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Chapter 31 by Esseremicidiale02
Capitolo 31
Eccezione alla regola
L’aria calda di Amman avvolse Anahit, Tarek e Samira appena uscirono dalla porta dell’aeroporto. Il sole di metà mattina non dava tregua, in confronto al clima mediterraneo si bolliva. Il mormorio dei taxi e la presenza discreta della polizia della Giordania dava un senso di sicurezza superficiale. Ma prima di tutto arrivare al primo contatto. Anahit guardò Tarek che tirava su lo zaino con fatica e sbottò con sarcasmo “che bello, al nostro gruppo si unirà un altro schifoso uomo, lo sapevo che anche questa volta avremmo infilato cazzi inutili ovunque. Scommetto che sarà proprio un coglione, come tutti i maschi.” Samira le mise un braccio sulla spalla, lei stava respirando aria di libertà come non mai, poi disse “dai magari non é così male, aspettiamo di vederlo, poi non potrà mai essere più schifoso e debole di Tarek.” L’armena sbuffò e trasse un lungo respiro, osservando il parcheggio davanti a loro. Fu allora che un giovane uomo con dei lineamenti mediterranei perfetti li salutò, sorriso aperto e passo leggero. Era Nikos, trentenne, fisico snello e tonico, abbronzato come un turista estivo, capelli neri spettinati, occhi grigi taglienti. Indossava una camicia bianca di lino, maniche arrotolate, pantaloni color sabbia kaki leggeri, mocassini eleganti ma robusti. Sapeva come muoversi nei territori della vecchia Giudea, era un esperto di storia e politica della zona.
“Signore e signori,” fece con accento dolce, mettendo una mano al cuore “benvenuti in Giordania. Io sono Nikos Papadakis. Ho l’ordine di portarvi a Gerico e di aiutarvi in qualsiasi modo sia necessario.” Arrivati all’automobile caricò i loro zaini e le valigie in bauliera e Anahit disse secca “io vado davanti.” Il greco si fece avanti aprendole la portiera, lei lo guardò confusa, per poi sedersi con un ghigno a braccia incrociate. Prima che Samira e Tarek entrassero in macchina Nikos si avvicinò alla ragazza, prendendole la delicata mano e baciandogliela come un gentiluomo. La ragazza libanese ridacchio e rispose “grazie mille, io sono Samira.” Porse la mano a Tarek per stringergliela, lui si presentò con occhi alzati al cielo e voce annoiata, per poi rendersi conto della forza con cui quell’uomo stringeva, ed entrando in macchina ancora più alterato. Non appena il greco si sedette al posto del guidatore Anahit esclamò “ho bisogno di una sigaretta, é stato un viaggio stressante.” Lui le porse immediatamente il pacchetto dicendo “io non fumo, però ho saputo da Freja che avresti apprezzato, così te ne ho comprato uno.” Con faccia esterrefatta prese la sigaretta, se la infilò tra le labbra e con il finestrino aperto iniziò a fumare come una Dea. A quel punto Nikos mise in moto e partirono.
L’armena finì la sigaretta ma prima che la potesse buttare fuori dal finestrino Nikos, senza distogliere lo sguardo dalla strada, le porse il posacenere intorno al veicolo, dicendo “non occorre inquinare, mettilo pure qui e poi lo buttiamo in un cestino all’arrivo.” Anahit a quel punto chiese “come mai sei così? Ci manca che tu sia pure femminista.” Il greco, con un sorriso educato, rispose “ma io sono femminista. Credo fermamente nella parità di genere. Ho studiato a fondo il contesto della cultura patriarcale e dello sfruttamento delle donne nei vari paesi, ho fatto ricerca e mi sono laureato pure con una tesi riguardante le donne in Medio-Oriente, anche per questo ora mi ritrovo a gestire per il Consiglio Europeo missioni di stampo umanitario qui, quando serve militare. Freja mi ha parlato a sufficienza di voi per capire la vostra forza, tu sei una vera guerriera, mentre Samira é riuscita a sopravvivere in un contesto nel quale quasi qualsiasi uomo sarebbe crollato.” Samira, presa dalla curiosità, fece altre domande sulla sua vita e lui non esitò a parlare della sua esperienza: laurea in Storia Moderna (Parthenope University), madre attivista per i diritti delle donne, missioni precedenti in zone come il Libano e la Palestina. Samira ascoltò con attenzione, muovendo leggermente i piedi per la felicità. Anahit, con il suo tatto poco gentile, lo interruppe “apprezzo molto ciò che dici ma adesso mi viene da chiedermi se davvero uno come te possa essere utile in una missione sul recupero di una terrorista, sei pure magrino per essere uomo.” Lui strinse gli occhi dicendo “ti pregherei di non fare body shaming sul mio corpo, in ogni caso per me vige la presunzione di innocenza e Leila é non colpevole fino a prova contraria. Infine ti posso assicurare, che se ci sfidassimo, probabilmente vincerei io.” Anahit rimase qualche secondo a bocca aperta, ma decise di non rimodulargli i connotati del viso o di staccargli le palle solo perché altrimenti avrebbero fatto un incidente.
Tarek vide come Samira ascoltava con occhi pieni di interesse, era molto geloso della reazione della sua Dea, così fece una battuta fuori contesto nell’orecchio di Samira “scommetto che ce l’ha minuscolo.” Samira, con la mano completamente aperta, tirò uno schiaffo nelle gonadi di Tarek dicendogli “sei Invidioso eh? Tranquillo servo, non arriverai mai al suo livello.” Iniziò a farli il solletico e lui non poté resistere, poi per prenderlo in giro prese la sua gota e iniziò a stringerla.
Nikos continuò con le sue storie e alla fine Tarek concluse “cavolo, é proprio un Chad.” Samira invece sibilò “mai visto un superuomo simile.” Anahit invece tra sé e sé “se quello che sto vedendo é vero, lui schianta di sicuro appena inizia la missione.”
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Il caldo secco dell’isola batteva impietoso sulle lamiere arrugginite che fungevano da tetto per il piccolo centro di detenzione clandestina. Solo il rumore dell’acqua salata che si infrangeva sugli scogli e il ronzio delle pale di un vecchio ventilatore che non bastava nemmeno a muovere l’aria. Khaled era chiuso lì dentro da giorni. Seduto osservava con gli occhi semi-chiusi il soffitto annerito, le mani incrociate dietro la testa. I suoi muscoli si muovevano ancora con potenza, il corpo abbronzato e scavato portava i segni delle torturec lividi su braccia, un’unghia annerita, piccoli tagli sulle costole, palle ammaccate dai tacchi di Freja. Ma lui era ancora lì, calmo e immobile, come un branco di iene in attesa di aggredire la preda. Aveva ricevuto molte **** da Freja e dai suoi uomini, ma niente in confronto a ciò che si sarebbe aspettato dalla famigerata danese. Lui sapeva che prima o poi sarebbe dovuto essere consegnato alle autorità che lo ricercavano. Quindi sarebbe uscito di lì, ma chissà dove l’avrebbero portato, magari un carcere europeo, israeliano o americano.
Il suono dei tacchi echeggiò lungo il corridoio e Freja comparve in fondo al passaggio, portava legato uno degli uomini di Khaled, una delle sue poche guardie private superstiti alla scorsa battaglia navale. L’uomo si girò verso Khaled e disse lui con occhi disperati “padrone perfavore. Parli e ponga fine a questo strazio. Qua non ci sono regole, ci uccideranno.” Ovviamente Khaled era cinico e non gliene fregava una beata minchia della sua guardia, tra le altre cose lui non sarebbe mai stato ucciso. Alzò le sopracciglia con un ghigno ironico dicendo “pensavo fosse morto, questo scemo.” Freja non disse nulla. Indossava una camicia militare beige a maniche rimboccate, pantaloni grigi da combattimento e tacchi alti e neri. Il sudore le macchiava il colletto, ma l’aria attorno a lei sembrava più fredda di qualsiasi gelo del nord Europa. Aveva un elastico sottile a legare i suoi capelli biondi e la sigaretta tra le dita tremava appena per la tensione sotto controllo. Con voce dolce Freja parlò all’uomo legato “il tuo ex padrone ha qualche informazione in più che gli é sfuggita e che a me interesserebbe sapere.” Freja necessitava di avere informazioni sui contatti, magari su Hezbollah e su cosa stesse architettando il Governo Iraniano. Avrebbe dato tutte le informazioni raccolte ai suoi superiori dell’Unione Europea, era sicura che Khaled sapesse qualcosa di più a tutta la buona quantità di materiale che avevano raccolto. Khaled continuò a guardare senza dire una parola. Fu allora che iniziò il vero spettacolo della danese.
Freja sorrise, un lampo di crudeltà negli occhi azzurri. Con un movimento rapido, afferrò i testicoli nudi dell'uomo legato tra pollice e indice, le unghie laccate di rosso affondando nella pelle. L'uomo sibilò, mentre lei serrava lentamente, come fosse una pinza regolabile. Le dita di Freja si attorcigliarono in un lento e deliberato circolo, il respiro dell’uomo si faceva pesante mentre lei stringeva la presa come un cacciavite che stritola la carne. Khaled osservava, senza battere ciglio. Freja si avvicinò, torse bruscamente il polso di lato e il suo respiro fresco contro il collo sudato dell'uomo, mormorando “guarda il tuo padrone, non é molto compassionevole. Direi di passare ad altro.” Freja estrasse un fiammifero dalla tasca dei pantaloni, sfregandolo con un movimento secco contro la ruvida superficie della lamiera. La fiammella tremolò per un attimo prima di stabilizzarsi, gettando ombre danzanti sulle pareti sudicie della cella. Con precisione chirurgica avvicinò il fuoco alle parti già martoriate, lasciando che la fiamma lambisse le palle in un lento, sadico preludio. I tendini dell’uomo andarono in tensione mentre cercava di divincolarsi inutilmente. La danese lasciò che il fiammifero bruciasse, lo tenne molto tempo sul punto destinato ad essere distrutto, fino a consumarlo, prima di spegnerlo con un soffio. “Il fuoco purifica,” sussurrò, toccando le gonadi già violacee dell'uomo fon il bastone incandescente “ma le uova... ah, quelle esplodono con il calore.” Un odore dolciastro di carne ustionata riempì l'aria.
Khaled osservava la scena senza provare alcun sentimento di fratellanza maschile verso il suo ex seguace. Alla fine era solo una stupida guardia che non era riuscito a salvarlo durante la missione. Oramai era diventato completamente inutile, quindi quasi quasi quel trattamento se lo meritava. Khaled fece una battuta “ma sbaglio o per voi europei la tortura é vietata? A regola confessione dovrebbe venire dal corpo dell’imputato o dell’indagato senza essere costretto con la forza.” La danese disse “si, ma a volte io adoro fare delle eccezioni alle regole, soprattutto se ci troviamo in zone fuori dalla competenza europea o di qualsiasi altro paese che rispetta un minimo di diritti civili.”
Freja, tornata alla tortura, fece sedere l’uomo sul freddo terreno, mantenendo i suoi testicoli ben esposti. Si girò con passo militare, mostrando lui il culo. Con passi coordinati avanti e indietro fece scivolare la punta del tacco nero sopra lo scroto dell'uomo. La pressione era perfettamente calcolata e il cuoio della scarpa scricchiolava come contro una noce. Tirava colpi secchi con la caviglia, affondando millimetro dopo millimetro il tacco nelle palle. La torturatrice si fermò, il tacco ancora conficcato. Estrasse dalla cintura un piccolo dispositivo a manovella, le dita affusolate si serrarono intorno all’impugnatura di gomma nera. “Cambiamo gioco” sussurrò, accarezzando con la punta dell’unghia i suoi coglioni bucati. L’uomo ansimò, gli occhi che seguivano ogni movimento mentre lei girava lentamente la manovella. Il dispositivo emetteva un ronzio basso e costante. Con un movimento veloce, premette i terminali contro le gonadi già martoriate dell’uomo e diede la prima scarica. Un sussulto violento percorse il corpo della guardia, i muscoli si contraevano in spasmi incontrollabili mentre l’elettricità serpeggiava in tutti i nervi. Freja sputò con precisione sulle gonfi palle violacee, la saliva colò lungo lo scroto già martoriato. Non appena il liquido entrò in contatto con i terminali elettrici, un crepitio acuto si levò nell'aria, accompagnato dall'odore pungente di carne carbonizzata. L'uomo urlò disperato, irrigidendosi come una betulla. “Ops,” sussurrò lei, inclinandosi in avanti mentre regolava la manovella con un dito, aumentando la tensione al massimo e facendo una faccia ironicamente triste “mi sa che ho esagerato.” Freja osservò con clinico fascino l'elettricità che cuoceva il tessuto rimanente all'interno dello scroto, la pelle che si anneriva a chiazze irregolari. Un sottile filo di fumo si arricciava verso l’alto, portando con sé l’acre odore di sangue e grasso vaporizzati. Inclinò la testa, le labbra socchiuse in curiosità “hmm, affascinante.” Picchiettò la punta della manovella contro il sacco raggrinzito, producendo un suono vuoto e coriaceo “sai,” rifletté, con voce leggera, quasi colloquiale “secondo tutta la logica anatomica, non dovrebbe essere rimasto niente qui dentro.” Le sue dita, fredde e ponderate, premettero contro il tessuto carbonizzato, sondando con precisione clinica. Poi, inarcò la fronte esclamando “oh, qualcosa c’é ancora.”
Khaled fece fatica a guardare quella determinata scena, più Freja proseguiva avanti e più ragionava su cosa sarebbe stato meglio fare in termini di convenienza: non era detto che parlare sarebbe stata per forza una scelta sbagliata. Aveva compreso bene che se Freja lo avesse torturato nello stesso modo, sicuramente ne sarebbe uscito troppo indebolito, mutilato o forse peggio. Questo avrebbe reso troppo complicata una sua possibile evasione o controllo del carcere futuro in cui sarebbe stato trasferito democraticamente. Anche se il suo destino era appeso ad filo non poteva assolutamente fare mosse sbagliate, o sarebbe stata la fine definitiva. Freja e il suo gruppo pensavano di averlo fottuto ma non era assolutamente così nella sua testa.
Il respiro della guardia si fece affannoso, le sue cosce tremavano violentemente mentre l'unghia di Freja raschiava i resti dei nervi rovinati. Le labbra di Freja si curvarono in un ghigno predatorio mentre diceva “l’avevo detto che sarei arrivata a strappare dei testicoli a morsi pur di arrivare alla verità,” i denti luccicavano nella penombra “mi sa che è ora di un bel toast bruciacchiato.” Le sue dita affondarono nella carne annerita, sollevando lo strato croccante per rivelare il tessuto tenero e semicotto sottostante. La guardia gemette, il suo corpo si contorceva mentre lei strappava una striscia sfilacciata con le unghie, tenendola sollevata come una prelibatezza, ingoiandola. In seguito i denti di Freja affondarono nei testicoli. Un grido soffocato sfuggì dalla gola dell’uomo mentre gli incisivi di Freja perforavano la membrana, il sapore metallico del sangue e del tessuto bruciato le inondavano la bocca. Masticò lentamente, con decisione, premendo con la lingua ogni morso frastagliato contro il palato prima di deglutire. I fianchi della guardia sussultarono in una debole resistenza, le cosce ricoperte di sudore e urina, il tanfo di paura denso nell'aria. I molari si strinsero con una pressione perfetta, la resistenza fibrosa del tessuto testicolare della guardia cedette con uno schiocco nauseante tra i denti. Un’ondata di fluido caldo e ramato le inondò la bocca mentre i tubuli seminiferi rotti si spaccavano, la cui consistenza ricordava quella di un tuorlo d'uovo stracotto avvolto in una membrana lacerata. Frammenti della tunica albuginea, ormai fragili per l'elettricità, si frantumarono in scaglie frastagliate che le si attaccarono al palato, la cui amarezza gessosa si mescolava al sangue ricco di ferro che colava dalla rete testicolare rovinata. L'urlo della guardia si trasformò in un gorgoglio umido mentre Freja muoveva la mascella lateralmente, riducendone i resti in poltiglia. Mentre l’uomo urlava dal dolore preso dalle convulsioni Freja si alzò.
La donna non tremava. I suoi occhi erano pieni di foga, brillavano per il lavoro fatto. Per lei non era sadismo. Era giustizia. Pace costruita sul terrore dei bastardi come quelli che ora urlavano in quella cella. Quando infine l’uomo perse i sensi, Freja si voltò verso Khaled. I suoi occhi tornarono di ghiaccio. Il trafficante di armi era seduto in fondo alla sua cella, in penombra. Guardava la scena da dietro le sbarre con un’espressione neutra, quasi pensierosa. Quando la porta si aprì Freja entrò e sputò vicino a lui resti testicolari della guardia. Il prigioniero la anticipò, presa la decisione definitiva, prendendo parola “va bene, ti dirò tutto quello che so.” Freja si stava pulendo la bocca. Fece pochi passi e disse “sai, non avevo mai divorato in questo modo dei testicoli fino ad ora, solitamente la brutalità non fa parte del mio stile, io sono molto pulita e di classe. Ho fatto l’eccezione solo per dare a te un ottimo deterrente.” Lentamente, si sedette di fronte a lui, accavallò le gambe, accese una sigaretta. Lo guardava con lo stesso sguardo con cui si osserva una bomba disinnescata “parla.”
Khaled iniziò raccontandole tutto quello che le mancava e che voleva sapere. Alcuni dettagli li lasciò sfocati. Ma quello che offrì bastava a far tremare più di un ufficio intelligence. Freja sapeva che stava dicendo la verità. Lo leggeva nei suoi occhi, nel ritmo, nel respiro, lei sapeva conoscere tutti. Quando lui finì, rimase seduto in silenzio, guardandola. Aveva vinto qualcosa? No. Ma aveva limitato i danni e giocato le sue carte migliori, sapeva che la prossima mossa spettava a lei. Freja prese un tiro lungo dalla sigaretta, lo fissò e disse piano “peccato.” “Cosa!?” Rispose nervoso Khaled. Freja sorrise appena “peccato che tu abbia parlato. Mi sarebbe piaciuto distruggerti i testicoli lentamente.” Si alzò, spense la sigaretta in terra di fianco a lui, utilizzando la punta del tacco, e disse “a breve sarà data notizia che i servizi ti hanno recuperato, vedremo dove metterti in detenzione a causa della tua condanna della Corte Penale Internazionale e altri Organi Sovranazionali.” Le sbarre si chiusero alle sue spalle con un clangore metallico. Khaled rimase seduto lì, aveva perso tutto, poteva solo risalire.
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Freja alzò la cornetta del telefono ed Anahit rispose “pronto. Hai novità?” La danese, con voce vittoriosa disse “sono riuscita a far parlare Khal…” “ODDIO SPERO TU GLI ABBIA ANNIENTATO I TESTICOLI” la interruppe l’armena. Freja fece una sghignazzata e rispose “no mi dispiace, anche se ho sperimentato nuove tecniche di tortura, i suoi coglioni hanno danni non sufficientemente rilevanti, ma non posso fare altro. A breve lo consegnerò all’autorità e sarà portato, come secondo le regole in carcere.” Anahit sbuffò dicendo “almeno adesso potrai venire da noi.” Freja si emozionò per il fatto che mancasse alla sua recluta armena, rispondendo “ti ringrazio per aver espresso mancanza nei miei confronti, ma dovrò deluderti. Ho intenzione di andare in altre mete al momento. Ho individuato una persona che potrebbe seriamente aiutarci a fermare Israele. È una solitaria ma ci possiamo lavorare sopra, nella Striscia di Gaza la chiamano ‘La Nuova Volpe del Deserto’, ho intenzione di saperne di più.” Anahit ci rimase male, ma doveva comunque mantenere il suo personaggio “divertiti danese sotto le bombe, io qua controllo questi imbecilli e vedo che fare con la terrorista.” A Freja queste conversazioni al telefono divertivano “forza armena, salva Leila.” Infine chiese “il nuovo agente greco che ti ho fornito ti piace?” Mentendo Anahit rispose “no, mi fa schifo. Come tutti gli uomini.” Freja concluse “non cambierai mai.”
Capitolo 32
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Medio-Oriente Ballbusting: una guerra femminista
Un’avvincente storia femdom
Ballbusting
Updated on Jan 21, 2026
by Esseremicidiale02
Created on Jul 5, 2025
by Esseremicidiale02
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