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Chapter 12 by Esseremicidiale02

Capitolo 12

La volpe del deserto

Amina si svegliò al primo raggio di sole, sgranando gli occhi marroni lentamente mentre il suo peso era comodamente adagiato su David, che giaceva a terra legato e con una fascia stretta attorno alle caviglie, le braccia e le palle. Durante la notte, Amina aveva deciso di trattare quel soldato israeliano in modo del tutto diverso rispetto ai prigionieri di Hamas che aveva catturato in passato. Se con loro aveva mostrato rabbia brutale, con David preferì qualcosa di più creativo: il disprezzo accompagnato dalla completa umiliazione. Il ragazzo era rimasto legato strettamente e posto al centro della sua tenda, con il corpo nudo. Durante la notte, Amina si era seduta sopra di lui, usandolo come una sorta di cuscino rigido, affermando con disinvoltura, “Sai, è raro che un nemico si renda davvero utile.” Si era seduta sulla sua faccia con le sue bilanciate e tonde chiappe, lasciando che il suo naso strusciasse proprio contro il suo ano, si era seduta pure di peso sulle sue palle, alzandosi solo quando sentiva che stavano per collassare completamente sotto di lei. Di tanto in tanto gli dava piccoli colpetti con i piedi, principalmente ai testicoli, fingendo di sistemarsi meglio sopra il suo ‘giaciglio’. Per dormire si era distesa completamente su di lui, tenendo le gambe sulla sua faccia e il proprio viso sulle sue palle, mordendole in qualche occasione durante la notte come se fossero uno spuntino. Non aveva nemmeno esitato ad utilizzarlo come vaso da notte, sistemandosi sopra la sua faccia e pisciandoli il proprio liquido scuro e amaro in bocca. “Spero che i tuoi commilitoni abbiano lo stesso senso dell’umorismo,” scherzò con un sorriso crudele. La notte non era stata facile per David, ma Amina, rilassata, invece si svegliò rinfrescata e pronta per un’altra giornata. Alzandosi, fece uno sbadiglio e osservò il suo prigioniero con uno sguardo canzonatorio. “Direi che sei sopravvissuto bene al tuo primo giorno. Complimenti” disse, strusciandoli prima il piede sudicio in faccia e in seguito andando verso un piccolo angolo della tenda per prendere i vestiti del giorno.

Amina si mise un paio di pantaloni larghi color ocra e una tunica beige che le arrivava fin sotto le ginocchia. Come calzature, aveva scelto degli scarponcini in cuoio rinforzato, rubati tempo prima da una base abbandonata di Hamas, abbastanza robusti per scalare e abbastanza pratici per un combattimento improvvisato. Guardandosi rapidamente nello specchietto appeso all'interno della tenda, sciolse i capelli scuri e li legò in una coda bassa. Rivolse poi lo sguardo a David. Decise che doveva vestirlo in modo umiliante. Glie diede un lungo abito tradizionale beduino logoro e sgualcito, con l'aggiunta di un turbante sistemato male sulla testa. Il tutto era pensato per sottrargli ogni apparenza di autorità militare. “Hai un aspetto meraviglioso” commentò con sarcasmo, piegandosi per osservare meglio il risultato del suo lavoro.

Sedendosi accanto a lui, prese un boccone di pane piatto e lo spezzò, masticando con lentezza mentre rifletteva a voce alta. “Sapete, voi israeliani siete così strani. Da una parte, vi proclamate un popolo oppresso che ha trovato una patria... e dall'altra fate esattamente quello che dicono di voi i vostri nemici. Dominate, rubate e distruggete. Ma siete anche diversi, specialmente quella tua amica, Yael,” disse con un tono più pensieroso. “É furba. Non so ancora se posso fidarmi di lei, ma ci proverò.” Poi, rivolgendosi direttamente a David, con il tono di chi pone una domanda retorica, chiese: "Cosa devo fare con te? O, meglio, cosa faresti te con me se i ruoli fossero invertiti?"

In seguito la Volpe del Deserto esclamò “giusto, anche te devi fare colazione”, sputò nella ciotola la mollica del pane ben masticata che aveva tenuto nella sua bocca, aggiungendo molta sua saliva, moccio e tutto ciò che li veniva in mente. Poi porse il piatto a David e disse “tieni, mangia pure questo, mica voglio lasciarti morire di fame.” David contorse il viso dal disgusto e guardò la miscela viscida e umida nella ciotola. Esitò per un momento, ma un pugno secco sui testicoli gli fece aprire la bocca e ingoiare il miscuglio. Aveva un sapore disgustoso, un miscuglio di saliva, muco e pane inzuppato, e lo sentì scivolare giù per la gola come un liquido denso e viscoso.

Più tardi, mentre il giorno avanzava, continuò a giocare con lui, con un bastone appuntito lo punzecchiava ovunque, in particolare graffiava le sue chiappe e i suoi zebedei. Tirava calcetti ai suoi testicoli, lo prendeva a schiaffi e continuava a degradarlo facendoli leccare gli stivaletti. Dopo si divertì ad utilizzarlo come mulo da soma, lo obbligò a fare i lavori pesanti, facendoli sposate oggetti di qua e di là mentre lo frustava. Una frustata prese in pieno il suo testicolo destro lasciando un piccolo squarcio e lei lo guardò con ammirazione, al posto di curarlo ci infilò l’unghia dentro facendo urlare il povero ostaggio.

La Volpe del Deserto guardò il cielo e disse “oh, é l’ora”. David la osservava con espressione perplessa mentre Amina rimaneva immobile di fronte al vento del deserto. Gli occhi chiusi, le braccia leggermente aperte, il capo sollevato come se ascoltasse qualcosa di invisibile. Si schiarì la gola, ancora a disagio per la posizione in cui si trovava. “Cosa stai facendo?” Amina sollevò appena una mano, senza aprire gli occhi. “Silenzio. È il mio momento di preghiera.” David corrugò la fronte. Non l’aveva mai vista recitare versetti del Corano né inginocchiarsi verso la Mecca. Un’altra parte di lui pensò subito a un dovere imposto dalla fede, l’ennesima imposizione dell’Islam, e si chiese perché una donna come lei seguisse ancora certe pratiche. “Sei musulmana?” chiese infine, con un tono quasi scettico. Amina si voltò lentamente verso di lui e aprì gli occhi, fissandolo con una luce pungente nello sguardo. “Io sono del deserto. Il mio Dio non è chiuso tra mura, né scritto nei libri degli uomini.” David la osservò senza capire. Lei proseguì con voce calma. “Credo in un Dio supremo, quello che altri chiamano Allah, ma senza gli uomini barbuti che danno ordini per Lui. Io non mi inginocchio cinque volte al giorno, non ascolto chi pretende di parlare a Suo nome. Io parlo con il vento, con la sabbia, con il sole. Loro sono stati qui prima di chiunque altro.”

David cercò le parole giuste. “Quindi... credi solo in Dio?” Amina scosse il capo. “Esistono forze più antiche degli uomini. Le mie antenate parlavano alle Dee, e io non ho intenzione di dimenticarle.” Si appoggiò con una mano all'elsa della spada e iniziò a camminare lentamente intorno a lui. “Inanzitutto Al-Uzza, la furia e la vendetta. Lei è il fuoco che mi scorre nel sangue quando combatto. È la guerriera dimenticata, la lama nelle mani delle donne che non si sottomettono.” Si fermò per un istante, inspirando a fondo l’aria fredda del mattino. “In secondo luogo Manat, la signora del destino. Lei sola decide chi vive e chi muore, e io l’ho sentita più volte sussurrarmi nelle orecchie durante la battaglia.” Fece un passo avanti, avvicinandosi a David. “E poi c’è la Spirita della Notte, che protegge le donne che camminano da sole sotto la luna. Lei mi ha dato rifugio quando non avevo nessun altro.” David la fissava senza parole. Non riusciva a capire se fosse una superstiziosa, una ribelle, una mistica, o tutto questo insieme. Amina sorrise vedendo il suo sguardo confuso. “Pensi che sia pazza?” David esitò, poi scosse la testa. “No… penso solo che tu sia diversa da tutto quello che conosco.” Amina annuì lentamente. “E allora hai capito.” Poi tornò a voltarsi verso il deserto e chiuse di nuovo gli occhi, lasciando che il vento parlasse per lei.

Il silenzio fu spezzato dall’arrivo di un gruppo di uomini armati, membri di Hamas che avevano tracciato le sue tracce fino al rifugio. Amina li notò immediatamente, con un sorrisetto stanco. "Non si ha mai pace per quelli come me," mormorò a David, legandosi una cintura carica di coltelli e altre armi rudimentali. All’uomo che guidava il gruppo si illuminarono gli occhi quando vide l’accampamento, con un grosso sorriso sul volto esclamò “oggi é una giornata fortunata miei compagni, abbiamo probabilmente trovato l’accampamento della ex troia del nostro cap…” Il leader del gruppo non fece in tempo a finire la frase che Amina aveva già lanciato il primo coltello che con una precisione micidiale si era piantato proprio in mezzo ai due testicoli dell’uomo. L’uomo si piegò in una pozza di sangue tenendosi i testicoli aperti con precisione del coltello e urlando ai suoi uomini “catturatela, uccidetela, fatela a pezzi.” Gli uomini circondarono l’area, ma uno ad uno vennero sconfitti come gli israeliani il giorno precedente. Amina prese a bastonate nei testicoli uno finché non furono completamente macellati. Un altro fu preso a calci e pugni con una velocità micidiale. Un soldato fu gettato in terra con una tallonata piena nelle palle, sembrava quasi una danza della Volpe. Mentre era a terra Amina si posizionò con entrambe le suole degli stivaletti suoi testicoli e li lanciò un secchio pieno di merda dritto in faccia “questo era il raccolto dei miei scarti degli ultimi giorni.”

“Guarda e impara, israeliano,” disse rivolgendosi a David. “Ti sto facendo un favore. Se non altro, potrai raccontare ai tuoi amici come i beduini combattono davvero, se ne uscirai vivo e forse con i testicoli intatti.” A un certo punto, lo fece alzare e lo obbligò a prendere una piccola fionda. “Non mi interessa quanto tu sia inutile, prendila e punta al meno armato,” gli ordinò. Con riluttanza, David seguì l’istruzione, colpendo in testa a sorpresa un membro di Hamas che tentava di avvicinarsi e facendolo svenire. Alla fine della battaglia, tutti i membri di Hamas erano in fuga o senza più vita. “Bene, non sei del tutto inutile,” commentò, appoggiandosi a David con un piccolo sorriso. David, stanco ma vivo, alzò lo sguardo verso di lei. “Immagino che questo sia il tuo modo di ringraziarmi?”

Amina ridacchiò. “Non ti illudere. La prossima volta potrei comunque usarti come esca. Oppure potrei spararti ai testicoli facendoti rimanere eunuco, in questo modo potresti girare anche con il pisello all’aria perché non si alzerebbe più.” I due si guardarono in silenzio, condividendo una tregua sottile ma significativa. In fondo, entrambi sapevano di essere pedine in un conflitto molto più grande.

Capitolo 13

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