Capitolo 38
Prima Tregua
Da quando Amina era stata costretta ad unirsi ad Hamas e Mustafa, in pochi giorni erano accadute un mucchio di cose. Dopo così tanto tempo passato tra le periferie, si era dimenticata come era vivere nei centri cittadini. Aveva sofferto, questo era certo, ma come i palestinesi nella Striscia di Gaza era praticamente impossibile. Ormai era diventato davvero un ammasso di edifici distrutti a cielo aperto, tutto questo in poco più di un anno. A Rafah, dove si trovava, la situazione era davvero senza precedenti. Camminando tra i vicoli stretti, si sentiva soffocare non solo dal velo, ma dall’odore. Era un tanfo dolciastro e penetrante: spazzatura non raccolta da mesi che fermentava al sole, polvere di cemento polverizzato che impastava i polmoni, e sotto a tutto, morti senza una degna sepoltura. Scheletri di animali ovunque. In una piazza, che un tempo ospitava un mercato, vide una fila di bambini, magri come chiodi, con la pelle grigiastra, in attesa davanti a una cisterna. Non giocavano, non ridevano, aspettavano in un silenzio innaturale, rotto solo dal rombo lontano dei jet israeliani. Erano in un recinto dove la dignità umana era stata bombardata fino a diventare polvere.
Mustafa le toccò la mano, quella non ferita, e lei la ritrasse immediatamente. “E dai Amina,” disse lui ridendo “pensavo che dopo aver visto tutti questi massacri, commessi da Israele, passeggiando con me almeno la mano me l’avresti concessa.” Amina, sapendo di non poter rifiutare, gli porse la mano, incrociandola alle sue unghie rotte e nere. Mustafa fece un sorriso ed esclamò “ti ringrazio…siamo tutti molto giù di morale per il cessate al fuoco appena dichiarato tra Hezbollah e Israele…quei traditori ci hanno lasciati da soli. Ha influito molto l’arresto di un finanziatore interno, Khaled Al-Rashid.” La Beduina, stando al gioco rispose “adesso dovremo cavarcela. Sposteranno tutte le truppe e proveranno a distruggere definitivamente la Striscia.” Il marito esclamò “esatto! Ma tante morti vuole dire due cose: tanta rabbia, quindi nuovi miliziani e tanta pressione da parte dei popoli occidentali sui propri Governi.” Amina girò la testa dalla parte opposta e disse “già…dimenticavo il tuo livello di empatia.”
In una stanza di uno dei bunker, si stavano preparando a mandare in televisione una notizia spettacolare, l’aria era viziata e Amina era seduta di fronte ad un tavolo, con sopra due piccole bandiere, una di Hamas e una della Palestina. Era stata lavata e vestita con un abito tradizionale palestinese impeccabile, di colore arancione, un hijab le incorniciava il viso, coprendole interamente i capelli. Per lei, abituata a sentire il vento del deserto tra le ciocche e a coprirsi solo per necessità pratica, quel tessuto stretto era una museruola. Sentiva il peso del patriarcato religioso premerle sulle tempie, cancellando la sua identità di donna libera e nomade per trasformarla in una “sorella” sottomessa alla causa. La sua mano destra era fasciata pesantemente dove Mustafa l’aveva pugnalata e questo faceva ancora più scena sul grande schermo. Dietro la telecamera, Mustafa e i suoi uomini la osservavano con attenzione. L’uomo che stava registrando esclamò “azione!” La Volpe guardò l’obiettivo, non voleva farlo, ma doveva. Avrebbe potuto mandare tutto a puttane ma ciò non sarebbe servito a nulla, non erano in diretta e probabilmente questa volta l’avrebbero massacrata fino a lapidarla. Dopo questa brevissima riflessione iniziò a parlare con serietà “Sono Amina Al-Sahra,” disse con voce ferma “molti di voi mi conoscono come la Volpe del Deserto. Ho combattuto nelle zone più desertiche da sola per mesi. Ma ho capito che da soli non si vince contro il mostro sionista.” Fece una pausa teatrale e poi riprese “oggi, mi unisco ai miei fratelli di Hamas. Non c’è altra via che la resistenza armata sotto un unico partito. Israele sta distruggendo la nostra terra, uccidendo i nostri figli. Io mi sono unita, adesso mancate voi.” Mustafa approvò e poi ordinò di proseguire.
Amina tentennò un secondo prima di pronunciare le parole seguenti. Avrebbe dovuto ricordare con onore Yahya Sinwar, l’ex leader di Hamas, uno tra quelli che più era colpevole di questa sanguinosa guerra, trasformata in genocidio, in quanto ideatore del 7 Ottobre. La Volpe di decise ad ingoiare tutto il rigurgito che stava risalendo pensando a ciò che avrebbe dovuto dire. Quindi proseguì meccanicamente e basta “la persona che più mi ha ispirato a prendere questa decisione è stato Yahya Sinwar, il nostro grande leader, ucciso un mese e mezzo fa dalle forze Israeliane. È da uomini come lui che dobbiamo costruire le fondamenta del nostro paese e della nostra rivoluzione islamica. Che Allah sia con tutti voi.” “Ci siamo, è perfetta!” urlò gasato Mustafa “a breve saremo su tutte le radio e televisioni del paese, anzi che dico, del mondo, andrà viralissimo.” Amina, capendo che era finita, tirò un sospiro di sollievo verso il cielo, anche se dentro sentiva solo sensi di colpa. Aveva venduto la sua immagine per sopravvivenza.
L’uomo entusiasmato, si avvicinò a lei, la portò in una stanza nel bunker, iniziò ad accarezzarle la guancia, per poi mettere le mani nel suo intimo con una possessività volgare, cercando di infilare le dita sotto l’abito tradizionale. Amina smise di pensare e il suo corpo, addestrato da sempre, reagì con un meccanismo di auto-difesa, prima che il cervello potesse fermare. Con uno scatto immediato, caricò tutto il peso a sinistra e scagliò il ginocchio destro verso l’alto con la potenza di un pistone idraulico. La rotula dura impattò contro o coglioni di Mustafa, appiattendoli completamente contro l’osso pubico. Amina sentì distintamente la consistenza spugnosa dei testicoli schiacciarsi e deformarsi sulla sua pelle e il tessuto del vestito. Fu così violenta che lo sollevò pure di qualche centimetro. Mustafa crollò di pancia in terra, incapace di reagire per i primi secondi, mentre i trenta dopo li passò a gorgogliare bava e rabbia. Amina indietreggiò di qualche passo, ma quando l’uomo si fu ripreso, sistemò il proprio abito e, senza preavviso, sferrò un rovescio brutale con la mano libera dal palpare i testicoli doloranti. Colpì la ragazza in pieno volto e la fece cadere in terra. Urlò con voce stridula, a causa del dolore ai genitali “perché é così difficile con te?! Troia!” Le si avventò contro, afferrandola per il velo e sbattendole la testa contro il legno “ti ho dato una possibilità! Ti ho dato onore! E tu mi ripaghi cercando di castrarmi?!” Le diede un calcio nelle costole, facendola rannicchiare. Poi si fermò, respirando affannosamente, piegato in due. “Soldati,” ringhiò ai suoi uomini che erano accorsi sulla soglia, spaventati dalla scena “portatela nella mia stanza privata. Legatela al letto. Mi assicurerò che impari bene come funziona il vero dolore fisico.”
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Sul fronte della Striscia di Gaza c’erano molti movimenti, la base nella quale si trovavano Yael e David iniziava ad affollarsi. Soldati e carri armati, prima situati sul fronte Nord, al confine con il Libano, per tenere testa ad Hezbollah, grazie alla tregua stavano marciando verso Sud. Abramov li accoglieva a braccia aperte, parlando a gran voce “adesso che il Libano è stato sistemato, possiamo concentrarci sul vero problema, sconfiggere Hamas e il terrorismo, spianando al suolo la Striscia di Gaza!”
Yael osservava la scena da un balcone di comando al secondo piano dell’edificio amministrativo. I suoi occhi azzurri erano fessure di ghiaccio, ma dentro di lei c’era un incendio. David era al suo fianco, leggermente arretrato, in posizione di deferenza. “Se entrano con questo esercito nella Striscia ora...” sussurrò David, il volto pallido “fanno davvero una carneficina, non ci sarà distinzione tra civili e miliziani. Mentre Amina... povera Amina, ci finirà sicuramente in mezzo.” Yael sentì una morsa allo stomaco, la disperazione stava divagando in tutto il corpo. Aveva creduto di avere tempo, di poter manovrare nell’ombra, di usare la sua popolarità per rallentare le operazioni, di essere un’eroina pronta a tutto. Invece, il cessate il fuoco al nord aveva accelerato l’apocalisse. Gli ostaggi non sarebbero stati liberati; sarebbero stati sepolti sotto le macerie insieme a tutta la popolazione della Striscia. E Amina... la ragazza con cui aveva stretto quel patto di sangue e onore... sarebbe stata spazzata via. Ebbe bisogno impellente di scaricare la tensione cinetica che le vibrava nei muscoli. Senza nemmeno muoversi da dove era seduta, con naturalezza tese il braccio destro all’indietro, rigido come una sbarra di ferro. Chiudendo la mano in un pugno con le nocche del medio e dell’indice sporgenti, fece scattare il braccio all’indietro e verso il basso, in un arco senza visuale, ma perfettamente calcolato, colpendo precisamente i testicoli di David alla base. Presa dalla frustrazione, spingeva su e giù il braccio più e più volte, colpendo sempre i genitali del ragazzo, prendendo ogni tanto il suo pene, come se lo volesse sollevare da terra a forza di colpi. David fece uscire un hic acuto dal suo corpo, sollevandosi in piedi sulle punte, con le mani che annaspavano l’aria, incapace di piegarsi perché il braccio rigido di Yael lo teneva impalato all’inguine. “Non nominarla come se fosse già morta,” sibilò l’israeliana, guardando fissa i carri armati e gli uomini marciare, mentre ruotava lentamente il polso, facendo trivellare le nocche nella carne tesa dello scroto. “Ogni volta che dubiti di me, David, io spingo. Inoltre se continui a piagnucolare, giuro che mi giro e le uso come sacco da boxe finché non ti restano solo due sacchetti di plastica calda e vuota.” David, con le lacrime agli occhi e il respiro mozzato, riuscì solo a sussurrare “sì, Sergente…”
In quel momento, giù nel piazzale, la dinamica cambiò. Un soldato delle comunicazioni corse verso Abramov, porgendogli un tablet con aria urgente. Il Generale guardò lo schermo e il suo sorriso trionfante, tenuto fino a quel momento, si spense, sostituito da una maschera di furia gelida e calcolatrice. Nel video si vedeva Amina Al-Sahra, la Volpe, seduta a quel tavolo, giurare fedeltà ad Hamas nel nome di Sinwar. La mente di Abramov lavorò veloce: David gli aveva detto che Amina era ambigua, forse una prigioniera, una figura grigia, ma da questo video erano chiaramente tutte menzogne. Quella era una terrorista convinta, lui era quello che aveva avuto ragione fin dall’inizio. David lo aveva ingannato, e probabilmente Yael con lui, iniziava a dubitare di tutta la squadra ma forse era troppo. O erano incompetenti, o erano complici. Il suo sesto senso da generale gli stava urlando che qualcosa non andava e doveva pensare lui a correggere questa storia. Lentamente, Abramov alzò la testa. I suoi occhi cercarono il balcone. Quando trovarono Yael e David, lo sguardo non era più umano. Era lo sguardo di un giudice che ha già firmato la condanna a morte. “Non dirmi che sta guardando noi in quel modo...” mormorò David, liberandosi a fatica dalla posizione di dolore “perché non mi piace per niente.” Yael si irrigidì e bisbigliò “sta arrivando.” Abramov si mise in cammino verso di loro, passarono minuti che ai due ragazzi sembrarono ore, per un momento credettero pure che il Generale non gli avrebbe raggiunti, ignorando la questione. Purtroppo sentirono il suo passo pesante e insieme a due altri membri dell’esercito armati, arrivò dove si trovavano. Yael scattò sull’attenti e David cercò di fare lo stesso, nonostante il dolore. Abramov rimase con sguardo cupo senza dire una parola, si fece passare il tablet da un collega e lo girò verso di loro, premendo play. Sentire la voce di Amina fu una stangata per i due ragazzi “oggi, mi unisco ai miei fratelli di Hamas...” Finito il video, il Generale fissò David dritto negli occhi, sussurrando letalmente “mi avevi detto che era una prigioniera, che non si capiva da che parte stesse. Invece da questo video mi sembra chiaro… tu hai passato tempo con lei e non ti sei accorto di tutto questo, sbaglio?” David aprì la bocca per giustificarsi, ma prima che potesse anche solo balbettare qualcosa, un uomo di Abramov lo colpì con un calcio frontale alla pancia, facendolo sbattere contro il muro e cadere in terra dall’impatto. Mentre provava ad alzarsi, Abramov ordinò “arrestatelo.” Yael fece un passo in avanti urlando “cosa, Generale no! David è un eroe per Israele, ha semplicemente riportato quello che ha visto.” Abramov si voltò verso Yael, puntandole un dito contro il viso e sibilando, facendo partire qualche sputo sulla sua faccia “stai zitta Ben-Abi, o giuro che getto anche te in cella. Io non solo descrivo quello che vedo, lo metto anche in pratica.” David, sollevato dai due uomini per le braccia, sussurrò “Yael…perfavore non intrometterti e lasciami al mio destino.” Abramov continuò ad invadere lo spazio vitale della ragazza arrivandole a toccare il naso con il proprio viso, alitando “ho il sospetto che il soldato Shimon sia stato compromesso. Ha provato a proteggere un asset nemico di alto livello ed ha mentito ad un ufficiale superiore. In tempi di guerra le pene possono essere molto severe.” Indietreggiò, cambiando espressione in una felicità sadica “quanto a te, ragazza, sei troppo popolare per essere arrestata oggi, persino per essere messa in custodia cautelare. La stampa ti adora, una parte di esercito ti adora e Israele ti adora. Ma ho un compito speciale per te. Chissà, se lo realizzi potrei pensare anche di liberare il tuo animaletto domestico.” Abramov si girò verso il territorio palestinese, indicandolo con il mento “tra pochi giorni inizieremo davvero a fare sul serio e chiuderemo questa storia. Siccome hai un talento nell’infiltrarti, voglio che tu prenda una squadra, questa volta decisa interamente dal sottoscritto, ed entri a Rafah con l’unico obiettivo di catturare la Volpe del Deserto e portami la sua testa. Ci siamo capiti?” La ragazza israeliana deglutì e con voce ferma rispose “le mie orecchie non hanno mai sentito nulla di così chiaro, Signore.” Abramov fece un sorrisetto innaturale e chiese “ci sono domande?” Yael, mantenendo un espressione inconfondibile chiese “si, posso avere un paio d’ore per preparare le mie cose e salutare i miei compagni?” “No,” rispose Abramov “da adesso hai cinque minuti, fatteli bastare.” La Sergente, ferrea come una statua, rispose “cinque minuti basteranno.”
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Iniziava ad essere tardo pomeriggio e la maggior parte dei soldati stava iniziando a rientrare nelle proprie stanze, molto iniziavo illegalmente ad allestire festicciole per la pace con Hezbollah. Mentre David veniva trascinato tra i corridoi, per essere messo sotto custodia in attesa di un comunicato o di un processo, Yael era stata incomprensibilmente mandata in missione verso Rafah, con lei tre soldati, tutti sui trent’anni, elettori ciechi di Netanyahu. Stavano viaggiando da mezz’ora, in silenzio e solo con il respiro pesante degli uomini intorno a lei. Nonostante la sua promozione e la fama, percepiva un’ostilità latente. Erano arrivati una zona arida, lontana da centri abitati e abbastanza fuori dalle zone occupate costantemente dagli Israeliani. Yael, scrutando l’orizzonte, chiese “ma siete sicuri che non ci stiamo addentrando fin troppo in territorio nemico?” Il guidatore, continuando a guardare la strada rispose brusco “fatti i cazzi tuoi, Sergente. Conosciamo la strada.” Improvvisamente, il guidatore, rallentò fino a fermarsi in una conca riparata, scendendo dal mezzo e dicendo “problemi al motore.” La ragazza israeliana sentì un brivido freddo lungo la schiena, aprì la portiera e scese a controllare, chiedendo con voce carica di tensione “c’è qualcosa che non va in particolare? Me la cavo bene con i motori.” L’uomo stette in silenzio, trafficando col cofano e dandole le spalle. Il secondo uomo, al posto di fianco a quello del guidatore, scese lentamente dal lato del passeggero, girando intorno al cofano. Tutto accadde in una frazione di secondo, Yael vide il riflesso del sole sulla canna della pistola che l’uomo appena sceso stava estraendo silenziosamente dalla cintura. Come succedeva sempre in queste situazioni disperate, reagì d’istinto. Mentre l’uomo sollevava l’arma per spararle a tradimento, lei si lanciò di lato con una capriola, il proiettile sibilò dove un istante prima si trovava la sua testa. Atterrata in ginocchio, estrasse la proprio pistola e sparò un singolo proiettile che colpì l’uomo in mezzo agli occhi, uccidendolo sul colpo. Il soldato al motore, abbandonando la farsa, urlò “troia complicata!” Si lanciò su di lei brandendo un coltello da combattimento. Yael non fece in tempo a rialzarsi o a mirare che lui le fu addosso, cercando di piantarle la lama nel collo. Yael bloccò il suo polso con entrambe le mani, sentendo la forza bruta premuta verso il basso, con la punta del coltello a pochi centimetri dal suo viso. Mentre l’uomo ringhiava, spingendo con tutto il peso del corpo, l’Israeliana strinse i denti e con un urlo caricò la gamba destra, sferrando una ginocchiata devastante, dritta nelle gonadi dell’aggressore. Lui emise un grugnito di dolore, mentre gli occhi schizzavano fuori dalle orbite la presa sul coltello allentò per un istante. Lei ne approfittò, con una torsione violenta del bacino lo sbilanciò, facendolo cadere di lato, senza mollare il polso armato. Si mise a cavalcioni su di lui, finalmente bloccando le gambe come aperte e iniziò a tempestargli l’inguine di ginocchiate, una più forte dell’altra. Mentre lui annaspava a causa delle continue ginocchiate subite, lei rimaneva con uno sguardo concentrato e la fronte sudata. Quando finalmente sentì una macchia bagnaticcia formarsi in mezzo ai pantaloni dell’uomo e a contatto con il ginocchio di Yael, lei torse il polso fino a spezzarglielo, ruotò il coltello nella sua mano e glielo piantò nella gola, facendo schizzare il sangue sulla sua faccia.
L’ultimo soldato rimasto, era sceso dalla jeep e stava puntando il fucile d’assalto. Yael afferrò il corpo morto dell’uomo appena ucciso e lo usò come scudo umano mentre l’altro continuava a spararle, crivellando il cadavere del compagno e facendo vibrare Yael a ogni impatto. “Vieni fuori, ti ammazzo!” urlava l’ultimo sopravvissuto, ricaricando. Lei spinse via il corpo e si tuffò dietro la ruota anteriore della jeep. L’uomo aggirò il veicolo, sparando colpi singoli per stanarla. La ragazza rispose al fuoco, ma finì i colpi. Lui rise, caricandola a mani nude. Rispetto agli altri due era il più grosso. Yael si alzò per affrontarlo saltellando sul posto, lui le sferrò un pugno che colpì la spalla sinistra, facendole perdere l’equilibrio. Sentì una fitta lancinante ma non si fermò. Schivò il secondo pugno e gli andò sotto la guardia, com la mano destra, afferrò i testicoli attraverso i pantaloni e strinse con una forza disperata. Lui urlò, cercando di staccarsela di dosso, ma Yael era una furia. Riuscì a colpirla con una testata sul naso, facendola barcollare indietro, il suo sangue ora si univa a quello dell’uomo ucciso prima. La ragazza sputò rosso e sorrise follemente. L’avversario estrasse una pistola di riserva dalla caviglia e mirò, ma Yael era pronta, si lanciò in scivolata, calciando via la pistola dalla sua mano, e con lo slancio continuò ad andare verso di lui, piantando il tacco dello stivale militare dritto sul pacco dell’uomo, facendolo crollare in ginocchio. Lei si rialzò, zoppicando e raccogliendo la pistola del primo soldato ucciso dalla sabbia. Lui tentò un ultimo disperato attacco e lei fece partire un colpo di pistola, prendendogli con precisione i testicoli e distruggendo ciò che rimaneva della virilità in uno schizzo rosso e bianco. L’uomo gridò senza umanità dal dolore, nonostante tutto riuscì a dire “li stermineremo tutti… e stermineremo anche quelli come te.” Lei per porre fine alle sue sofferenze gli sparò nel cervello.
Yael si lasciò cadere sulla sabbia, esausta, ferita, coperta del sangue, dalla sabbia e dal sudore. Era stata colpita pesantemente più volte e sentiva dolori in tutto il corpo, soprattutto all’anca e alla testa. “CAZZZOOOOO!” urlò al cielo vuoto, la voce rotta dal casino in cui si era cacciata. Sapeva di essere in una posizione scomoda e che prima o poi ci sarebbe stata una resa dei conti, ma quel momento arrivò troppo presto. Abramov aveva seriamente provato a farla assassinare a sangue freddo. Guardò la bandiera israeliana cucita sulla manica della sua uniforme. Quella bandiera per cui stava combattendo, per cui aveva lasciato tutto il resto della sua vita, per cui suo padre era morto. Con mani tremanti, prese il coltello, ancora sporco di sangue, e recise i fili, strappando via la toppa con un gesto violento. “Io amo Israele,” sussurrò, le lacrime che si mischiavano ai granelli sul viso “ma proprio perché lo amo e voglio salvarlo, rendendolo etico e giusto, per ora devo abbandonare questa uniforme! Per salvarlo da voi!” Lanciò la toppa strappata al vento.
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In un corridoio asettico, Dafna camminava con un passo che era un mix letale di seduzione e autorità. Indossava l’uniforme medica standard, ma la portava con disinvoltura. Avea stretto la casacca per accentuare il suo bel fisico e aveva lasciato fuori il collo in bella vista. Profumava di vaniglia e i pantaloni erano infilati negli stivali neri, con la suola alta. Teneva una valigetta di pronto soccorso in una mano e un sorriso disarmante sulle labbra. Prima che David fosse tirato in una stanza che sarebbe stata la sua cella, da parte dei due uomini di Abramov, si fermò di fronte a loro dicendo “scusatemi, bei uomini,” il suo tono di voce era basso e sbatteva le ciglia dolcemente “ho saputo che il soldato Shimon è ferito ed ha bisogno di cure urgenti, potrebbe essere molto grave.” Uno dei due soldati, quello più giovane, arrossì subito, balbettando. L’altro, più anziano e cinico, la guardò con sospetto “che te ne importa se uno scarto come lui sta male? E poi non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione. Nessuno entra qui senza ordine diretto di Abramov.” La medica non perse il sorriso, ma i suoi occhi diventarono freddi “beh, se proprio ne sei tanto sicuro, allora chiedilo direttamente al nostro Generale. Anzi, glielo chiedo io.” Il soldato, preso dall’arroganza disse “certo, chiamalo pure.” Lei esitò un secondo, ma poi prese il walkie-talkie e disse “comando, sono la medica che deve visitare David Shimon secondo suo ordine. I soldati di guardia non mi fanno entrare, confermate l’autorizzazione?” La voce inconfondibile del Generale Abramov tuonò dall’altoparlante “confermato! Idioti, sapete benissimo in che condizioni ci serve quel prigioniero per dopo. Devo assolutamente essere al corrente del suo stato di salute base! Fatela entrare subito!” Il soldato impallidì, preso dalla sorpresa e dalla paura disse con voce bassa e insicura “ma aveva detto…” la voce ancora più forte di Abramov risuonò “devo venire a dirtelo in faccia imbecille?” Il soldato non si fece ripetere e rispose “sisignore, agli ordini!” Dafna fece un sorrisetto trionfante “visto? Avevo ragione. Meriteresti una punizione alle tue palline per avermi fatto perdere tempo, ma per questa volta salterò, visto che qua ho un cliente che aspetta.” Lanciarono dentro David facendolo strusciare sul freddo pavimento, le mani ammanettate. La prima cosa che fece fu mettersi ad esaminare se effettivamente aveva ferite grave ma tutto sembrava abbastanza apposto. I due soldati rimasero sulla soglia a guardare e lei si girò di scatto, dicendo “non posso lavorare se mi osservate così, ho bisogno dei miei spazi.” I due non sembravano convinti, quindi lei sospirò verso il soffitto e con gli occhi alzate chiese “volete richiamare Abramov per chiedergli se potete fare da osservatori?” I due si scambiarono un’occhiata terrorizzata, uscirono e si chiusero la porta dietro con un forte tonfo.
Appena sola con lui, Dafna scattò, tirò fuori una graffetta dalla tasca e liberò i polsi di David. “Dafna? Cosa diavolo stai facendo?” sussurrò il ragazzo israeliano, massaggiandosi i polsi “ti imprigioneranno o peggio.” Prima di rispondere, lei estrasse dalla valigetta un martelletto per i riflessi, con la testa di gomma triangolare. David la guardò perplesso. Senza preavviso, Dafna fece scattare il polso. La punta di gomma dura del martelletto colpì con precisione millimetrica il testicolo destro di David, esattamente nel punto in cui l’epididimo si congiunge al corpo principale. TOC. Non fu un colpo devastante come un calcio, ma fu un dolore diverso: acuto, nauseante, che risalì istantaneamente lungo l'addome fino allo stomaco. David si piegò in due con un rantolo strozzato, sentendo il testicolo destro pulsare come se fosse stato colpito da una scossa elettrica localizzata. “Stai zitto e seguimi, cazzo moscio,” sibilò lei con un sorriso soddisfatti per il colpo tirato “Yael aveva ovviamente un piano in caso fosse successo una cosa simile a questa. Menomale in questi mesi mentre te eri in vacanza con quella Beduina ci siamo organizzati. Dopo ti spiegherò tutto meglio.” Spinse una delle piastrelle del pavimento, questa si sollevò e da sotto sbucò la testa di Doron, coperto di polvere, il quale disse con tono soddisfatto “ei carinissimo, come va? Non hai una grande cera.” David rimase a bocca aperta. Doron lo tirò giù nel cunicolo e con una pacca sulla spalla gli disse “dai, lo sappiamo tutti che nessuno scava tunnel meglio di noi medio-orientali.” Dafna li seguì e richiuse la piastrella. Mentre strisciavano al buio lei chiese a Doron “come è la situazione?” Lui rispose “come immaginavamo. Nessuno sa dell’arresto di David, Abramov sta festeggiando la tregua e la ‘vittoria imminente’. Quello non sa che mentre beve champagne com i suoi compagni, noi gliela stiamo tirando nel culo.” Dafna fece un sorriso soddisfatto, dopo prese il walkie-talkie. “Naama, a che punto sei?” La voce di Naama gracchiò “tra poco vi raggiungo al punto di incontro. La voce falsa di Abramov in radio ha funzionato da Dio. Ci sono cascati come polli e quando se ne accorgeranno, sarà troppo tardi.” David ansimava mentre cercavano di andare sempre più veloci, era assurdo che la sua padrona, Yael, avesse organizzato in così pochi mesi un piano di emergenza simile, proprio per questa evenienza. Inoltre il coinvolgimento di così tanti soldati fedeli lo lasciava senza parole e eccitava allo stesso tempo. Chiese “oddio… ma anche Naama è coinvolta? Siete tutti pazzi.” Il suo sedere, fasciato dai pantaloni della divisa sporchi di terra, ondeggiava ritmicamente davanti al viso della medica. Lei allungò la mano destra nel buio, infilando le dita con una facilità impressionante nei pantaloni di David. Afferrò il pacco da dietro, strizzando l’intero sacco scrotale in una presa piena e possessiva. David si irrigidì, sbattendo la testa contro il soffitto basso del tunnel. Lei rispose “sì, ma non farti film mentali sul fatto che stiamo rischiando la vita solamente per te. Tutto questo è solo perché crediamo in Yael e alla sua visione di mondo.” Sbucarono in un garage, dove come previsto non era presente nessuno. Naama arrivò di corsa da una porta laterale. “Noa rimarrà all’interno come talpa, nessuno sospetta di lei. Elior ci aspetta col mezzo.”
I soldati in generale non fecero molta attenzione a loro, anche perché gli altri gradi che dubitavano o sapevano di David erano tutti a festeggiare o fare altro. Stavano per raggiungere il furgone quando una figura bloccò loro la strada, Ben-Zvi era di guardia fuori e sembrava aver avuto una giornata storta. Li guardò e chiese “cosa ci fate qua voi quattro insieme?” Naama cercò di bluffare “abbiamo molta fredda, ci aspettavo per controllare dei mezzi. Perché non sei a festeggiare?” “Potrei chiedere lo stesso a voi,” rispose lui, per poi alzare il sopracciglio “capisco che tu e Doron veniate chiamati per revisionare i mezzi, ma che c’erano Dafna e David?” Dafna scocciata rispose “un soldato si è tagliato e ha paura di prendere il tetano, devo controllarlo. David fa supporto morale.” Doron fece un passo avanti. “Perfavore… lasciaci passare, Ben.” Il soldato monopalla sorrise “voglio venire con voi. Tanto sono in pausa sigaretta.” Il tempo iniziava a scadere e dovevano trovare un modo di proseguire, nonostante la presenza di Ben-Zvi. Naama e Dafna si guardarono, annuendosi a vicenda con la testa e scattando all’unisono. Ben-Zvi rimase talmente confuso dallo scatto che non riuscì nemmeno a estrarre la pistola, calciata via da Naama pochi attimi dopo, mentre Dafna scivolò in basso, passandogli sotto le gambe e colpì con un montante devastante dritto sotto il suo unico testicolo superstite. Ben-Zvi barcollò sputando in terra dal dolore, come se la palla fosse risalita fino in gola e bloccata lì. Naama, con occhi infuriati, sibilò “pestarti ogni volta è davvero soddisfacente.” Iniziando così a tirargli una serie di ginocchiate sul testicolo. Dafna si era posizionata a qualche metro di distanza di fronte a lui, con le dita delle mani fece un quadrato, strizzando l’occhio individuò i suoi testicoli e disse “calcio di rigore per la squadra femminile di Israele.” Con una calma olimpica, iniziò la sua preparazione. Puntò la punta dello stivale destro nel terreno polveroso, ruotando la caviglia in cerchi lenti e ampi, sciogliendo i legamenti. Crrrk, crrrk faceva la ghiaia sotto la suola. Guardò Ben-Zvi negli occhi, poi abbassò lo sguardo sul suo inguine, visualizzando la traiettoria. Fece due passi indietro, prese un respiro profondo e scattò atleticamente. Il piede d’appoggio si piantò solido accanto al bersaglio. La gamba destra oscillò all’indietro e poi frustò in avanti con la potenza di un cannoniere. Il collo del piede, duro e rinforzato dalla pelle dello stivale, impattò contro l'unico testicolo rimasto di Ben-Zvi con una violenza inaudita. Non ci fu il suono molle dello schiacciamento, ma un tonfo sordo, profondo, come colpire un sacco di sabbia bagnata con una mazza da baseball. L’onda d'urto attraversò il corpo del colpito, sollevandolo leggermente da terra. Il dolore fu così totale, così assoluto, che il suo cervello andò in corto circuito. I suoi occhi si rovesciarono all'indietro, mostrando il bianco, e il corpo si afflosciò istantaneamente, svenuto per lo shock vagale prima ancora che il suo sistema nervoso potesse elaborare l’agonia.
Subito dopo lo scontro corsero da Elior con Ben-Zvi svenuto in collo. Lo caricarono sul furgone come un sacco di patate. Elior, al volante, guardò nello specchietto e chiese “che cazzo ci fa lui qua?” Naama disse “si è messo nel mezzo e non ci stava venire. Non potevamo lasciarlo svenuto lì, avremmo fatto scattare ogni allarme. Usciamo e basta.” I quattro soldati, più Ben-Zvi incosciente, arrivarono al cancello, fecero controllare i documenti e grazie al via vai della giornata, uscirono con facilità.
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“Allora, medica del cazzo, hai finito?” chiese uno dei soldati di guardia, aprendo la porta della cella dopo mezz’ora di silenzio. Rimasero a bocca aperta quando videro la stanza vuota e le manette in terra. “Merda” sibilò il soldato che aveva aperto, sbiancando.
Nella sala ufficiali, Abramov stava brindando con alcuni militari di alto grado, ridendo di una barzelletta sui libanesi. Si sentiva invincibile. In questo momento, la sua peggior nemica, probabilmente era morta. Quella ragazza aveva scalato e senza il suo consenso. La sua insubordinazione, a prescindere che fosse davvero colpevole di tradimento o meno, andava punita. E così aveva fatto. La porta si spalancò. Il soldato della guardia entrò, tremante e con il berretto in mano, balbettando “G..Generale… verrebbe un secondo qui… devo comunicarle un piccolo intoppo,” sorrise agli altri ufficiali “niente di grave eh, possiamo stare tranquilli, devo solo comunicare una faccenda ad Abramov. Dio ci protegge.” Abramov si scusò con i colleghi e uscì nel corridoio. Appena la porta si chiuse, afferrò il soldato per il collo e ordinò “parla!” il soldato disse velocissimo e con ansia “Shimon è scappato, la medica che era stata mandata per visitarlo…non sappiamo come, ma l’ha liberato! Abbiamo trovato un tunnel.” Il Generale israeliano sentì il mondo crollargli addosso, i suoi pensieri erano misti tra domande su come era possibile che fosse stato fatto di nascosto un tunnel nella sua zona e di quale cazzo di medica stava parlando, insieme alla voglia di distruggere la faccia di David. La rabbia gli esplose nel petto come una granata e spinse via il soldato, iniziando a prendere a calci un distributore automatico finché il vetro non andò in frantumi, urlando con bava alla bocca “maledizione. Maledizione!” Un altro soldato arrivò di corsa, dicendo “Generale! Non abbiamo ancora notizie della squadra mandata nel deserto per l’operazione speciale.” Abramov era distrutto. Un colpo di stato nel suo stesso reggimento. Yael gli aveva portato via degli uomini e forse era riuscita a sopravvivere, ma come. Si passò una mano sul viso sudato, cercando di riprendere il controllo. Se la notizia fosse uscita, la sua carriera sarebbe crollata. “Fai immediatamente un appello dei presenti,” ordinò con voce gelida e tremante “ma non essere sospettoso, dì che è un censimento di sicurezza post-tregua. Nel frattempo dammi informazioni su come è scappato Shimmon.” Congedato il soldato, si diresse verso il bagno degli ufficiali. Si chiuse dentro. Riempì il lavandino di acqua fredda e vi immerse la testa, urlando sott’acqua un grido di pura furia omicida. Quando riemerse, gocciolante, il suo sguardo nello specchio era quello del demonio e sussurrò al riflesso di se stesso “troverò questa femminista rompi coglioni e la strangolerò con le mie stesse mani.”
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Dafna tira il rigore: https://imgbox.com/RGKh4EPg
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