Capitolo 39

Il Quartier Generale

Chapter 39 by Esseremicidiale02

L’acqua bollente scrosciava sulle piastrelle scure della doccia, creando una nuvola di vapore che avvolgeva la figura del Colonnello Lior. Nonostante si sfregasse con vigore, non sarebbe mai riuscito a togliersi di dosso i fiumi di sangue che stava causando a causa delle sue scelte. Chiuse gli occhi lasciando che l’acqua colpisse il suo viso, a 45 anni il corpo raccontava le storie di un uomo che aveva vissuto nell’ombra, lontano dalle gesta eroiche di alcuni suoi compagni. La sua pelle era pallida, quasi lattea, in netto contrasto con il clima del Medio Oriente. I capelli, molto scuri e tagliati corti ai lati con precisione militare, rivelavano una stempiatura avanzata che lasciava scoperta una fronte alta, lucida sotto il getto d’acqua. Le sopracciglia, folte e dritte, ombreggiavano occhi scuri di grandezza media. Il viso allungato era incorniciato da una barba corta, una stubble curata al millimetro che si univa a baffi altrettanto corti. Era alto 1.77 e la sua corporatura era nella media, con spalle larghe ma non pompate. Abbassò lo sguardo sul suo pene piccolo, circondato da una folta peluria nera. Ricordò le docce comuni durante gli addestramenti da giovanissimo e di quando veniva sfottuto per non essere abbastanza ‘dotato’, beh poi erano stati proprio quei compagni a rimanere uccisi o mutilati. Loro potevano anche avere muscoli e cazzo grosso, ma lui aveva cervello. Chiuse il getto d’acqua con un gesto stizzito e uscì dalla doccia, asciugandosi rapidamente. Indossò i suoi occhiali tondi, impeccabili, senza montatura, che gli conferivano quell’aria da chirurgo o da contabile. Infilò la divisa da Colonnello e osservando la divisa si ricordò di tutti quelli che non avrebbero mai dato un euro al suo successo: Abramov, Moshe, i suoi genitori, anche il Leader Netanyahu e la sua cerchia. Aveva fame e non si sarebbe fermato a Leila, avrebbe usato quella ragazzina per diventare un uomo ancora più di successo.

Uscito dalla sua residenza protetta a Gerusalemme, l’aria fresca di dicembre lo accolse. Ad attenderlo accanto al SUV blindato c’era la sua nuova assistente e guardia del corpo, Koral. Aveva 23 anni i tratti erano inconfondibilmente mediterranei. I capelli lunghi e neri come inchiostro erano tirati indietro, con una frangia piena e dritta che le copriva la fronte, dandole un aspetto quasi collegiale. I suoi occhi scuri, intelligenti e intensi, erano incorniciati da occhiali da vista con una montatura nera, spessa e squadrata. Il viso era un ovale perfetto, con zigomi alti e delicati, un naso dritto e armonioso, e labbra carnose, ben disegnate, tinte di un rosa pallido. La pelle era chiara, con un sottotono caldo e uniforme che brillava sotto il sole invernale. Aveva un fisico a clessidra, sinuoso e sfacciatamente femminile, che la divisa tattica aderente faticava a contenere. La cintura stretta evidenziava un punto vita sottilissimo, che si apriva su fianchi morbidi e rotondi. Le sue cosce erano forti, piene, e il sedere sodo e pronunciato disegnava una curva che attirava gli sguardi. Era alta circa 1,70, e portava la fondina sulla coscia con una naturalezza disarmante. “Buongiorno, Colonnello,” disse lei, aprendogli la portiera, con voce limpida, quasi allegra. “Buongiorno, Koral,” rispose Lior, salendo. Mentre l’auto si muoveva verso la Cisgiordania, Lior ruppe il silenzio “stiamo andando da Sami Darwish. È un nostro… collaboratore. Ma è un animale, come tutti loro del resto. Le cose tra noi sono apposto, ma è un uomo che non conosce limiti, soprattutto con le donne.” Lei lo guardò dallo specchietto retrovisore, masticando lentamente una gomma da masticare “non si preoccupi, signore. Se dovesse allungare le mani o mancarmi di rispetto…” fece scoppiare una bolla rosa con un ‘pop’ secco “…ho un paio di stivali nuovi che non vedono l’ora di conoscere la consistenza delle sue palle.” Lior sorrise appena, aveva scelto bene la nuova sottoposta. Yaara era brava, ma troppo soldatessa classica. Koral era proprio creativa.

La ristrutturazione della base di Sami Darwish proseguiva sempre di più, ancora qualche mese e sarebbe stata finita. Quando Lior e Koral entrarono nell’ufficio principale, Sami era seduto dietro la sua scrivania, circondato dal lusso pacchiano che amava. Sembrava stanco, ma i suoi occhi si accesero di una luce viscida quando vide la ragazza. Allargò le braccia ed esclamò “colonnello! Vedo che ha cambiato assistente. Oh, giusto, l’ultima è morta ammazzata nel deserto. Cosa che dovrebbe spettare a tutte le donne che alzano la testa contro di me, a mio parere.” Guardava la giovane israeliana come se la stesse spogliando con gli occhi, soffermandosi sui fianchi. Poi continuò “l’ultima volta in questa sala, la tua assistente mi ha pestato per bene. Speriamo che questa non ripeta. Sembri dolce, ti piacciono gli uomini maturi?” Koral non rispose. Si limitò a sistemarsi gli occhiali sul naso con l’indice, fissandolo con un’intensità vuota, mentre continuava a masticare la gomma a bocca aperta, un gesto di volgare sfida che contrastava con il suo aspetto da studentessa.

Si sedettero e Lior andò dritto al punto “Mansour è detenuta nel quartier generale dell’ANP a Gerico, ho ottenuto queste informazioni da una persona, sembrava parecchio volenterosa di darcele. Sappiamo che i loro ufficiali stanno esitando. Abbiamo poco tempo prima che la nascondino da qualche altra parte. Non possiamo permetterlo.” Sami annuì, serio, grugnendo “la voglio, quella stronza mi è costata troppo.” Lior promise “come ti avevo detto l’ultima volta l’avrai, ho finalmente il piano definitivo. Siccome non possiamo intervenire direttamente come IDF, sarebbe un incidente diplomatico, ho bisogno dei tuoi uomini. I migliori. Li vestiremo come una cellula jihadista radicale, o come banditi comuni. Devono assaltare la prigione, creare il caos, uccidere chiunque si opponga e prelevare l’obiettivo. Noi forniremo supporto logistico e bloccheremo le comunicazioni dell’ANP.” Sami sorrise, un sorriso marcio “mi piace, un bel massacro vecchio stile. Spero che muoia anche quel maledetto Comandante Taha.” Guardò di nuovo Koral e rivolgendosi al Colonnello disse “hai molto gusto nello scegliere le tue sottoposte. Ma sei sicuro che questa… bibliotecaria sexy… abbia lo stomaco per quello che facciamo? La precedente era di certo diversa.” Lior pulì le lenti dei suoi occhiali con un fazzoletto di seta. “Koral è piena di sorprese.” Sami si alzò “voglio vederlo, ma non su di me. Vieni, ti porto a fare un giro, ho un ospite che potrebbe interessarti.”

Li condusse in una cella. Dentro, legato a una sedia, c’era un uomo emaciato, coperto di lividi. “Questo è un agitatore locale,” spiegò Sami “si definisce un ‘socialista’. Predica la rivoluzione dei popoli, l’unità dei cittadini contro il capitale e la religione. Un vero rompicoglioni.” Koral guardò il prigioniero con curiosità clinica “è un nemico di Israele?” Sami rispose “tecnicamente è contro il Sionismo, quindi si.” Lei rispose “da soldatessa devo fare il mio lavoro, lo devo uccidere.” Portò la mano alla pistola ma Sami rise, bloccandole la mano “no, no… lo avremmo già fatto. Voglio vedere se sai divertirti e farmi divertire, adoro quando il sesso inferiore colpisce un sesso superiore che mi ha dato fastidio. Torturalo.” Koral annuì. Si tolse la giacca della divisa, restando con una maglietta attillata che evidenziava il seno prosperoso. Si avvicinò al prigioniero, che la guardava terrorizzato. Con voce infantile disse “ciao!” Fece scattare le mani, con pollice e indice, afferrò i capezzoli dell’uomo attraverso la camicia logora e li torse con una violenza improvvisa, facendolo urlare e commentando “troppo sensibile cavolo.” Poi, lo sguardo scese sui pantaloni aperti dell’uomo, sorridendo e facendo un palloncino con la gomma. “Sami, ha il pavimento molto sporco,” osservò “dovreste pulirlo più spesso.” Con una mossa fluida, Koral sollevò la gamba destra e piantò il piede sullo sterno dell’uomo, spingendolo indietro con la sedia fino a farlo cadere a terra supino. Ora l’uomo era disteso, indifeso. Koral gli salì sopra a cavalcioni, ma al contrario: si sedette sul suo petto, con il viso rivolto verso le gambe di lui. Le sue cosce potenti, fasciate dai pantaloni tattici, gli premevano sulle braccia, bloccandolo. Si chinò in avanti, afferrando i testicoli dell’uomo con una mano r con un movimento osceno, iniziò a colpirli. Non con i pugni. Usava il dorso della mano, tirando dei buffetti secchi e frustati, mirati a colpire i nervi scoperti. Pah. Pah. Pah. Il prigioniero si contorceva, urlando verso il soffitto. Quado lei si stufò, decise di girarsi su se stessa, rimanendo a cavalcioni ma ora guardandolo in faccia, sussurrando “sei veramente rumoroso.” Si chinò su di lui e prese il suo viso tra le mani e lo tirò verso di sé, affondandolo nella sua scollatura. Premeva la faccia tra i suoi seni grossi e sodi, soffocando le sue urla nella carne morbida e profumata. Mentre l’uomo annaspava, cercando aria tra le sue tette, Koral si sollevò leggermente sulle ginocchia e poi si lasciò cadere di peso. Il suo sedere sodo, potenziato dalla gravità, atterrò precisamente sull’inguine dell’uomo, schiacciandolo. Lei iniziò a molleggiare, usando i testicoli del disgraziato come un cuscino elastico. Sentiva le gonadi spostarsi e comprimersi sotto i suoi glutei, spiaccicandosi contro il pavimento sporco. L’uomo, soffocato dal seno e schiacciato all’inguine, emetteva suoni gorgoglianti, le gambe scalciavano inutilmente. Lei rideva, una risata argentina e stonata, poi chiese “senti come scoppiettano?” saltellando più forte. Infine, si fermò, sollevandosi dall’uomo e liberandolo dalla stretta soffocante del seno. Lui era viola in viso. La ragazza si tolse la gomma da masticare dalla bocca, era una pallina rosa e bavosa, dicendo “tieni, un regalino.” Gliela lanciò direttamente in bocca, in fondo alla gola. Poi gli diede un pugno sotto il mento per fargliela ingoiare. L’uomo tossì, soffocando di nuovo. Lei si alzò, sistemandosi capelli e frangia, senza aggiungere una parola. Sami la guardava con un misto di terrore e lussuria. “Colonnello Lior… dove le trovi queste pazze? È perfetta.” Lior si tirò su gli occhiali, impassibile concluse “procediamo con il piano.”

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Il sole stava calando lentamente su Gerico, nel Quartier Generale dell’ANP, il Comandante Nabil Taha camminava avanti e indietro nel suo ufficio, il pavimento cosparso di documenti. Lui e il suo Sottocomandante stavano passando giornatacce e tutto ciò che si stava tenendo dentro pesava come un macigno. La posta in gioco era altissima: finalmente la mattina dopo avrebbero trasferito Leila, il suo piano era impeccabile. Insieme al trasferimento avrebbero finalmente emanato il mandato di arresto per Darwish e comunicato tutta la verità agli ufficiali di cui si fidava. Organizzare tutto questo però gli era costato tempo e lui era perfettamente conscio che loro sarebbero arrivati per prenderselo. Si aspettava un’operazione o un attacco di qualsiasi tipo, anche se dubitava che avrebbero attaccato il Quartier Generale, situato molto in centro, la cosa più probabile sarebbe stato qualcosa di mirato nella mattina a seguire. Si trovava da solo, Maher se ne era andato un paio di ore prima, recentemente passavano meno tempo possibile insieme. Sami conosceva entrambi e sapeva che sapevano, tenere i più importanti ufficiali separati era il modo più ottimale per salvare la verità, separando gli obiettivi dei nemici.

Nada bussò alla porta, la divisa perfettamente in ordine e pulita. Nabil la accolse caldamente dicendo “Nada,” la voce roca per la fatica di quei giorni “è così bello averti al nostro fianco. Stanotte ricordati che non siamo solo poliziotti, stanotte rappresentiamo la resistenza, quella pura e reale. Ho preparato tutto per il trasferimento di domani all’alba. Tu dovrai accompagnare Mansour e proteggerla per tutto il tragitto. Già da ora preferisco che tu stia con lei, sarei sicuramente più tranquillo.” Nada abbandonò la rigidità che la caratterizzava nei momenti in cui teneva l’uniforme, gettandosi in un forte abbraccio verso il Comandante, il quale fece un sorriso commosso e ricambiò. La soldatessa con occhi lucidi “voi siete come un padre, grazie per tutto quello che avete sempre fatto per me.” Lui mise le mani sulle sue spalle e disse “te lo sei sempre meritato” poi riprese, lasciando la commozione da parte “ti ho affidato la ragazza perché sei tra le poche persone qui dentro che hanno capito cosa c’è in gioco. Non è solo una questione di rispetto e legge. È una questione di dignità nazionale. Se io cado, te non cadere. Difendi la verità.” Nada annuì, il mento alto “non prenderanno Mansour, Comandante. Piuttosto faccio saltare in aria le celle.” Nabil sorrise tristemente “spero non serva. Ora va’, il destino ti aspetta.”

Maher si trovava in una sua piccola dimora leggermente fuori città: una vecchia casa colonica circondata da palmeti che frusciavano con il vento. In questi giorni critici avrebbe voluto stare di più con i suoi uomini, ma sapeva che questo era il metodo migliore per garantire la sopravvivenza. Stava caricando la sua pistola sul tavolo della cucina, le persiane erano abbassate e la luce molto lieve. Sentì un rumore provenire dalla finestra sul retro, il suo cuore batteva all’impazzata. Sollevò l’arma verso il corridoio e sperando fosse solo vento chiese “chi c’è?” Non ottenne risposta, ma solo il fruscio di passi danzanti. La figura emerse lentamente “Sottocomandante Maher,” disse, facendo scoppiare una bolla di chewing-gum “Lior e Darwish mandano i loro saluti.” Maher non si fece attendere e sparò il primo colpo.

Davanti al Quartier Generale dell’ANP, due furgoni bianchi senza targa frenarono bruscamente, sollevando la polvere sotto le ruote. Le portiere posteriori si aprirono e ne uscirono venti uomini. Indossavano kefiah verdi e maschere nere, imbracciavano fucili e cercavano di essere più silenziosi possibili. Erano i mercenari di Sami, bestie da guerra pagate profumatamente, addestrati secondo l’impeccabile piano tattico di Lior. Tra di loro, nelle retrovie, si trovava anche qualche soldato Israeliano, per coordinare l’operazione. Sami alla radio ordinò “uccidete chiunque sia necessario e catturate la ragazza.”

Dentro l’edificio due poliziotti stavano giocando a Tris su un foglio di carta strappato sulla scrivania principale, uno disse “che palle…odio fare le nottate qua, ultimamente il Comandante è strano, troppo teso.” L’altro rispose, scrivendo una X “hai ragione, ma almeno prendiamo gli straordinari, pensa a cosa comprerai a tua moglie.” Si sentì un ticchettio metallico sul pavimento, incuriositi guardarono in terra. Spalancarono gli occhi dalla paura e uno sibilò “oh merda.” L’ingresso esplose in una nuvola di fuoco, schegge e fumo denso. La granata ad hoc aveva sventrato il bancone della reception e riempito la stanza di polvere soffocante. I mercenari avevano iniziato ad irrompere nell’atrio, ordinati come mai, sparando raffiche controllate attraverso il fumo. Il caos fu immediato e gli agenti dell’ANP, anche quelli ai piani superiori, iniziarono a mobilitarsi, completamente colti di sorpresa, cercando di rispondere al fuoco con le loro pistole d’ordinanza. Non erano pronti per un assalto militare su larga scala e la loro vista era danneggiata dal fumo e dal panico. Iniziarono a cadere come mosche, trivellati dai proiettili degli avversari che penetravano giubbotti antiproiettile leggeri e carne. Una soldatessa palestinese, la principale amica di Nada, si era rannicchiata dietro una colonna. Vide un nemico correre verso di lei, il fucile spianato. Non avendo munizioni, in un atto di disperazione eroica, afferrò una vecchia macchina da scrivere pesante di metallo che era su un tavolino vicino. Con un urlo di rabbia, si alzò e la scagliò con tutte le sue forze. La macchina da scrivere ruotò in aria e colpì l’uomo in pieno inguine con un ‘clang’ metallico. Il peso dell’oggetto d’acciaio schiacciò i testicoli contro l’osso pubico, piegando l’uomo in due dal dolore, facendogli cadere l’arma. Un secondo uomo però le fu subito addosso, scavalcando il compagno a terra. Lei provò a tiragli un pugno che lui schivò con facilità, ridendo sotto la maschera. La donna non si perse d’animo e si lanciò in una scivolata bassa, colpendo le caviglie dell’uomo e facendolo cadere pesantemente sulla schiena. Mentre lui era a terra, lei si rialzò rapidamente e calò con il tallone dello stivale militare sulla sua gonade sinistra. Lui fu preso dal dolore, un urlo strozzato gli uscì dalla gola, ma nonostante questo, la sua stazza e l’adrenalina ebbero la meglio. Riuscì ad afferrarla per la caviglia con una mano, tirandola giù, e rotolando sopra di lei, per poi spararle nel petto ed ucciderla. Un soldato palestinese ferito alla spalla, strisciò verso il primo telefono fisso disponibile per chiamare i soccorsi. Digitò il numero di emergenza con dita tremanti e insanguinate, ma il segnale suonava a vuoto e nessuno rispondeva. Riprovò ma ancora nulla, poi il segnale cadde del tutto, sostituito da un ronzio statico. Chiuse gli occhi, capendo la verità, erano stati interrotti tutti i canali di comunicazione, non solo lì dentro, ma nell’intera città. Un mercenario sbucò dal fumo dietro di lui e gli sparò un colpo singolo alla nuca, uccidendolo all’istante. Una volta liberato l’atrio dai difensori, i mercenari iniziarono a muoversi tra i corridoi, avanzando nella struttura.

Nada era al piano di sotto con Leila. La ricercata indossava ancora la divisa carceraria grigia, ma Nada le aveva procurato dei sandali più comodi e una giacca pesante per coprirsi durante il trasferimento. Nada era in assetto da combattimento completo: giubbotto antiproiettile, elmetto, fucile, lama e pistola alla cintura. “E quindi domani sarò trasferita di nuovo…” disse Leila, seduta sulla branda, stringendosi nelle spalle “spero che la verità verrà finalmente a galla, voglio smetterla di essere trattata come un ostaggio o una pedina in questo gioco malato.” Nada si sedette accanto a lei, pulendo il fucile “ti capisco, Leila. Ma Nabil non è come gli altri. Lui ci crede davvero e io credo in lui. Ormai noi siamo sorelle in questa battaglia, ti prometto che proverò a renderti libera e a portare avanti i tuoi sogni, qualunque cosa accada.” Al primo botto sordo proveniente dal piano di sopra, seguito dalle raffiche di mitra, si guardarono terrorizzate. Nada scattò in piedi, l’istinto da soldata prendeva il sopravvento. Prese Leila sotto la sua ala protettiva e disse “cazzo, dobbiamo assolutamente uscire di qua. Possiamo uscire dal seminterrato ma bisognerà passare alcuni corridoi.” Le passò la prima arma che trovò nell’armeria di emergenza, una pistola automatica carica “sai usarla?” Leila annuì con un sorriso sulle labbra “stai scherzando vero? Io ho iniziato a fare resistenza non appena nata.” Nada la guardò fiera “noi si che siamo fatte per essere amiche!” Insieme iniziarono ad avanzare fuori dalle celle, verso le scale. Il primo scontro avvenne nel corridoio del primo piano interrato, tre mercenari stavano scendendo le scale e Nada aprì il fuoco per prima, abbattendone uno con una raffica precisa al petto. Gli altri due risposero al fuoco, costringendole a ripararsi dietro un angolo. Nel ripararsi a Leila scivolò un sandalo, poi disse “fanculo, me li tolgo entrambi. Combatto più agilmente scalza, questi sono di pessima qualità.” Nada nel frattempo urlò “coprimi!” sporgendosi per sparare. Leila sparò due colpi di copertura, costringendo i nemici a tenere la testa bassa. Nada avanzò, lanciando una granata stordente. BOOM. I due uomini barcollarono, accecati e lei ne approfittò, correndo verso il primo e afferrò il fucile per la canna e la calciatura, usandolo come un bastone a due mani. Scagliò il calcio del fucile con violenza inaudita tra le gambe del nemico. Il legno duro e il metallo colpirono le palle con un suono sordo e devastante. L’uomo si sollevò sulle punte dei piedi per un istante, gli occhi fuori dalle orbite, prima di crollare in avanti come un albero abbattuto, gorgogliando bava. Nada non si fermò, mentre cadeva, gli sferrò un calcio rotante al volto con lo stivale, facendogli perdere i sensi prima ancora che toccasse terra. Il secondo, ancora stordito, cercò di afferrarla, la poliziotta bloccò il suo braccio, ruotò il bacino e gli sferrò una ginocchiata devastante all’inguine. L’uomo si piegò in due, gorgogliando. Leila arrivò di corsa e, vedendo l’uomo piegato, non esitò, puntò la pistola, abbassando la mira. Il suo dito premette il grilletto, il proiettile partì con una fiammata, perforando i pantaloni dell’avversario esattamente al centro del cavallo. Il proiettile trapassò lo scroto, disintegrando uno dei testicoli in una nuvola rossa di tessuto e sangue, per poi conficcarsi nella coscia opposta. L’uomo urlò un suono che non sembrava umano, portandosi le mani all’inguine distrutto, crollando in una pozza e neutralizzato dal dolore shockante e dalla mutilazione immediata. Proseguirono, correndo tra corridoi pieni di fumo che filtrava dai piani alti. Un mercenario enorme sbucò da una porta laterale, afferrando Leila per la giacca e sbattendola contro il muro. Leila sentì una fitta alla spalla, ma reagì d’istinto. Mentre lui cercava di disarmarla, lei gli infilò il pollice nell’occhio, facendolo urlare. Lui mollò la presa per un secondo, e Leila ne approfittò per sferrargli un calcio rotante basso di tibia, dura come una sbarra di ferro. Si schiantò orizzontalmente contro i testicoli del gigante, schiacciandoli contro l’interno coscia con una forza brutale. Fu come colpire due sacchetti di sabbia con una mazza. Il gigante, nonostante la stazza, perse immediatamente equilibrio, le gambe che tremavano violentemente sotto il peso del dolore che risaliva fino allo stomaco, facendolo barcollare come un ubriaco. Nada arrivò alle sue spalle e usò il fucile come una mazza, colpendolo dritto nei coglioni, per poi metterlo KO con una mossa di Karate al collo. la poliziotta, ansimante, chiese “stai bene?” Leila rispose massaggiandosi la spalla “si, andiamo avanti.”

Anahit, Tarek, Nikos e Samira stavano viaggiando su una berlina anonima verso il Quartier Generale. L’armena stava ripetendo il piano dettagliato, era riuscita pure a ricavare una mappa dell’edificio, questa volta non si sarebbe fatta scappare Leila, a nessun costo. “Entriamo dal lato est, vicino alle cucine, è il punto meno sorvegliato. Nikos neutralizza le due guardie al cancello con il silenziatore. Io e Samira entriamo, Tarek resta in auto come palo e autista di fuga. Una volta dentro, ci dirigiamo alle celle al piano di sotto. Prendiamo Leila e solo in caso disperato di opposizione da parte di terzi, spariamo. Usciamo dallo stesso punto in pochi minuti.” Mentre l’armena descriveva il piano con precisione militare, nel sedile posteriore Samira stava scaricando la propria ansia sul suo servo, come aveva imparato a fare. Tarek era rannicchiato sul tappetino tra i sedili anteriori e posteriori, una scarpa da trail di Samira, con la suola carrarmata, era premuta con forza costante sui suoi gioielli di famiglia. Sentiva i tasselli di gomma dura scavare nella carne morbida dello scroto, schiacciando i testicoli contro il pavimento dell’auto a ogni dosso o curva presa da Nikos. L’altra scarpa veniva premuta sulla sua faccia, la suola sporca gli copriva naso e bocca. Samira, nervosa, diceva “lecca schiavo, pulisci la suola prima che io debba scendere! Voglio che brillino!” Tarek, soffocando e con un dolore lancinante, leccava freneticamente la gomma sporca, sentendo il sapore terroso del fango, l’amaro dei residui di asfalto e il retrogusto salato del sudore del piede di Samira che filtrava dalla scarpa. Era un mix disgustoso, ma obbediva per dedizione. Una volta arrivai sul posto Nikos sibilò freddissimo “ehm ragazzi… ho come l’impressione che dovremo cambiare piano, inventandocene uno sul momento.” Dentro era buio, il fumo usciva da ogni finestra e si sentivano i rumori di proiettili. Anahit esclamò “ma come cazzo è possibile!?” Samira disse “bisogna fare qualcosa subito, andiamo dentro!” Si alzò di scatto, mettendo tutto il peso del suo corpo sui gioielli di Tarek per un ultimo, dolorosissimo secondo, usandolo come gradino per uscire dall’automobile. Tarek emise un gemito strozzato. Anahit urlò “Samira aspetta, porca puttana!” Il greco era pronto per partire quindi l’armena si rivolse a Tarek e disse “io e Nikos andiamo dentro con Samira, te controlla che qui non venga nessuno.” Prese tutte le armi disponibili e Tarek contestò “ma non mi hai lasciato nulla.” Lei lo guardò e con una smorfia ribatté “hai le tue inutili palle ancora, nel caso usa quelle come scudo.”

Nabil Taha era nel suo ufficio al piano di sopra. Sentiva i colpi avvicinarsi, le urla dei suoi uomini che morivano ai piani inferiori. Anche se aveva avuto una brutta sensazione, questo proprio non se lo sarebbe mai aspettato. Sapeva che era finita, ma non si sarebbe arreso senza combattere, la scrivania barricava la porta, ma dalla finestra due uomini mascherati si calarono con delle funi, sfondando il vetro ed entrando nella stanza, erano giovani, atletici ed armati fino ai denti. Nabil, nonostante l’età, reagì con la prontezza di un veterano. Sparò due colpi con la sua pistola, colpendo uno dei due alla spalla, ma l’uomo era corazzato e continuò ad avanzare. Iniziò un duro combattimento, con il quale il Comandante provò ad usare la sedia come arma, colpendo il primo uomo allo stomaco e facendolo indietreggiare. Il secondo lo attaccò con un coltello. Nabil parò il colpo con l’avambraccio, sentendo la lama tagliare la manica della divisa e la pelle, ma non mollò. Con una mossa di judo imparata decenni prima, lo proiettò sopra la scrivania. Il primo ferito alla spalla tornò alla carica, cercando di colpirlo con il calcio del fucile. Nabil schivò e usò un trucco da veterano: afferrò un pesante fermacarte di marmo dalla scrivania e lo lanciò con precisione, colpendo l’uomo in piena fronte, facendolo crollare, probabilmente morto. Nabil urlò “conosco ancora i miei trucchetti, bastardi!” Ma non vide il secondo uomo rialzarsi dietro di lui. Sentì solo una fitta lancinante alla schiena, l’uomo lo aveva trafitto con il coltello, spingendo la lama in profondità, fino a perforare il polmone e toccare il cuore. Il Comandante cadde in ginocchio, sputando sangue, guardò il soffitto con la vista che si annebbiava sempre ci più, pensò a tutto quanto e con un ultimo respiro sussurrò”per la Palestina…per le libertà!” Arrivò il buio anche per lui.

Lior era uno stratega, se aveva un piano, quel piano doveva essere senza intoppi. Aveva mandato un suo soldato scelto in ogni casa o residenza dei principali Ufficiali che Sami temeva. Il caso volle che quella dimora di Maher, trovata quasi per caso tra i tanti documenti, era proprio il luogo dove si era nascosto, e la spia prescelta per quel luogo era stata proprio Koral. La giovane ragazza israeliana era riuscita a schivare il primo proiettile del Sottocomandante. Lui si aspettava un soldato enorme e invece si trovò di fronte una studentessa universitaria, con dei leggings neri, un giubbotto antiproiettile, ai e ai degli stivali tattici pesanti. Per l’occasione portava delle lenti a contatto. Con uno scatto laterale degno di una ginnasta olimpica, lei si lanciò su di lui con violenza. Koral colpì il polso di Maher con un calcio a mezzaluna, facendogli volare via l’arma che tintinnò sul pavimento lontano. Maher, scioccato, cercò di colpirla con un pugno al volto, ma lei fece una spaccata frontale improvvisa, scivolando sotto la sua guardia e arrivando a toccare con la vagina in terra. Da quella posizione bassa, caricò il braccio destro e lanciò un grandissimo pugno all’insù, un montante caricato con tutto il peso del corpo in risalita. Il pugno, duro e preciso, impattò con una forza devastante proprio al centro delle palle di Maher. Lui indietreggiò barcollando, un conato di vomito gli risaliva lo stomaco. Mentre cercava di riprendersi, lanciò verso di lei degli oggetti che trovò sul tavolo della cucina: una tazza, un bicchiere, una bottiglia di vetro. Koral li schivò tutti con passi di danza, piroette e salti aggraziati, come se stesse ballando sotto la pioggia. Lui capì presto i movimenti e riuscì a colpirla pienamete al ginocchio con un tagliere in legno, facendola innervosire ed esclamare per pochi secondi. Prima che lui potesse raggiungere la pistola caduta a terra, lei si gettò sulla sua schiena con un balzo felino. Iniziò ad afferrargli le orecchie con le mani, tirandole con forza per girargli la testa e disorientarlo. Una volta faccia a faccia, mentre lui cercava di liberarsi dalla sua presa, lei caricò il ginocchio sinistro, quello non ferito, e gli tirò una ginocchiata perfetta, dritta nei coglioni. Il Sottocomandante urlò dal profondo della gola, con le gambe cedenti. Lei, con un calcio di punta, allontanò sempre di più la pistola, facendola scivolare sotto il divano. Maher, approfittò del suo sbilanciamento per tirarle una testata e farla indietreggiare, lei iniziò a sanguinare leggermente dal naso. A debita distanza dall’avversario e con un sorriso inquietante sulle labbra, l’Israeliana si tolse il giubbotto antiproiettile, lasciandolo cadere a terra, e rimase con una maglietta attillata nera che lasciava l’ombelico scoperto, evidenziando la sua figura atletica e sinuosa. Sputò in terra la gomma da masticare, intinta di sangue. Dal giubbotto a terra, tirò fuori due rotoli di corda di nylon nera, sottile ma resistentissima, con dei piccoli pesi metallici alle estremità. Le fece roteare nelle mani con abilità. “Adesso faccio sul serio,” disse, la voce che era cambiata, diventata più profonda “vediamo come te la cavi contro la mia tecnica delle corde. Ti piace il bondage, Sottocomandante?” Iniziò a combattere come nessuno avesse mai visto prima, lanciava le corde con movimenti rapiti e precisi, usando i pesi per farle avvolgere intorno agli oggetti e al corpo di Maher, si sarebbe vendicata del naso sanguinante. Avvolse una corda intorno alla sua caviglia e con uno strattone lo fece cadere di schiena a terra, tirandolo a se e gettandosi in scivolata sui suoi testicoli, prendendolo in pieno con la suola della scarpa. Dopo lo slegò e iniziò ad utilizzare le corde per lanciarsi da una parte all’altra, diventando sempre più dinamica e pericolosa, per poi lanciarsi con forza contro di lui. Usava le corde come estensioni del suo corpo, le usava anche per frustare direttamente il corpo di Maher, lasciando grosse cicatrici rosse e violacee su pancia, schiena e gambe. Ogni volta che Maher cercava di liberarsi, Koral tirava una corda diversa, facendolo cadere, strozzandolo o bloccandogli un arto. “Sei un burattino,” sussurrò Koral, facendo roteare la corda di nylon sopra la testa come un lazo e colpendo con il peso di metallo lo scroto di Maher “e io sono la burattinaia.” A quel punto lui aveva esaurito ogni forza, lei finì di legarlo come un salame, gettandolo a terra immobilizzato. Koral posò lo stivale pesante proprio al centro del sup petto. Si mise in posa, gambe divaricate, una mano sul fianco, l’altra che faceva flettere il bicipite destro, baciandosi il muscolo con un’espressione di trionfo esagerata, esclamando ”ho vinto, baby!” Lui balbettò distrutto “finiscimi…maledetto demone.” Lei mise un dito sulla sua bocca e rispose “lo farò, ma prima un brevissimo divertimento finale.” Fece qualche passo verso l’inguine e lasciandogli la vista su spalle e culo lasciò cadere il tallone con tutto il suo peso, in uno schiacciamento lento e roteante. La suola macinò i testicoli di Maher contro il pavimento di piastrelle. L’uomo inarcò la schiena in un arco impossibile, un urlo silenzioso che gli moriva dentro. Koral saltellò, letteralmente, sul suo inguine, ridendo “un, due, tre! Ops, non so se le polpette hanno retto.” Lei si chinò, tastando a mani nude ciò che rimaneva della virilità del Comandante, facendo una smorfia disgustata con la lingua di fuori “bleah, sono tutte appiccicose, ma è rimasto ancora qualcosa, sarà meglio toglierlo.” Prese una corda più piccola, legandoci la virilità dell’uomo. Strinse con i denti l’altro capo della corda e iniziò a tirare, tranciando pelle e dotto, finché non si staccarono definitivamente. Lui era praticamente incosciente, lei sputò la corda, che ora penzolava con il trofeo sanguinolento incastrato. Guardò Maher negli occhi, estraendo una lama e disse “tutto sommato hai combattuto bene.” Tagliandogli la gola e ponendo fine alle sue sofferenze.

Gli uomini di Sami arrivarono anche nella zona dove venivano rinchiusi i detenuti che sarebbero stati trasferiti in pochi giorni. Il carceriere palestinese di guardia fu falciato da una raffica di proiettili prima ancora di poter alzare l’arma. Due carcerati comuni, vedendo i mercenari mascherati, si aggrapparono alle sbarre urlando “oddio, siete dei jihadisti venuti a liberarci? Grazie ad Allah!” Il mercenario di testa li ignorò completamente e sparò due colpi singoli attraverso le sbarre, facendoli crollare nel silenzio. Stavano per proseguire quando il secondo mercenario fermò il primo, strattonandolo per la giubba “fratello, guarda lì! Ma quello in fondo, piegato in due nell'angolo… non è Jamal?!?! Un tempo era uno di noi!” L’altro fissò con attenzione l’ultimo prigioniero rimasto, illuminando la cella con la torcia tattica, e con eccitazione esclamò “mi venisse un colpo, è proprio quel bastardo!” Presero le chiavi dalla tasca insanguinata del carceriere morto ed aprirono la cella con un clangore metallico, avvicinandosi con passo predatorio. “Guarda in che cazzo di stato si è ridotto!” rise il primo, coprendosi il naso “e come puzza… è coperto di merda e piscio. Penso che gli faremmo un favore ad ucciderlo ora.” L’altro lo fermò, armando il cane della pistola “ma che cazzo dici! Sami ha messo una taglia anche sulla sua testa, potremmo prenderci il bonus se lo portiamo.” Mentre i due discutevano spartendosi il bottino, Jamal, che aveva finto fino a quell’attimo di essere svenuto nel suo stesso lerciume, aprì gli occhi, l’adrenalina della disperazione cancellò per un secondo il dolore e si lanciò con le forze rimaste contro l’uomo più vicino, afferrandogli il polso e torcendolo fino a strappargli la pistola dalla giacca. Sparò all’altro in testa, facendogli saltare la maschera nera. Il primo mercenario cercò di reagire, ma Jamal, urlando come una bestia ferita, gli sparò un colpo a bruciapelo in fronte, facendolo crollare all’indietro. Si lasciò cadere per un secondo ansimante e poi si rialzò. A piccoli passi e zoppicante, uscì dalla cella, correndo verso il corridoio più vicino, cercando un’uscita.

Samira, Anahit e Nikos erano corsi dentro la struttura, sfondando la prima porta di servizio che avevano trovato con un calcio congiunto di Nikos e Anahit. La scena che si trovarono davanti era apocalittica, il fumo dei lacrimogeni e delle granate rendeva l’aria irrespirabile. I corridoi erano disseminati di corpi di poliziotti dell’ANP, alcuni uccisi mentre cercavano di ricaricare, altri giustiziati a terra. I muri erano crivellati di colpi e macchiati di sangue fresco. “Muoviamoci, controllate ogni angolo,” ordinò Anahit, la pistola spianata, muovendosi con la ferocia di una tigre a caccia. Avanzarono di pochi metri quando incrociarono una pattuglia di tre mercenari che stavano controllando le stanze laterali. Nikos urlò “contatto” immediatamente si scontrarono con tecnica, il greco schivò una raffica di mitra rotolando in avanti e bloccò il fucile del mercenario che gli veniva incontro, colpendolo alla gola con un colpo secco. L’armena non cercò alcun tipo di copertura e corse dritta verso il secondo uomo che stava mirando alla compagna. L’uomo stava per sparare, quando Anahit scivolò sulle ginocchia, piantando il suo coltello personale nell’interno coscia dell’avversario e tagliando il parte il sacco scrotale. Questo fece perdere la mira all’uomo, sprecando il colpo. La sua temibile avversaria era già pronta a rialzarsi. Sfruttando lo slancio della scivolata, Anahit scattò in avanti e, afferrando le spalle dell'uomo per abbassarlo al suo livello, caricò il collo all’indietro. Tirò una testata micidiale, non al volto, ma direttamente sui testicoli dell’uomo, già feriti e parzialmente esposti dal taglio. L’impatto della fronte dura di Anahit contro le gonadi lacerate fu devastante. I tessuti molli, privi della protezione della pelle intatta, vennero compressi violentemente contro l’osso pelvico. L’uomo emise un suono strozzato, simile a un fischio, mentre il dolore shockante gli faceva rovesciare gli occhi all'indietro. Anahit, con un ghigno di disprezzo, lo spinse via contro una porta, lasciandolo a terra sanguinante e in preda a spasmi incontrollabili. Il terzo nemico caricò Samira con tutta la potrnza, lei urlò e chiuse gli occhi, agitando una spranga di ferro, colpì la lama dell’uomo facendogliela cadere, lui afferrò la ragazza sollevandola. Lei, con un movimento ascendente dettato dalla paura, infilò l’estremità rigida direttamente nel sedere del mercenario, attraverso i pantaloni di tela leggera. L’uomo si raddrizzò di scatto, sgranando gli occhi e lanciando un urlo acutissimo, portandosi le mani al posteriore, paralizzato dall’intrusione improvvisa. “Stammi lontano, pervertito!” strillò Samira, e approfittando della sua posizione compromessa, gli diede un calcio disordinato ma efficace sui testicoli esposti in avanti, facendolo crollare faccia a terra, piangente e umiliato. Anahit, sudata e con il respiro corto, urlò “forza, abbiamo poco tempo! Proseguiamo di qua!”

Leila e Nada continuavano a proseguire verso un’uscita. Il pavimento era freddo e coperto di detriti, infatti Leila sibilò “che cazzo di freddo ai piedi.” Erano sporchissimi e tutto quanto si stava appiccicando sulla sua pianta. Svoltato l'angolo, si trovarono di fronte altri due mercenari enormi che bloccavano il passaggio, uno urlò “forza, prendete viva la ragazza più piccola e uccidete l’altra!” Nada aprì il fuoco, ma la sua pistola fece click, era scarica, urlò “puttana miseria!” Usò la sua arma come arma contundente, uno dei nemici si lanciò su di lei, ma riuscì a parare il suo colpo. Il secondo puntò Leila e quando cercò di afferrarla, la giovane palestinese saltò con un’agilità grandiosa, aggrappandosi ad un tubo che correva sul soffitto. Si dondolò lanciandosi in avanti a gambe unite e i suoi piedi nudi colpirono pienamente il viso dell’uomo. Quando lui si riprese cerco di colpirla con un pugno, ma lei lo schivò abbassandosi e afferrato il pacco dell’uomo, lo strizzo con le sue unghie mezze rovinate e rabbia incanalata. L’uomo urlò cercando di staccarsela di dosso ma lei continuava a graffiare palle, cazzo e anche il petto. L’avversario provò a travolgerla con tutto il peso buttandosi sopra di lei, schiacciandole la schiena a terra. La ragazza piegò le gambe e spinse i piedi contro il bacino dell’uomo per tenerlo lontano. Lui cercò di mordere e in un momento di pura lotta animale, il piede destro di Leila, sudicio di polvere e residui di sporcizia, scivolò e finì direttamente nella bocca spalancata dell’uomo che urlava. Leila al posto di ritrarre il piede ne approfittò per spingerlo ancora di più in fondo alla gola del nemico, facendolo tossire e sbavare intorno al piede. Vista la distrazione lei ne approfittò, utilizzando l’altro piede e sferrando un calcio secco, tallonando esattamente sia la base del pene sia la parte superiore dello scroto. L’uomo crollò su di lei, svenuto per dolore e asfissia. Leila lo spinse via con disgusto. Di fianco, Nada aveva appena finito il suo avversario bloccandogli la testa e tempestandogli i testicoli di pugni rapidi e corti, fino a fargli perdere i sensi.

Le due giovani donne proseguirono, nascondendosi dietro un muro, a causa dei passi pesanti e trascinati dall’altra parte. La tensione era massima e Nada ricaricò l’ultimo caricatore, pronta a sparare. “Al mio tre,” sussurrò “uno... due...” La poliziotta uscì di scatto puntando l’arma ma di fronte a lei, con una pistola rubata, sporco, puzzolente e terrorizzato, c’era Jamal. Appena vide l’arma puntata, lui buttò via ciò che aveva in mano, alzò le mani e cadde in ginocchio, piagnucolando “non sparate, vi prego! Voglio solo uscire di qui.” Leila lo guardò con disprezzo misto a sollievo e annuì alla sua amica, la quale abbassò l’arma storcendo il naso per l’odore e dicendo “va bene, però muoviti sacco di letame.” Arrivarono all’incrocio principale del piano terra. Da destra arrivavano correndo Nada, Leila e Jamal. Da sinistra, arrivarono Nikos, Anahit e Samira. Si puntarono le armi contro per una frazione di secondo, prima di riconoscersi. L’armena abbassò la pistola, guardando Leila “finalmente ti ho trovata, stavamo venendo a prenderti!” Leila sgranò gli occhi, riconoscendo il team europeo “ancora voi? Strano che ogni volta che c’è un attacco di Sami siete nel mezzo a fare casino.” La poliziotta guardò con sospetto il gruppo di sconosciuti armati “chi diavolo sono questi?” Anahit non perse tempo “siamo il passaggio per la libertà e la verità di Leila… e a quanto pare anche il tuo visto il casino che c’è qua dentro,” indicò Leila con ferocia “e questa volta, vieni con noi, non accetto discussioni. Abbiamo un piano e se non ce ne andiamo subito ci ammazzano tutti.” Samira indicò Jamal, che grondava liquami “e.. cos'è quello?” La ricercata palestinese tagliò corto “lui è una lunga storia.” Si sentirono urla in arabo e colpi di fucile avvicinarsi dai vari piani. Nikos urlò “la discussione è rimandata. Vi spiegheremo tutto a tempo debito, vi prego però ora seguiteci.”

Arrivarono all’automobile tutti di corsa, uscendo dal retro mentre i proiettili iniziavano a fischiare intorno a loro. I mercenari rimasti li avevano visti e li inseguivano a distanza. Nikos urlò “Tarek, accendi la macchina!” L’uomo, scattò verso le chiavi, mentre metteva in partenza l’auto vide arrivare il gruppo enorme di persone sporche, sudate e insanguinate. Sgranò gli occhi e sussurrò a se stesso “ma che cazzo…” Il motore era accesso, Nikos, il più veloce di tutti, aprì la portiera del guidatore, afferro il compagno per la collottola e lo lanciò letteralmente nel sedile posteriore, mettendosi al volante. Anahit si tuffò al posto del passeggero anteriore, ricaricando l’arma. Dietro, scoppiò il caos logistico. Samira, Nada, Leila, Tarek e Jamal dovevano entrare in uno spazio per tre persone. “Stringetevi cazzo!” urlò Anahit. Samira, spinta contro il finestrino rispose “non ci stiamo!” Nada, spinse tutti dentro a forza e disse “dismoci una mossa o moriamo qui.” Fu un incastro di corpi doloroso e grottesco, gli uomini non ebbero scelta, finirono sul fondo. Tarek fu spinto sul pavimento tra i sedili. Jamal fu schiacciato contro l’altro sportello, mezzo seduto e mezzo sdraiato. Nella foga della fuga, mentre Nikos sgommava via, Nada, con la sua stazza imponente e l’equipaggiamento pesante, perse l’equilibrio e si lasciò cadere di peso sul sedile posteriore, o meglio, su ciò che c’era sopra. Il suo sedere massiccio, atterrò con un tonfo sordo direttamente sui coglioni di Tarek, che era rannicchiato sotto di lei con le gambe aperte per cercare spazio. “ARGH!” urlò Tarek, un acuto che fece tremare i vetri, sentendo i suoi testicoli, già martoriati molto spesso, schiacciarsi completamente sotto ottanta chili di autorità palestinese, ma lei non si spostò di un millimetro, usandolo come cuscino umano. Dall’altra parte, Leila, ancora scalza e con i piedi neri, saltò dentro. Non c’era spazio sul sedile. Saltò in braccio a Jamal, o meglio, si sedette a cavalcioni sulla sua faccia e sul suo petto per far spazio alle gambe. Nella manovra, il suo tallone destro, duro e calloso, premette con forza dritto sull’inguine dell’uomo, inchiodandolo al sedile. Jamal cercò di urlare, ma la sua bocca era tappata. Il sedere di Leila premeva sul naso, ma soprattutto, la pianta sinistra del piede, la più sporca in assoluto, finì inavvertitamente premuta contro la faccia di Tarek, che stava già urlando per il peso sopra le sue palle. Mentre Nikos prendeva una curva a gomito, facendo sballottare tutti, Anahit arricciò il naso, chiedendo “ma poi cosa è questo puzzo di merda insopportabile? Sembra che qualcuno si sia cagato addosso!” Leila, stretta contro il soffitto dell’auto, tenendo fermo Jamal sotto il suo sedere, rispose con nonchalance “ah, quello è solo il mio cesso portatile. Si chiama Jamal. In questi giorni è stato riempito molto e non sempre abbiamo tirato lo sciacquone.” Samira, schiacciata contro il finestrino, rise istericamente “oh mio Dio, che schifo. Tarek, se vomiti ti castro e ammazzo.” Ma lui rispose emettendo solo un mugolio soffocato. La macchina corse via nella notte, sfrecciando lontano dagli inseguitori che, vedendo il veicolo allontanarsi troppo velocemente, dovettero desistere e disperdersi prima dell’arrivo dei rinforzi nemici. Erano salvi, per ora. Dovevano lasciare immediatamente il paese e ragionare la prossima mossa.

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Maḥmūd Abbās, Presidente dello Stato di Palestina, fu svegliato alle ore 5.00 del mattino, per il blackout di Gerico, ora finalmente risolto. Un suo Generale, iniziò a fargli il resoconto dell’accaduto “Presidente, abbiamo subito un attacco flash al Quartier Generale centrale.” Mahmud interruppe, con la tensione al massimo e gli occhi rossi “vai avanti, non saltare nessun dettaglio!” Il Generale riprese “all’interno della struttura sono stati trovati diciassette cadaveri: quattordici poliziotti, due soldati, un ufficiale di nome Nabil Taha. Ci risulta anche una dispersa Nada al-Husseini. Il Presidente, con la fronte grondante di sudore “ma in che senso…” questa volta fu il Generale ad interrompere “ma non finisce qua…altri tre ufficiali sono stati ritrovati deceduti in alcuni loro appartamenti, non c’è alcuna traccia degli assassini. Particolare è il caso del Sottocomandante Maher, il quale si trovava leggermente fuori città” Abbas chiese “ci sono prove su chi possa essere stato a compiere un gesto così terribile e perché?” L’uomo al telefono rispose alla domanda “i testimoni, nonostante il blackout e l’interruzione delle comunicazioni, sono sicuri che questo fosse un gruppo jihadista. Riteniamo sia legato agli attacchi dei precedenti giorni, come quello a Nablus, da parte delle Brigate al-Quds. Stiamo comunque iniziando ad analizzare le tracce di DNA su sangue, capelli e saliva, entro qualche giorno forse riusciremo ad identificare alcuni di questi uomini. Inoltre molti documenti sono stati bruciati, distrutti, rubati o rovinati, questo si lega alla ricerca della presunta terrorista Leila Mansour, anche se non abbiamo avuto comunicazioni ufficiali, Nabil Taha, a capo dell’operazione, sembrava aver raggiunto una svolta definitiva. Rimane inconcepibile come questa notizia sia arrivata prima a gruppi jihadisti o ad Hamas, rispetto a noi.” Il Presidente Palestinese, tremante, si mise le mani sul viso e con freddezza da stratega rispose “faremo un briefing oggi pomeriggio. Perlustrate tutta la zona e cercate questi aggressori, io parlerò con Israele e la Giordania. Incaricate un nuovo ufficiale di cercare Mansour e cerchiamo di risolvere la scomparsa di al-Husseini, povera ragazza e povera famiglia. Per concludere, rafforza i confini e prepara i funerali dei nostri eroi di Stato.”

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La base di Sami nel deserto, durante il pomeriggio invernale a seguito dell’operazione fallita, era colma di alcol e rabbia. Il proprietario era una furia, aveva ribaltato un tavolo di cristallo, mandando in frantumi bicchieri e bottiglie. Urlava con il viso paonazzo e vene del collo gonfie come corde “INCAPACI! Vi pago milioni! Milioni! E vi fate scappare una ragazzina e una poliziotta del cazzo?” I mercenari di Sami erano in ginocchio ad implorare perdono, mentre impassibile come un monaco, sedeva in un angolo il Colonnello Lior. Puliva i suoi occhiali con lentezza esasperante, mentre Koral al suo fianco osservava la scena senza dire una parola, con la mano pigramente appoggiata sulla pistola. Di fronte a loro, c’era uno dei coordinatori israeliani dell’attacco al Quartier Generale. “Parla,” disse Lior, la voce bassa tagliava le urla di Sami. Il coordinatore deglutì “Signore... i poliziotti dell’ANP sono caduti come mosche, il piano era fenomenale…ma poi, è arrivato qualcun’altro, sembravano dei professionisti ed avevano un automobile pronta per fuggire, sicuramente arrivata dopo i nostri camioncini. Il Colonnello smise di pulire gli occhiali, guardandolo “sai identificarli?” Uno dei mercenari superstiti intervenne “non erano né ebrei né arabi, li ho visti mentre correvano. C’erano sicuramente un uomo bianco e una donna, probabilmente armena. Lior si bloccò. Nella sua mente, gli ingranaggi scattarono con un clic udibile quasi quanto il frastuono di Sami. Tutto quello che aveva fatto fino ad ora, ogni sua missione, non erano falliti a causa di falli nei piani della sua mente geniale, non erano nemmeno falliti per sfortuna. Si portò le mani alle tempie, massaggiandole, e poi alzò la testa di scatto. I suoi occhi, solitamente freddi, brillavano di una luce estatica. Sami, non cogliendo il momento, riprese a urlare ancora più forte “me ne fotto di qualsiasi sia la loro etnia o nazionalità del cazzo! Voglio quella puttana morta! E tu, Lior, hai una bella faccia tosta a presentarti qui dopo il fallimen…” Lior non distolse lo sguardo dal vuoto, fece solo un cenno impercettibile con la mano verso Koral. La ragazza non se lo fece ripetere e con fluidità attraversò la stanza, caricando il braccio destro e sferrando un montante dritto sui testicoli di Sami, impattando con le nocche. Sami sbarrò gli occhi e si accasciò, molleggiando, sulla poltrona più vicina, boccheggiando come un pesce fuori dall’acqua. “Il Colonnello sta pensando,” sussurrò Koral, chinandosi su di lui e facendogli scoppiare una bolla di gomma in faccia “abbassa il volume.”

Il silenzio calò nella stanza, rotto solo dai gemiti di Sami. Il Colonnello si rimise gli occhiali e si alzò, andando verso la finestra blindata che dava sul deserto roccioso, mormorando “un uomo bianco e una donna armena…” analizzò le possibilità “gli americani? sarebbe stato troppo strano, inoltre sono degli alleati troppo vicini; i russi? troppo impegnati in Ucraina; i cinesi? può darsi, ma nessuno lì aveva gli occhi a mandorla.” Le sue labbra si incresparono in un terrificante sorriso “forse l’Europa…” si voltò verso la stanza, Sami era piegato mentre tutti gli altri lo guardavano con ammirazione. Con voce vibrante disse “tutto questo tempo, ho pensato di giocare con delle squadre predefinite. Invece, dall’altra parte del tavolo, c’era un altro giocatore invisibile.” Camminò verso il mercenario, sollevando il suo mento e chiedendogli “hai detto che sono scappati con loro?” Lui rispose “si, Signore.” Lui annuì “bene. Ora so che esistono e da ora in poi non fallirò più.” Prese un tablet dal tavolo e aprì una mappa digitale della regione “uscire per loro sarà difficile ma dobbiamo essere pronti a rincorrerli ovunque. Hanno un bagaglio pesante in macchina, una terrorista e una dispersa, non si muoveranno facilmente.” Guardò Koral, dicendole “preparati, sei stata bravissima da Maher.” Poi si riferì a Sami, ancora piegato dal dolore ma con un po’ di speranza in più “te invece mettiti del ghiaccio sui coglioni, sei inguardabile.”

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Koral: https://imgbox.com/TEEwodaw

Koral nella prigione: https://imgbox.com/qDYyVAmH

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Capitolo 40

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