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Chapter 20 by Esseremicidiale02
Capitolo 20
Trame e Mercato
Khaled stava seduto al centro del salone climatizzato della sua villa collinare, alle porte di Beirut. Era agosto, e il caldo spingeva l’aria contro i vetri blindati con la forza di una fornace. Dentro, però, regnava un’atmosfera rarefatta, quasi sacra: tende pesanti color sabbia, legni scuri, odore di datteri e caffè nero. Intorno a lui sedevano diplomatici di Hezbollah, uomini in completo scuro o tuniche, con occhi rapaci e silenziosi. Fra loro, l’ambasciatore iraniano in Libano prendeva appunti con dita lente, mentre su uno schermo in fondo alla sala scorrevano in collegamento criptato le immagini sfocate di una videochiamata: un generale dei Pasdaran e alcuni alti membri degli Houthi. Tra questi, l’inconfondibile volto barbuto e minaccioso di Abdul-Malik Badr al-Din al-Houthi. Mappe digitali mostravano la situazione instabile in Siria, Libano e Yemen. Ma l’attenzione era tutta per il Mar Rosso e per le rotte navali off-limits. Le coordinate si muovevano come sabbia: aggiornamenti in tempo reale su chi controllava cosa.
Khaled, con tono calmo ma tagliente, interruppe il brusio “partirò io stesso con il carico a fine mese. Ho bisogno di capire dove vogliamo fare questo scambio. Adesso che Israele ha invaso anche il Libano... abbiamo un problema serio.” Un silenzio denso seguì, mentre il generale iraniano inclinava il capo come un avvoltoio. L’ambasciatore Houthi prese la parola “la nostra flotta blocca le navi occidentali nel Mar Rosso, ma siamo attualmente impossibilitati a entrare in territorio libanese. Poiché c’è urgenza nello scambio, necessitiamo che sia tu a venire da noi. Volare nello spazio aereo è impossibile, ciò significa che dovrai usare navi non tracciate. Possiamo venirci incontro in un punto.”
Khaled serrò la mascella e rise amaramente “certo, tanto sarò io a rischiare la vita, no?” Poi riprese “va bene, posso garantirvi il carico… ma assicuratevi che non manchi nemmeno un dollaro.” Khaled sapeva di non avere scelta. I fondi iniziavano a scarseggiare: le guerre rendevano l’affare più rischioso, e non tutti gli acquirenti tolleravano che lui fosse così legato a Teheran. Concluso il briefing, si alzò, lisciò la giacca nera e, senza cambiare espressione, guardò una giovane serva libanese che stava servendo acqua. Le afferrò il polso con forza e disse, con tono calmo ma freddo “tu ora vieni con me.” Lei lo seguì in silenzio, mentre gli altri fingevano di non vedere.
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Da mesi, Samira era entrata a pieno nel suo doppio ruolo: futura moglie devota agli occhi del mondo, e sabotatrice occulta a beneficio della resistenza femminile. Ma il vero ingegno lo nascondeva nei suoi post, nelle sue stories. I messaggi viaggiavano attraverso linguaggio cifrato, visibile solo a chi conosceva il codice. Un semplice video in cui Samira si filmava mentre recitava versi poetici in arabo classico, nelle mani, però, due datteri tenuti in modo strano, uno rovesciato, uno verticale. Era il segnale per indicare “invertire la rotta”. Una foto del Corano aperto alla sura 48, con il commento: “pace attraverso la vittoria”. Freja e Anahit sapevano che 48 era il giorno dell’operazione, e che “pace” era l’equivalente di “carico trasferito”.
Ogni post era studiato per sembrare propaganda conservatrice, ma in realtà conteneva dati su tempi, intenzioni, nomi in codice. Dietro le quinte, c’era Tarek. Un tempo uomo fidato di Khaled, ora nuovo servo ombra di Samira. Nessuno avrebbe sospettato di lui. Mentre sedeva accanto a Khaled durante i briefing riservati ai quali era permesso partecipare, fingeva attenzione e lealtà, ma registrava, memorizzava, osservava. Le mani mai troppo in vista, i commenti misurati, le pause lunghe per lasciare parlare gli altri. Di tanto in tanto, fingeva di inviare promemoria ai tecnici del sistema di sicurezza… ma in realtà trasmetteva frasi-chiave e coordinate a un terminale criptato collegato con Anahit. Era Samira a dirigerlo, con sguardi minimi, ordini sussurrati di notte. E lui aveva capito: quel nuovo mondo avrebbe avuto bisogno di uomini che tradissero il patriarcato. E lui aveva scelto il lato giusto della Storia. Nessuno sospettava di loro. Nemmeno Khaled, che considerava Samira un ornamento da esibire, un successo ideologico, ma sempre più si lasciava intenerire dalla sua “docilità”, anche se non smetteva mai di essere diffidente, era troppo intelligente.
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Nel quartier generale segreto, Freja stava rivedendo i post di Samira con aria severa. Accanto a lei, Anahit sorseggiava arak con disinvoltura. “È incredibile,” disse Freja, “sta usando un intero profilo pubblico per trasmettere dati a rischio vita, e nessuno la sfiora.” Anahit ridendo rispose “quando hai un uomo convinto che sei solo un angelo domestico, puoi far detonare un’intera guerra senza che lui se ne accorga.”
“Noi dobbiamo far arrivare Khaled fino allo scambio,” proseguì Freja “poi chiudiamo il perimetro, prendiamo lui e distruggiamo o sequestriamo il carico. Nessuno sa cosa diavolo si trova lì dentro, anche se penso siano armi di ultima generazione.” A quel punto Anahit la interruppe dicendo con un ghigno “e poi lo chiudiamo in una cella segreta, vorrei fare io da carceriera, così ci entro ogni giorno e gli tiro un calcio nelle palle”, Freja aggiunse “magari con i tacchi”. “A punta di ferro, oh oppure con uno stivale da motociclista sporchi e bagnati” ribatté Anahit con occhi brillanti. Risero insieme, ma dietro questa ironia c’era la tensione di mesi di lavoro.
Poco dopo Freja era nel suo ufficio allestito a mo’ di centro operativo mobile: una scrivania spartana, un notebook aperto, mappe e documenti sparsi. Indossava un blazer nero sagomato sopra una camicia bianca, pantaloni slim e stivaletti neri con tacco basso pratici, ma femminili. Ai piedi portava calze velate a rete fine, un dettaglio sottile ma curato, simbolo del suo gusto misurato per l’efficacia e l’aspetto. Dietro di lei con affare minaccioso Anahit, con la sua uniforme stava appoggiata al muro.
Davanti a lei c’era Étienne Moreau, un uomo del suo gruppo di lavoro, francese, fisico asciutto ma dal portamento rigido. Aveva l’uniforme blu navy degli osservatori internazionali. Portava un orologio elegante. Freja lo guardò con freddezza “Moreau, grazie per essere venuto.” Lui si mosse con impaccio “non sapevo fosse urgente, signora Nielsen...” Lei lo interruppe dicendo “ho visto qualcosa nei tuoi messaggi, nella postura, persino nel tuo sorriso freddo quando abbiamo discusso del piano.” Nei giorni scorsi Moreau aveva fatto trapelare informazioni, lasciando cadere frasi come “in caso di fallimento meglio salvarsi la pelle” o sollevando dubbi non richiesti sui costi civili dell’operazione di cattura di Khaled. Tutti dettagli che lei, analitica, aveva catalogato, segnalando anomalie: troppi telefonini spenti durante briefing, email inviate da postazioni esterne, pause sospette.
Freja si alzò e gli chiese di sedersi, accarezzando col pollice la scrivania illuminata da una lampada calda. “Mi spieghi tu perché ieri hai chiamato il tuo contatto parigino chiedendo un piano B, e a cosa vi servivano le coordinate del dipartimento di logistica?” chiese lei, Moreau cercò di mentire, agitandosi. Freja lasciò cadere un documento sul tavolo, una trascrizione di chat in codice, riferimenti a Khaled come “target” e a un piano di esfiltrazione. Il francese sbiancò ma Freja continuò a parlare “hai mai sentito parlare della tecnica del fazzoletto sporco?” Moreau tentennò, mentre lei sorrise “é semplice, un fazzoletto, una volta inquinato, non é più utilizzabile.” Piantò il suo tacco dello stivaletto in mezzo alle gambe del sospettato, lui fece un gesto di dolore e con un calcione sulle costole a destra lo buttò in terra con tutta la sedia, immobilizzandolo immediatamente dopo con tecnica marziale accurata, mentre lui gemeva. Si chinò con un sorriso glaciale, affondando le dita perfette nel nelle palle tremanti di Moreau. La sua presa si strinse lentamente, come un boa che soffoca la preda, mentre il tessuto fine delle calze a rete sfiorava la pelle sudata dell'uomo. Disse glaciale “inizia a parlare o perdi i testicoli”, appena vide che tentennava tirò fuori dalla tasca un piccolo teaser e lo abbassò con precisione, le punte metalliche sfiorarono la pelle tesa e sudata di Moreau. Un guizzo elettrico attraversò i suoi testicoli scoperti, facendolo inarcare in un muto urlo di dolore. Le vene del collo gli si gonfiarono mentre la corrente lo percorreva, i muscoli addominali che si contraevano in spasmi incontrollabili. Freja osservò la contrazione involontaria dei muscoli di Moreau, le sue labbra serrate lasciarono sfuggire un gemito strozzato ma continuò comunque ad utilizzarlo. La danese osservò con freddezza i testicoli dell’uomo, ormai gonfi e violacei, ricordavano la superficie di una bistecca abbandonata troppo a lungo sulla griglia. Lui balbettò “p..pietà”. “Pietà?” ripeté con voce melodiosa lei, imitando il suo accento francese straziato “ma certo, mon chéri... la pietà arriva sempre... dopo la confessione.”
Freja si alzò con un movimento fluido, gli stivaletti neri dal tacco basso che scricchiolavano sul pavimento lucido. La punta affilata del tacco sinistro si posizionò con precisione millimetrica sulla coscia tremante di Moreau. Poi disse “con i traditori divento particolarmente cattiva, ora guarda bene.” La donna lasciò cadere il tacco con un movimento fluido e calcolato, il metallo della punta affondò con precisione chirurgica tra le gambe tremanti del francese. Un suono deprimente accompagnò l'impatto mentre i coglioni già martoriati si deformavano sotto la pressione implacabile. Con un movimento fluido da ballerina, ruotò il piede destro di quarantacinque gradi, aumentando gradualmente il peso, la suola in vernice nera schiacciava, torceva e riduceva quella carne già tumefatta in una poltiglia violacea. Il francese cominciò a rivelare nomi, email non tracciate, e la rete di contatto con assetti europei pronti a vendere l’informazione a Israele.
Nonostante la confessione la torturatrice non era ancora soddisfatta, voleva effettivamente sapere se aveva parlato con qualcuno di Hezbollah o comunque vicino a Khaled. Tirò fuori dal blazer con calma una siringa con dentro un liquido verde dicendo “questo io lo chiamo il siero della verità, ne basta una piccola dose nel corpo per far soffrire le pene dell’inferno sai? L’ho creato io stessa con le mie manine, ci ho aggiunto anche il mio sputo dentro per darli sapore.” Conficcò l’ago nei testicoli e iniettò una piccola dose, l’uomo iniziò ad urlare e contorcersi rotolando per tutta la stanza. Non aveva mai provato un dolore simile, era come se i testicoli si stessero lacerando all’esterno, mentre dall’interno aveva la sensazione che le palle stessero esplodendo più e più volte. L’effetto durò poco ma quando Freja si riavvicinò per iniettarne un altro po’ lui rivelò tutto. Per fortuna non era ancora stato rivelato niente del piano a Khaled o ai suoi alleati, ed avendo già i nomi di tutti i collaboratori di Étienne non c’era nessuna possibilità che qualcuno potesse stravolgere effettivamente il piano o dare informazioni. Potevano quindi procedere con i prossimi passi.
Anahit, un’ombra che per tutto il tempo era rimasta ferma nell’angolo dell’ufficio. Quando Freja si allontanò un istante per comunicare la confessione ai suoi superiori, lei sorrise, portandosi una mano al mento e disse lentamente “posso fargli io da carceriera quando sarà sbattuto dentro? Ho un paio d’idee che gli cambieranno la forma delle gonadi.” Freja fece una risatina e disse “é tutto tuo al momento, mentre aspettiamo che arrivino per arrestarlo.” Anahit rise piano e disse rivolta al francese “l’hai proprio fatta fuori dal vaso, per questo sappi che io te la farò direttamente in bocca!”
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La sera calò sulla villa di Khaled. Lo splendido giardino illuminato da lampade in ottone creava un’atmosfera calda. Lui era concentrato su un tavolo da disegno circondato da rotte marittime brillanti su mappe lucide: linee rosse, coordinate, orbite di satelliti. Accanto a lui, Samira sedeva composta, indossava un caftano di seta color madreperla, ricami dorati lungo le maniche. Sulla fronte portava ancora la catena sottile d’oro a cui erano appesi piccoli ciondoli. Ai piedi calzava sandali dorati, eleganti ma scenici. Khaled indossava un lino blu scuro, giacca aperta, senza cravatta, pantaloni leggermente più chiari. Sul polso un orologio di fascia alta, simbolo del suo potere economico e militare. Samira guardava il suo volto teso, capiva la posta in gioco. Dopo un sospiro disse, con voce mite ma decisa “amore, non pensi che i tuoi partner verrebbero impressionati dal vederti con la futura moglie? Sarebbe un simbolo molto forte: stabilità, fede islamica, potere.”
Khaled la osservava, sorpreso da quell’intuizione diplomatizzata “sei persuadente… ma è rischioso. Non so se sarà possibile.” Samira accarezzando la mano di Khaled disse “ti accompagnerò io. Se c’è qualche imprevisto, farò da scudo.” Un silenzio carico. Khaled riflette. Nella sua mente scattò il piano di indurla a restare lì. L’esibizione mediatica, l’immagine ufficiale, il “velo di vittoria”. Alla fine, Khaled anche se dubbioso annuì. La donna sorrise, il giorno della fuga stava per avere inizio.
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Freja che tortura Moreau: https://imgbox.com/7IwBgCC6
Capitolo 21
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Medio-Oriente Ballbusting: una guerra femminista
Un’avvincente storia femdom
Ballbusting
Updated on Jan 21, 2026
by Esseremicidiale02
Created on Jul 5, 2025
by Esseremicidiale02
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