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Chapter 21 by Esseremicidiale02

Capitolo 21

Missione virile

Era quasi l’alba quando Yael si trovava nel quartiere generale, completamente immersa nelle preparazioni della missione che l’avrebbe portata, ancora una volta, nel cuore della Striscia di Gaza. Era passato ormai quasi 1 anno da quel fatidico 7 ottobre e, nonostante gli enormi sforzi militari da parte di Israele, la situazione non accennava a migliorare. Gli ostaggi erano ancora nelle mani di Hamas, e l’ombra di un Governo israeliano sempre più debole gravava sulle operazioni in corso, Netanyahu non avrebbe mai lasciato il suo posto, quel genocida avrebbe reso la striscia un parcheggio a cielo aperto pur di rimanere al comando. La giovane soldatessa, dal suo ufficio, scrutava le mappe, i bombardamenti nella Striscia erano diventati ancora più intensi e indiscriminati, ma il vero obiettivo era ora un altro: recuperare gli ostaggi, recuperare David, ma anche fare un passo decisivo per il ritiro dell’esercito israeliano dalla Striscia, come promesso a Amina. Il patto con lei era chiaro: non avrebbe spinto su alcun ritiro senza le informazioni che quella ragazzina poteva darle. Stava giocando con il fuoco, quella che stava giocando era una partita in solitaria e il costo era proprio il rischio di morire. Si fermò a pensare a come Amina in questo momento stesse a prendere in calci nei testicoli David, doveva ammettere che ciò li mancava ma delle palle così grandi e facili da colpire dovevano essere lasciate anche a qualcun’altra, in quel momento avrebbe voluto schiacciargliele con gli stivali ai piedi fino a farle scoppiare in terra.

La nuova missione, che avrebbe visto il coordinamento diretto da parte di Eitan Abramov, il generale israeliano dalla personalità brutale e maschilista, avrebbe avuto come obiettivo un'infiltrazione in una base sotterranea di Hamas, un enorme bunker, un labirinto nascosto sotto le rovine di Gaza. Questo bunker, seppur distrutto dai continui bombardamenti, era stato trasformato in una fortezza impenetrabile, dove si celavano non solo i prigionieri, ma anche i capi di Hamas, i quali si nascondevano come topi dietro a ostaggi e civili innocenti palestinesi. Abramov, che stava coordinando l'operazione, aveva deciso di affrontarla con la sua solita arroganza. Per lui, l’obiettivo era semplice: distruggere, schiacciare, umiliare chiunque si ponesse contro di lui. Non considerava minimamente il rischio di perdere uomini e donne in questa missione; l'unico scopo era quello di raggiungere la vittoria, anche a costo di sacrificare le vite dei suoi soldati. Con la sua immensa fiducia in se stesso, e una visione riduttiva del ruolo delle donna, Abramov non esitò a continuare a criticare costantemente i comportamenti di Yael. Ogni sua parola, ogni ordine impartito rifletteva un'inquietante mascolinità tossica, che sfociava non solo nell'umanità distrutta dagli altri, ma nella sua visione di sé come l’unico “vero” comandante e uomo. Yarl, dal canto suo, sapeva che la missione non sarebbe stata facile. La sua intelligenza e la sua forza l’avevano fatta lavorare fino ad ora con gruppi piccoli, dove lei aveva quantomeno il diritto di parola e dai quali era sempre riuscita ad estrapolare piccoli successi e informazioni utili ai suoi obiettivi. Con un gruppo grande e poco omogeneo sarebbe stato decisamente più complicato. La sua mente era però lucida, e nonostante la sua frustrazione per l'atteggiamento di Abramov, cercava di concentrarsi sull’obiettivo: recuperare gli ostaggi e fermare la guerra.

Il briefing si concluse con Abramov che esordì “ora tutti fuori, il piano è chiaro. Uccideremo e distruggeremo tutto, recupereremo gli ostaggi.” Guardò Yael, sapeva quanto potesse darle fastidio il suo sguardo, sapeva quanto stava rendendo le cose difficili a quella ragazza. Anche se non l’avrebbe mai fatto di fronte a tutti pensava a come avrebbe sottomesso quella ragazzina viziata figlia di un borghesotto. Immaginò le sue dita che affondavano nella carne di Yael, striature rosse che si aprivano lungo le costole mentre la schiacciava contro il muro. I suoi occhi da persona che pensa di avere il diritto di parola e di avere pari diritti ad una serva muta che viene violata, con il suo sudore da macho che le finisce addosso, con la ciliegina sulla torta di farle provare il suo grosso e potente cazzo.

Nel frattempo quello sguardo gelido e quella risata arrogante, fecero effettivamente scorrere un brivido nelle ossa di Yael, ma lei non disse nulla. Sapeva che non c’era tempo per rifiutare ordini. La guerra, purtroppo, era diventata il suo campo di battaglia, e se non voleva perdere tutto, doveva restare in gioco. Avrebbe voluto fare di tutto al suo superiore, si immaginò di prendere le palle di quell’uomo enorme, sicuramente piccole e deboli, e schiacciarle in mille modi diversi: stritolato lentamente nelle sue mani, colpite il tallone rinforzato dello stivale, oppure direttamente con una lama nascosta nella punta. Smise di sognare ad occhi aperti e tornata alla realtà, raccolse il suo equipaggiamento senza perdere altro tempo, era ormai ora di partire.

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Il cielo sopra Gaza era opaco, la sabbia scottante al suolo faceva eco ai rumori di guerra che echeggiavano nell'aria. Yael e Rafael camminavano veloci, seguiti dai soldati israeliani e da Abramov che, nonostante la sua insistenza a comandare e a fare da leader, non sapeva nemmeno come muoversi nel buio e nel silenzio. La base sotterranea di Hamas si trovava sotto uno dei quartieri più distrutti dal conflitto, in un punto di difficile accesso. La base era una vera e propria trappola, un labirinto di tunnel sotterranei, con pareti spesse e supportate da colonne di cemento che sembravano quasi imbattibili. Il silenzio era rotto solo dai passi cauti dei soldati, dai respiri affannosi di chi sapeva che da lì non si sarebbe tornati tutti vivi. All'ingresso, i soldati si divisero in squadre. Yael, pur essendo costantemente in secondo piano rispetto a Abramov, riusciva a comandare discretamente il suo piccolo gruppo di uomini e donne. Sapeva che avrebbero affrontato trappole e esplosivi, ma ciò che la colpiva più di tutto era l’atmosfera soffocante e il crescente sentimento di inutilità della missione. Abramov, infatti, sembrava più concentrato a “farsi vedere” come il grande capo, piuttosto che strategizzare realmente.

La missione si trasformò ben presto in un massacro, con soldati israeliani e palestinesi che si abbattavano gli uni sugli altri, senza pensare alle conseguenze. Abramov, sempre più entusiasta del suo ruolo di comandante, dava ordini senza considerare i rischi, lanciandosi nella mischia come se fosse un uomo d’altri tempi. Il suo grido di battaglia si faceva sentire attraverso il rumore degli spari, mentre i suoi soldati cercavano di infiltrarsi nelle viscere del bunker sotterraneo. I tunnel sotterranei di Hamas erano impregnati di polvere, fumo e sangue. Le pareti di cemento erano piene di graffi e cicatrici lasciate da anni di conflitti. Yael sentiva il peso dell’aria viziata, la pesantezza della guerra che sembrava intrappolarla a ogni passo. Intorno a lei, i soldati si mescolavano alla polvere e ai corpi, nessuno pensava più al dolore, solo a sopravvivere. Yael pensò fin da subito che questa era di gran lunga una delle missioni più fallimentari dall’inizio della guerra, non aveva mai visto così tanti compagni cadere. La battaglia era senza regole, e il fuoco incrociato delle armi da fuoco si mescolava agli esplosivi improvvisati che saltavano in aria con violenza. Yael, in mezzo alla furia, si spostava con agilità, saltando sopra le macerie, mentre il suo fucile sparava a vista.

In un angolo, un suo compagno, armato fino ai denti, cercava di guadagnare terreno, una ragazza palestinese arrivò a lui montandoli addosso, morse i suoi testicoli con i denti sporchi e affamati strappandoli direttamente, continuò a tirare pugni su quello che rimaneva al povero soldato in mezzo alle gambe finché non fu colpito in fronte da un cecchino, il quale pose fine alle sue sofferenze. Rafael si fiondò in avanti, sfondando una porta blindata e prendendo a pugni un soldato di Hamas che stava cercando di nascondersi. Le armi da fuoco erano solo un mezzo di sopravvivenza, ma nelle mani di Yael, la sua rabbia diventava un'arma più letale. Un uomo di Hamas cercò di avvicinarsi da dietro, ma Yael reagì in un attimo, girandosi e abbassandosi colpì con il calcio del fucile i testicoli dell’avversario. L’uomo emise un rantolo strozzato, piegandosi in avanti mentre le mani gli si stringevano istintivamente tra le gambe. Yael non gli diede tregua: afferrò il fucile con entrambe le mani e lo sollevò di scatto, colpendo di nuovo con violenza l’inguine dell’avversario. L’uomo cadde a terra con le gambe divaricate in una posizione vulnerabile. L’israeliana non perse un secondo, con un movimento rapido e preciso, sollevò lo stivale rinforzato e lo scagliò con forza contro il basso ventre dell’avversario. La punta rigida colpì le gonadi non protette, facendo sobbalzare il corpo dell’uomo. Senza esitazione, afferrò il coltello tattico dalla fondina alla cintura e con un movimento fluido di una faina, si chinò e affondò l'arma direttamente nell'inguine già martoriato dell'avversario, facendolo svenire.

In mezzo al trambusto, il suono di un’esplosione tremò nei corridoi e un muro crollò a pochi metri da Yael, facendo sobbalzare ogni soldato. Abramov, invece di fermarsi, si lanciò verso la breccia nel muro, gridando ordini. Anche se per lui la guerra era solo un luogo dove sfoggiare coraggio e determinazione iniziò a preoccuparsi delle perdite che stava subendo e delle poche precauzioni che aveva preso. In un altro angolo del tunnel, Rafael stava facendo fuoco contro alcuni partigiani palestinesi che tentavano di sopraffarli. Con uno sguardo di fuoco, Yael scivolò dietro una colonna di cemento e lanciò una granata, facendo esplodere l’ingresso di un’altra stanza. I frammenti della parete volarono in tutte le direzioni, e la ragazza ne approfittò per entrare nel caos. I suoi nemici erano accecati momentaneamente dal fumo e con abiti semplici, pantaloncini corti per l’esattezza. Yael si mise nel mezzo e cominciò una danza violenta, ruotando su se stessa come una trottola letale, gli stivali rinforzati trasformati in armi. Il primo nemico le si avventò contro, ma con un calcio laterale perfettamente assestato, la punta dello stivale si schiantò contro il suo sacco scrotale, accompagnato da un suono orribile, sentì le nocche del suo stivale affondare ancora più in profondità nella carne molle, il tessuto dei pantaloncini dell'uomo offrendo una resistenza insignificante. Con un movimento a catena, ruotò il bacino verso un secondo rivale e scaricò un secondo calcio, questa volta ascendente, il rinforzo metallico della punta colpì il perineo facendo un thud viscerale. Entrambi gli uomini si trovavano ora al suo lato e lei fece un salto con spaccata dove prese pienamente con il collo degli stivali i gioielli di entrambi i nemici. Sentì arrivare un terzo nemico e con un movimento fluido degno di un felino, caricò il peso sulla gamba sinistra e si lanciò in un jeté perfetto, lo stivale destro si sollevò in una parabola letale e centrò perfettamente le gonadi. Con un movimento fulmineo, Yael torse il tallone destro in una piroetta perfetta, il rinforzo metallico dello stivale macinò i testicoli dell’aggressore. Lui provò a sollevarsi un’ultima volta ma Yael non gli concesse tregua. Con un movimento fluido e calcolato, inclinò il busto all’indietro, caricando tutto il peso del corpo sul tallone destro ancora conficcato nel sacco scrotale dell’uomo. Un gemito strozzato gli sfuggì mentre lei eseguì un tilt perfetto, sollevandolo lentamente e dolcemente, dalla posizione accovacciata, fino a farlo svenire.

Le donne che combattevano per Hamas non erano da meno. Yael, con il viso coperto di polvere e sangue, affrontò una di loro in un corpo a corpo. Con un movimento rapido, Yael strappò via la pistola dalla mano dell’avversaria, ma la donna reagì con violenza, cercando di strangolarla con una corda. Yael, con una mossa esperta, si liberò e con un calcio ben assestato al viso abbatté la sua avversaria, facendola crollare a terra. Il combattimento continuò in un turbine di esplosioni, urla e colpi di pistola. Ogni angolo della base sotterranea sembrava inghiottire i soldati israeliani e palestinesi. La superiorità numerica dei partigiani palestinesi stava mettendo a dura prova le forze israeliane, ma la loro determinazione non veniva meno.

Mustafa Al-Khatib, il promesso di Amina e tra i capi di Hamas, si muoveva tra le ombre, osservando con occhio clinico ogni angolo della base sotterranea. Lui non era un uomo che agiva impulsivamente, era uno stratega, un uomo che sapeva come sfruttare le debolezze degli altri, ma anche come combattere senza mai perdere il controllo. Non aveva mai avuto scrupoli quando si trattava di raggiungere i suoi obiettivi: avrebbe cacciato gli Israeliani e istaurato una dittatura islamica in tutto il Medio-Oriente, ne era sicuro. Quando Abramov irruppe nel tunnel con la sua arrogante sicurezza, Mustafa lo guardò con disprezzo. Non gli interessava nemmeno uno scontro fisico. "Tu sei solo un cane che abbaia," disse Mustafa, come se la sua voce fosse un respiro che scivolava tra le macerie. "Quello che stai facendo è solo sangue inutile." Ma Abramov, infuriato dalla sfida, lo ignorò e ordinò l’assalto, con la sua furia cieca. Il terrorista, con il suo volto impassibile, non sprecò nemmeno un respiro mentre vedeva gli uomini di Abramov venire travolti dalla violenza. In ogni situazione riusciva a rimanere calmo, anche dopo le sconfitte, ma questa volta si sentiva che avrebbe regnato.

Yael, vedendo che la situazione stava diventando ancora più pericolosa, cercò di reagire con strategia. Ma la furia degli israeliani, guidata da Abramov, era ormai diventata incontrollabile. Mustafa non si fece intimidire. La sua tattica di guerriglia stava per essere travolta dalla brutale avanzata delle forze israeliane. Abramov non aveva nemmeno pensato a considerare le difficoltà del terreno. La sua prepotenza, il suo disprezzo per ogni forma di resistenza, lo avevano portato a dimenticare la disciplina che un comando strategico richiedeva. Mustafa, invece, aveva preparato il suo campo con intelligenza. Ogni angolo, ogni trappola, ogni movimento era calcolato per mantenere il controllo. Ma la sua resistenza non bastò. La violenza israeliana, travolse ogni difesa. Non solo vennero travolse le difese ma Abramov entrò con un mitragliatore nella stanza sotterranea e fece fuori anche gli ostaggi israeliani. Yael dietro urlò “NOOOOOO.” Un membro di Hamas sparò al braccio del Generale che cadde in terra, Yael con il suo fucile centrò prima le palle dell’uomo e poi la fronte uccidendolo.

Alla fine Mustafa si ritrovò da solo intrappolato in un angolo buio, tutti i suoi uomini erano stati uccisi o feriti. L’unico ostaggio rimasto era una giovane donna, tremava, ma si mantenne silenziosa, tenendo gli occhi bassi. Non c'era rabbia nella sua voce quando disse “smettiamola con queste sofferenze perfavore.” Quella frase non toccò Mustafa, il quale non sembrava più in grado di riflettere sulle sue azioni. Per lui, la guerra non era più una questione di strategia o politica, ma solo di sopravvivenza. In quel momento, si sentiva l'unico vincitore in una battaglia che stava ormai perdendo contro il tempo e la brutalità degli israeliani. Prese la giovane donna e iniziò a scavare in un tunnel ancora più stretto. Yael e Rafael, con la forza della disperazione, si lanciavano all'inseguimento. Yael si fece largo tra i corridoi stretti del bunker, sentendo l'eco delle esplosioni mentre si avvicinava sempre di più a Mustafa e all'ostaggio che portava con sé. Una volta di fronte a lui Yael gridò “non scapperai assassino.” Lui puntò una pistola alla tempia della ragazza dicendo “un passo e la faccio fuori.” Proprio in quel momento la ragazza tenuta in ostaggio fece un grosso grido e tirò un pugno nei testicoli di Mustafa. Yael si lanciò verso di lui con una forza che non pensava di avere e tirò lui una ginocchiata nelle palle. Il terribile però non si arrese e tirò un pugno a Yael, la ragazza riuscì ad aggrapparsi ai suoi testicoli e a stringerli, Yael iniziò a riempirlo di calci sulla sacca scrotale mentre era tenuta stretta dall’ostaggio. Spinsero Mustafa contro il muro, quando la soldatessa israeliana stava per dargli il colpo di grazia lui attivò una bomba che fece crollare il soffitto. Rafael ancora sanguinante per le ferite precedenti fece uno scatto felino e riuscì a salvare Yael che la ragazza ostaggio ma fu infine sepolto tra le macerie. Mustafa, invece in qualche modo, riuscì a fuggire sparendo nel nulla.

Quando Yael tornò, il Generale era lì, vivo ma ferito e indubbiamente scosso dalla missione fallita. Lo sguardo di Abramov, malgrado fosse infuriato e frustato, cercava di mantenere l’aria di superiorità che tanto amava. Yael, avvolta nel sudore e nella polvere, non poté trattenere la rabbia che stava crescendo dentro di sé “abbiamo perso uomini, per colpa della sua presunzione!” sbottò, fissando Abramov negli occhi, rifiutando di abbassare lo sguardo. Il Generale, con una calma glaciale, rispose con uno schiaffone in faccia “poteva andare peggio, abbiamo ucciso molti insetti palestinesi oggi e abbiamo salvato un’ostaggio. Questo è tutto ciò che conta.” La giovane israeliana, con il volto gonfio di rabbia, si limitò a rispondere in silenzio, avvertendo il peso dell'ipocrisia che aveva appena ascoltato. Non importava se la missione fosse fallita, non importava che in questa battaglia avessero perso la vita così tante persone. In fondo, lui non cambiava mai, e lei doveva imparare ad affrontare questa realtà.

Capitolo 22

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