima che potesse recuperare l’equilibrio, colpendola con il calcio del fucile allo stomaco, togliendole il fiato. Lei cadde in ginocchio, ma quando lui si avvicinò per bloccarla, scattò in avanti come una molla. Afferrò la canna del fucile, la spinse verso l’alto e sferrò un pugno diretto ai testicoli dell’uomo. Lui si piegò, ma non cadde. Amina, con la rabbia di chi non ha più nulla da perdere, si aggrappò alle sue spalle, saltandogli addosso e cingendogli la vita con le gambe. Strinse le cosce con forza letale, premendo sui reni, e iniziò a colpire la nuca dell’uomo con i pugni chiusi. Poi, scivolò giù lungo il suo corpo, e arrivata all’altezza del bacino, afferrò con entrambe le mani il pacco dell’uomo strizzando e torcendo con una ferocia bestiale. Il nemico urlò, lasciando cadere l’arma, cercando di staccare le mani di lei, ma Amina era una furia. La porta si spalancò e altri quattro uomini entrarono, la Volpe fu afferrata, colpita, trascinata via dal corpo del soldato gemente, provò a lottare e scalciare, ma erano troppi. La schiacciarono a terra, il viso premuto contro i resti del cibo sparso, bloccandole ogni arto. “Quanti ancora dovranno morire?!” urlò Amina, piangendo di rabbia e frustrazione, la voce rotta, ripetendolo ancora “QUANTI?!” Mustafa si era rialzato, staccandosi il coltello dalla spalla con un grugnito e ora lo teneva in mano, la lama rossa del suo stesso sangue. Si avvicinò a lei, ansimante, il volto pallido ma gli occhi accesi di follia, rispondendo “di Israeliani? Speriamo tutti.” Mentre la Beduina cercava di sollevare la testa verso l’alto gridò “e di Palestinesi?” Lui si inginocchiò accanto al suo viso e rispose “quanti necessari.” Senza preavviso, in un movimento calmo e terrificante, conficcò lo stesso coltello con il quale era stato colpito di striscio nella mano destra di Amina, la quale lanciò un urlo straziante. Mustafa non tolse la lama, bensì tenne lì, girandola appena. “Ora,” sussurrò vicino al suo orecchio, mentre lei singhiozzava e tremava “basta giochetti, diventerai il simbolo che mi serve e annuncerai a tutti che Hamas è l’unica via di resistenza. O giuro su Allah che inizierò a tagliare pezzi di te, un dito alla volta, ci siamo intesi?”
Amina, con la vista annebbiata dal dolore e le lacrime che si mescolavano al riso e al sangue sul pavimento, annuì debolmente “ok…lo farò…ma solo per salvate la Palestina.” Mustafa estrasse il coltello, accarezzandole la testa e dicendo “brava la mia ragazza...” Fece un grosso sorriso e aggiunse “però, voglio che mi dimostri fedeltà fino in fondo…” schioccò le dita e la porta metallica si aprì di nuovo con un cigolio stridente. I miliziani trascinarono dentro un uomo, gettandolo ai piedi del tavolo rovesciato come un sacco di immondizia, era un soldato israeliano, la divisa strappata, il volto tumefatto e coperto di croste scure, ma gli occhi bruciavano ancora di un odio fanatico, era legato e immobilizzato. “Ti presento Shoan, un osso duro, lo abbiamo catturato giorni fa durante un raid. Non ha versato una lacrima, non ha chiesto pietà. Anzi, ha passato ogni ora della sua prigionia a sputare sui miei uomini e a giurare che ogni arabo, donna o bambino, verrà cancellato dalla faccia della terra.” Il prigioniero sollevò la testa, sputando sangue misto a saliva sul pavimento, mancando di poco i piedi nudi di Amina. Si mise a ringhiare in ebraico dicendo “siete solo bestie, la mia gente vi schiaccerà!” La beduina, ancora tremante per il dolore alla mano, sentì una vampata di rabbia gelida risalirle lungo la schiena. Odiava Hamas, odiava Mustafa, ma quell’uomo rappresentava tutta la violenza che il suo popolo aveva subito recentemente tramite bombardamenti e uccisioni di massa. “Se vuoi che muoia,” sibilò Amina rivolta a Mustafa, con voce tagliente “dammi un secondo e lo finisco.” Mustafa rise, una risata secca e priva di allegria “così sarebbe troppo facile e veloce, mia cara. Tu non sei solo una guerriera ora, bensì anche la mia compagna, la futura madre della resistenza. Devi imparare a servire e a distruggere nello stesso istante.” Con un gesto lento, l’uomo lasciò cadere i pantaloni e le mutande fino alle caviglie, il suo membro era già eretto, pulsante di adrenalina e potere, dopo ordinò con voce oscura e imperativa “dovrai svolgere il tuo ruolo, quindi mi farai un pompino, qui ed ora. Mentre mi onori come moglie devota, spiaccicherai la virilità di questo cane ebreo.” La Volpe del Deserto rimase immobile, gli occhi sgranati per lo shock di avere davanti quel fallo eretto. Mustafa si chinò verso il suo orecchio, la barba le graffiava la guancia, e sussurrò “se non lo fai, ti uccido. E dopo di te, troverò quel tuo amico David e lo scuoierò vivo mentre guardi.” Amina chiuse gli occhi per un istante e pensò che sopravvivere al momento era l’unica legge, non poteva permettersi altro. Senza dire una parola, con movimenti rigidi ma decisi, afferrò una sedia di metallo rimasta in piedi e la piazzò al centro della stanza, dicendo a Mustafa con voce morta “stai lì davanti, in piedi.” Lui sorrise, eccitato dalla sua obbedienza forzata, e si posizionò. La ragazza Beduina fece un cenno ai miliziani, che capirono al volo, afferrarono l’israeliano e lo trascinarono in posizione, stendendolo supino proprio sotto la sedia, con la testa rivolta verso sinistra e il bacino spalancato verso destra. Gli strapparono i pantaloni, lasciando esposti i suoi genitali, pallidi e contratti per la paura. Amina si sedette sulla sedia, le gambe divaricate. Di fronte al suo viso, all’altezza delle labbra, c’era l’inguine di Mustafa. Sotto i suoi piedi nudi, c’era l’Israeliano. Posizionò il piede sinistro sulla bocca dell’israeliano, premendo il tallone contro il mento per forzargli le mascelle ad aprirsi. Il piede destro, invece, si posò come una piuma sopra la sacca scrotale dell’uomo. Mustafa fece un passo avanti, spingendo il bacino verso il viso di lei, che aprì la bocca e lo accolse. Mentre la sua testa iniziava a muoversi ritmicamente avanti e indietro, succhiando con una tecnica meccanica e disperata, la sua mente si dissociò, concentrando tutta la sua furia nei piedi. Il piede sinistro scivolò dentro la bocca spalancata del prigioniero, la sporcizia era ad un livello difficilmente raggiungibile, la pianta era nera, incrostata di uno strato spesso di sporcizia accumulata in settimane. C’era la sabbia fine del deserto, impastata con il sudore rancido di una giornata intera di combattimenti e paura. C’erano tracce di grasso nero del pick-up su cui era stata caricata, e residui appiccicosi di spezie e riso calpestati durante la colluttazione sul tavolo poco prima. L’israeliano cercò di ritrarsi, ma Amina premette con forza, spingendo la pianta ruvida contro la lingua e facendogli sentire il sapore acido e salmastro del sudore stantio, la consistenza granulosa della terra che scricchiolava sotto i denti e una poltiglia grigiastra di pelle morta e sporco fermentato tra le dita; lei piegò le dita, costringendolo a insinuare la lingua in quegli anfratti putridi.
Mentre le sue labbra e la sua lingua lavoravano su Mustafa, facendolo gemere di piacere, il suo tallone destro premette sui testicoli del soldato. Sentiva le due sfere rotolare sotto la pelle callosa del suo tallone, scivolose di sudore freddo. Il soldato tentò di urlare, ma il piede sinistro di Amina gli riempiva la bocca, soffocando le grida in gorgoglii strozzati mentre era costretto a deglutire lo sporco della beduina. Amina aumentò la pressione con odio, scaricando tutta la tensione direttamente nella gamba destra, il tallone affondò, schiacciando i testicoli contro il pavimento di cemento. Sentì la consistenza spugnosa delle gonadi indurirsi sotto lo sforzo, resistendo prima di iniziare a cedere. Mustafa, sentendo la pressione delle labbra di Amina aumentare, le afferrò la testa con le mani, spingendo più a fondo, accelerando il ritmo, ansimando “sì… così… distruggilo mentre mi fai godere!” Con uno scatto di rabbia pura, la Volpe, sollevò il piede di pochi centimetri e lo lasciò ricadere con un pestone violento e definitivo. Ci fu un suono orribile, un crack umidiccio, come se qualcuno avesse calpestato un lampone andato a male. Il testicolo sinistro dell’israeliano esplose sotto il tallone di Amina. La pelle dello scroto si lacerò, e una poltiglia calda di sangue e tessuto seminifero schizzò fuori, bagnando la pianta del piede di Amina e il pavimento. Il corpo dell’israeliano si inarcò in uno spasmo violentissimo, gli occhi rovesciati all’indietro, mentre continuava a succhiare involontariamente le dita sporche dell’altro piede per riflesso di soffocamento. Amina non si fermò. Mentre Mustafa iniziava a tremare, vicino all'orgasmo, lei iniziò a macinare ciò che restava tra le gambe del soldato. Ruotò il piede destro a destra e sinistra, impastando i resti spappolati dei testicoli con il tallone, mescolando i frammenti di pelle e carne in una purea indistinguibile sul cemento ruvido, sentendo ogni nervo spezzarsi. Mustafa emise un ruggito rauco, inarcando la schiena, e venne con violenza nella bocca di Amina, lei fu costretta a ingoiare, mentre sotto Shoan sveniva per il dolore dello spappolamento totale. Quando Mustafa si staccò, ansimante e soddisfatto, Amina rimase seduta per un secondo, il sapore amaro in bocca, il piede sinistro lucido di saliva e sporco, il piede destro gocciolante di sangue e poltiglia testicolare. Mentre guardava il soldato mutilato ai suoi piedi, capì che la Volpe del Deserto non era morta, doveva soltanto calcolare le prossime mosse.
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