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Chapter 17 by Esseremicidiale02
Capitolo 17
Brutti Affari
Freja e Anahit avevano appena finito il loro briefing e stavano per tornare nelle proprie stanze, quando un uomo intervenne bruscamente aprendo la porta “Freja, loro sono qui”. Uomini in divise diverse da quelle che indossavano, sagome imponenti, spalle larghe, un atteggiamento che mescolava arroganza e curiosità, uomini bianchi e neri. Scansavano gli uomini europei e arabi con poca delicatezza, il loro leader manteneva un ghigno sadico. Il dettaglio che colpì subito Freja fu la bandiera americana sulla loro uniforme “dannazione, avevo detto che non avrei mai più lavorato con loro, come é possibile che siano qua, il comando non mi ha avvisato di nulla” mormorò ad Anahit. “Forse il comando non ne é al corrente, io di certo non voglio lavorare con loro, hanno abbandonato sia il Kurdistan che l’Armenia nel momento del bisogno” disse l’armena, esprimendo il proprio pensiero in tono rabbioso.
Il leader americano arrivò finalmente di fronte alle due donne e con una voce squillante disse “Freja Nielsen, non pensavamo di trovarti in una fogna del genere”. “Dovevo aspettarmi di vedervi spuntare prima o poi” rispose lei, incrociando le braccia. “Volevamo solo vedere come stanno procedendo le cose” disse un altro ufficiale, “non è che l’Europa ha dei piani di pace e stabilità di cui non siamo al corrente?” Anahit sollevò un sopracciglio e sussurrò a Freja “dicono ‘pace’ come se fosse una parolaccia.”
“No, non preoccupatevi” rispose Freja con un sorriso gelido. “Ci limitiamo a raccogliere informazioni, senza invadere nazioni, eseguire esecuzioni sommarie, appropriarsi di risorse altrui o far saltare in aria civili.” Quello che sembrava essere il capo della banda prese di nuovo parola facendo una smorfia “ah, la solita supponenza europea. Peccato che, senza di noi, non vi muovereste di un centimetro. Inoltre non ci prendere in giro Nielsen, conosciamo perfettamente i tuoi metodi e quello che fai, ti terremo d’occhio” Freja non rispose subito. Si limitò a fissarlo, facendo pesare il silenzio. Poi, con un tono glaciale, disse “non vi tratteniamo, sicuramente avrete un colpo di stato da finanziare da qualche parte. Qua si pensa a pace e dialogo noi europei.”
L’atmosfera si fece tesa, il colonnello ridacchiò “adorabile come sempre Nielsen, peccato che non ce ne vogliamo andare al momento. Dobbiamo capire bene cosa state facendo, non vogliamo che i nostri alleati europei ci nascondano le cose senza condividerle.” Si voltò verso Anahit e la squadrò con interesse “e tu chi cazzo sei?” Anahit sollevo un sopracciglio e gli rivolse un sorriso storto, un misto di disprezzo e divertimento “sono quella che, se non te ne vai subito, userà le tue palle per lucidare i propri stivali e poi ti farà pulire il pavimento con la tua schifosa lingua.” Il silenzio che seguì fu surreale. I soldati americani si scambiarono occhiate, sorpresi dalla risposta brutale, mentre alcuni europei trattenevano un sorriso. Il colonnello sbatté le palpebre per un istante, poi rise sguaiatamente, scuotendo la testa e dicendo “cristo santo, Nielsen, hai trovato una compagna adorabile.” “Diciamo che ho il gusto per la compagnia interessante” rispose Freja, con un mezzo sorriso.
L’americano tornò a guardare Anahit. “Dimmi, principessa,” disse sghignazzando “ti piacerebbe che ci scambiassimo qualche altra battuta, o vuoi che ti insegni un paio di cose sulla disciplina? Non vorrei però che tu finissi in terra a gridare come una puttana.” Anahit fece scrocchiare le nocche “dovresti chiederti se le tue palle reggerebbero l’intera conversazione.” Le risate si placarono. Il colonnello inclinò leggermente la testa, fissandola intensamente, per poi voltarsi lentamente indicando Freja e tutta la squadra. “Facciamo così: me ne andrò e non romperò più il cazzo per oggi, solo se tu, Freja, mi trovi un uomo che possa battermi in un duello” fece una pausa, compiaciuto “ma a mani nude.” “E se vinci?” chiese Freja con freddezza. “Beh, ribalto questo posto finché non ottengo quello che voglio” rispose lui.
Anahit fece un passo avanti, con aria impassibile “io combatterò.” Ci fu un’interruzione, per poi sentire una risata collettiva. “Oh, cazzo,” disse uno degli americani, “questo sì che è divertente.” Un altro aggiunse “non fare scherzi, bambolina, noi non picchiamo le donne.” Anahit inclinò la testa di lato. “Nessun problema,” disse, con un sorriso feroce. “Io picchio gli uomini, tra l’altro faccio anche molto male.”
Il Colonnello continuava ad essere stupito della situazione, poi stringendo le spalle disse “se vuoi prendere un’umiliazione, prego.” In pochi minuti gli spettatori misero in piedi un ring improvvisato tra casse e sacchi di sabbia. Anahit si tolse la giacca, rimanendo con una maglia aderente che lasciava intravedere il fisico tonico. Il colonnello, nel frattempo, si massaggiava i polsi e scricchiolava le dita con aria compiaciuta. Mentre si avvicinavano per iniziare, il Colonnello disse all’avversaria “sai mi piaci, quasi quasi ti compro come mia sguattera, con quella bocca oltre a parlare secondo me fai grandi bocchini.” Anahit lo fissò con sguardo sprezzante. “É ironico, anche io stavo pensando a cosa fare quando avrò finito con te, mi passa per la testa l’idea di utilizzare il tuo corpo per pulirmi i piedi, magari mentre sei in ginocchio che implori pietà, magari usarti come zerbino per il resto della tua misera vita.” L’uomo non rise più.
Appena iniziato il combattimento l’americano partì con un pugno diretto, ma Anahit si spostò all’ultimo secondo, evitando il colpo con un’eleganza quasi irritante. Poi contrattaccò con un montante allo stomaco. Il colonnello fece un passo indietro, scioccato dall’impatto “impressionante” mormorò, cercando di mantenere la calma, ma non poteva nascondere la sua irritazione. Si preparò di nuovo, e questa volta fece un gancio, con un movimento ampio e potente, l’armena incassò il colpo sull’avambraccio lasciando un livido. L’americano non ebbe nemmeno il tempo di pensare alla prossima mossa, l’avversaria si muoveva come una lince, il suo seno sudato sporgeva dalla maglia. Lanciò un ginocchio ben mirato all'inguine centrando l’americano nel bel mezzo delle sue gambe muscolose, il quale piegò la schiena con un gemito soffocato, la sua faccia si distorse per il dolore. “Mi scuso” disse Anahit con un sorriso vizioso “ma non pensavo che avessi ancora bisogno di quelle.”
L'americano, ormai rosso dalla ira, si lanciò di nuovo, cercando di afferrarla con forza per immobilizzarla. Anahit si abbassò velocemente, e con una mossa fulminea lo colpì al petto con entrambe le gambe, facendolo saltare in aria, per poi tirare un grosso doppio pestone di pianta con gli stivali ai suoi testicoli, facendo cadere il colonnello di peso lateralmente. “Ci devo avere tatuato i miei stivali sopra” lo sfidò la ragazza. Il Colonnello riuscì a tirarsi nuovamente su con le poche forze rimaste e a mettersi in posizione di guardia anche se un po’ tremante. Con un movimento che sembrava quasi danzato, Anahit si portò dietro il colonnello che si lanciò su di lei, stavolta troppo preso dalla furia per pensare. Con una spinta rapida e precisa, Anahit si abbassò, mostrando un perfetto lato B al pubblico dietro di lei e lo colpì con un pugno diretto alle palle già ammaccate. Il colonnello si fermò, portandosi le mani all’inguine, incapace di respirare correttamente. Con la fretta di un rapace, l’Armena si avventò su di lui, chiudendo il combattimento con un calcio potente al volto. Il suo piede colpì con precisione, facendo rimbalzare la testa dell'americano indietro. Il colonnello cadde pesantemente a terra, senza forza per rialzarsi, mentre il silenzio calava nella stanza. Anahit si chinò su di lui e gli sussurrò all’orecchio: “Adesso, striscia fuori da qui e non farti più vedere, o la prossima volta non mi limiterò a pestarti.”
Il colonnello, con la mascella serrata, si tirò su a fatica, ancora stordito. I suoi uomini lo aiutarono a rimettersi in piedi, mentre Freja osservava la scena con un sorriso compiaciuto. “Bene,” disse Freja, “oggi abbiamo vinto. Ma da adesso in poi dovremo fare davvero attenzione e accelerare i nostri piani, qua ci giochiamo l’equilibrio tra spionaggio europeo e americano.” Anahit si rimise la giacca e fece spallucce. “Peccato, volevo maciullargli quelle inutili perline ancora un po’.”———————————————————————————
La notte avvolgeva il deserto in un silenzio quasi irreale. Samira si mosse con attenzione tra le rocce, accompagnata da Tarek, il suo schiavo dichiarato, che la seguiva come un’ombra. Avevano pianificato il percorso con attenzione: niente luci, niente rumori superflui, movimenti lenti e precisi. Erano giorni che Khaled aveva smesso di non fidarsi completamente della sua futura moglie, da quando gli aveva salvato la vita. Questo le aveva permesso di adottare una strategia semplice efficace, in quanto Tarek conosceva bene la zona. L’orario dato da Freja era particolarmente adatto, proprio nel momento della guardia di Khaled, in modo tale che Anahit si sarebbe potuta infiltrare facilmente in un punto cieco vicino al cancello e al giardino, proprio dove stava arrivando Samira. La strategia era la seguente: uso delle ombre e della vegetazione sparsa, il paesaggio offriva pochi ripari, ma sfruttando i dossi naturali del terreno e i cespugli bassi, potevano avanzare senza essere visibili dalle postazioni di vedetta; camminata sul lato del vento, in questo modo riducevano il rischio che eventuali cani da guardia potessero fiutare il loro odore; passi su superfici morbide, evitando di camminare su ghiaia o rocce che potessero far rumore, preferendo la sabbia compatta.
Arrivati nel punto stabilito, Samira fece un cenno a Tarek di restare indietro mentre lei avanzava, Anahit si trovava già lì, il viso teso, le mani vicine alla pistola. Appena vide l’ombra di un uomo dietro Samira, la sua reazione fu immediata: scattò in avanti e sferrò un calcio micidiale tra le gambe di Tarek, facendogli emettere un gemito soffocato, crollando in ginocchio con uno sguardo perso. Samira sospirò “perfavore, aspetta!” L’armena, con il respiro corto, era già pronta a finirlo con un colpo alla testa. “È con me,” spiegò Samira, con tono piatto. Poi si strinse nelle spalle “ma se vuoi continuare, fallo senza farlo urlare o ci noteranno e uccideranno.”
Anahit esitò un istante, ma abbassò la pistola guardando Samira con diffidenza e disse “ti sei presentata con una guardia, mi aspetto di sapere il motivo, é tipo il tuo schiavo?” Samira si accovacciò vicino a Tarek e gli diede un leggero colpo nelle palle già martoriate. L’uomo ansimò, ma riuscì a rimettersi in piedi, anche se piegato su se stesso.
“Diciamo che il patriarcato ha ricevuto qualche lezione negli ultimi giorni, però é anche grazie a lui se sono riuscita a venire a quest’incontro all’interno di questa prigione” rispose Samira con un sorriso enigmatico. Poi tornò a guardare Anahit. “Non è un alleato, bensì un testimone, lo porto perché ha visto le mie scelte, e non è scappato. Adesso posso sapere perché mi avete convocato qui?” Un momento di silenzio seguì, solo il vento tra i sassi.
Anahit allentò finalmente la tensione nelle spalle “in pratica abbiamo bisogno del tuo aiuto, necessitiamo di informazioni su Khaled, ci servono tutte le informazioni necessarie riguardo Khaled, i suoi finanziatori e cosa sta vendendo. Ma prima vorrei sapere come mai ti interessa tanto aiutarci”.
Samira raccontò tutto alla velocità della luce: da come é stata venduta, passando al suo matrimonio promesso, a come Khaled ha ottenuto un minimo di fiducia in lei. Addirittura presa dall’emozione del momento, senza pensare al fatto che prima o poi se ne sarebbe potuta pentire Samira diede tutta la propria disponibilità per rovesciare Khaled, facendo spionaggio in prima persona all’interno della Villa incubo nella quale ormai stava prendendo mano.
Il tempo era ormai al termine e Anahit diede un codice su un fogliettino a Samira e disse “questo é il modo in cui comunicheremo, cercherò di farteli avere e te dovrai rispondere tramite un linguaggio criptato sui tuoi profili social” infine si rivolse al nuovo servo di Samira e disse “se ci tradisci, ti faccio esplodere le palle in mille pezzettini con una granata”. Samira conclude “nel caso gliele avrò già tagliate e incollate come solette delle mie scarpe”. Fatto tutto Anahit fuggì nell’ombra, mentre Samira e Talek si affrettarono per tornare alle proprie camere.
Capitolo 18
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Medio-Oriente Ballbusting: una guerra femminista
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Ballbusting
Updated on Jan 21, 2026
by Esseremicidiale02
Created on Jul 5, 2025
by Esseremicidiale02
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