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Chapter 15 by Esseremicidiale02

Capitolo 15

Il Passato di Freja

Freja era nata in una casa di vetro e acciaio affacciata sul mare, in un quartiere di diplomatici e intellettuali di Copenaghen alla fine degli anni ‘80. Suo padre era un uomo dallo sguardo severo, che parlava di geopolitica durante la colazione e correggeva i giornali con la penna rossa. Sua madre era un’attivista, una donna che protestava contro la guerra fredda, il sessismo e ogni forma di ingiustizia, portando con sé una giovane Freja nei cortei.

“Ricorda,” le diceva il padre, “il futuro si costruisce con la diplomazia.” “No” ribatteva la madre, “si costruisce con la lotta.” Due visioni opposte, ma complementari, e Freja crebbe sospesa tra di esse. Studiò lingue, storia, politica. Viaggiò con il padre nei palazzi europei del potere, ascoltò i discorsi di sua madre nelle piazze gremite di donne con cartelli alzati al cielo. Non era una ragazza ribelle. Non ne aveva bisogno, le bastava osservare, assorbire i concetti fondamentali

Negli anni dell’università, a Parigi, conobbe Magnus. Lui era già dentro il sistema, un agente dell’intelligence europea con un fascino ruvido, sicuro di sé, ma mai arrogante. Credeva nell’Europa, nel progetto comune, nell’idea di un’alleanza che potesse tenere testa alle grandi potenze. Si innamorarono velocemente e Magnus la introdusse nel mondo dell’intelligence, le mostrò il lato pratico del potere, quello che non si discuteva nelle aule universitarie ma si decideva nelle stanze chiuse. Eppure, quando Magnus morì in una missione mai del tutto chiarita, Freja capì che la diplomazia non bastava. E così, con lo stesso silenzioso autocontrollo con cui aveva sempre vissuto, finita l’università fece domanda per entrare nei servizi segreti europei.

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Nel 2011, ancora molto giovane, decise di partecipare alle operazioni Libia con gli europei, principalmente con francesi, tanti di loro interessati a buttare giù la dittatura, altri invece sembrava si interessassero solo delle risorse sul territorio. Il vento del deserto portava con sé l’odore di polvere da sparo e carburante bruciato. Le strade di Tripoli erano diventate un mosaico di barricate, copertoni in fiamme e corpi abbandonati. L’intervento NATO era in pieno svolgimento, Gheddafi era alle corde, e l’Europa. quella in cui Freja credeva con tutto il cuore, aveva mandato i suoi uomini migliori per gestire il futuro del paese.

L’obiettivo ufficiale era sostenere la resistenza libica e preparare il terreno per una democrazia stabile. Quello ufficioso, invece, era molto più complesso: assicurarsi che l’Europa avesse un ruolo di primo piano nel nuovo ordine, senza lasciare che gli Stati Uniti monopolizzassero la partita. Qui incontrò il Generale americano Donovan Reed. Lui era tutto quello che ci si poteva aspettare da un ufficiale americano di alto rango: alto, sicuro di sé, con una mascella scolpita e un sorriso carismatico. Parlava di ‘libertà’ e ‘giustizia’ come se fossero monete da distribuire a piacimento. “Signorina Nielsen” le disse durante il loro primo incontro, stringendole la mano con una presa di ferro in una grossa mano “è un onore lavorare con voi europei. Noi combattiamo per la stessa causa.” Freja, che fino a quel momento aveva diffidato degli americani, si ritrovò a provare un rispetto inaspettato per quell’uomo. Era pragmatico, intelligente, deciso. Addirittura nei giorni seguenti, Reed si rivelò un alleato prezioso: condivideva informazioni con trasparenza, coordinava operazioni con lucidità e sembrava realmente intenzionato alla stabilizzazione del paese. Freja si convinse sempre di più del suo atlantismo.

Poi iniziarono i dettagli fuori posto, una sera, durante una retata in un piccolo villaggio sospettato di nascondere lealisti di Gheddafi, Reed ordinò l'esecuzione di una famiglia intera con all’interno donne, bambini, vecchi. Freja provò a fermare i soldati americani ma il Generale scrollò le spalle dicendo “Gli uomini possono crescere per diventare combattenti. Le donne possono fare figli che diventeranno combattenti. La guerra non aspetta le formalità, Nielsen”. Quella notte, Freja capì che la libertà di cui parlava Reed aveva contorni molto diversi da quelli che aveva immaginato. Il rispetto cadde completamente nei giorni a seguire, durante una cena di briefing con altri ufficiali americani, Reed fece battute sulle soldatesse NATO, ridendo con i suoi uomini “sai qual è il problema con le donne nei servizi segreti? Credono di poter competere con gli uomini solo perché glielo permettiamo. Ma alla fine, serve sempre un uomo a risolvere le cose. Noi siamo anche felici di farlo, magari come premio ci fanno toccare il loro culo o le loro tette.” Freja rimase impassibile, non gli avrebbe dato la soddisfazione di una reazione ma decise di affrontarlo in privato “hai un problema con le donne, Reed?” Lui rise, bevendo un sorso di whiskey “oh no, anzi. Le adoro. Soprattutto quando stanno al loro posto.”

Quando scoprì la verità sul petrolio, tutto si incastrò: le comunicazioni segrete, le esecuzioni sommarie, le trattative sottobanco. Gli Stati Uniti non erano mai stati lì per la libertà. Il loro unico obiettivo era destabilizzare la Libia per prendere il controllo delle sue risorse. Freja si sentì tradita non solo da Reed, ma da tutto il sistema che aveva difeso fino a quel momento.

L’americano arrivò ben presto a capire che Freja stava raccogliendo prove contro di lui, una notte, in un magazzino abbandonato fuori Bengasi. La Danese venne portata lì con una scusa, ma capì subito cosa stava succedendo “Sai, Rasmussen, mi sei sempre piaciuta” disse Reed, camminando lentamente verso di lei con le mani dietro la schiena, continuò “sei diversa dalle altre europee. Non ti fai illusioni su questo mondo.”

“Non abbastanza da lasciarmi manipolare da uno come te” rispose Freja, cercando un’uscita. Lui sorrise “vedi, è questo il problema con le donne. Quando credono di essere intelligenti, diventano pericolose.” Cercò di prenderla a pugni in ogni modo ma lei schivò e rispose con una ginocchiata nelle palle, l’americano non si arrese e riuscì a buttarla in terra ma il risultato fu una gomitata nel solito punto. Arretrò di qualche passo e comtinuò con la lotta brutale, la spinse contro un muro e tentò di strangolarla dicendo con la faccia rossa e le vene di fuori “gli uomini sono i veri combattenti.” Freja si liberò e abbassandosi gli diede una testata nei genitali con tutta la forza che aveva. Reed crollò sulle ginocchia con un urlo soffocato. “Gli uomini sono deboli nel posto sbagliato” disse lei, ansimando. Approfittò del momento, estrasse il coltello che aveva nascosto nella giacca e lo affondò dritto nella gola di Reed. Lui la guardò incredulo, gorgogliando sangue. “L’America… è il paese della libertà...” riuscì a sussurrare prima di crollare. Freja lo guardò morire senza battere ciglio.———————————————————————————

L’omicidio di Reed finì in prescrizione come un attacco a sopresa da parte di alcuni miliziani nemici. La guerra in Libia non finì con quella missione. Gheddafi cadde, ma il paese sprofondò nel caos. I signori della guerra presero il controllo, Stati Uniti e Francia riuscirono ad avere accesso a molte risorse, per l’Unione Europea però non fu una vittoria. Freja tornò in Europa, disillusa ma determinata al cambiamento.

La danese provò a raccogliere delle prove sia sulla morte si suo marito che sulla corruzione degli americani ma tutto era ormai andato distrutto e sul tavolo riuscì a portare poco o nulla. In privato molti colleghi, superiori e personalità di spicco le credettero ma ufficialmente nessuno poté fare niente. Un suo superiore le parlò in confidenza. “Freja, non è questione di giustizia, se accusiamo gli Stati Uniti senza grandi prove rischiamo di mandare all’aria altri pieni di pace e democrazia che abbiamo in mente.” Freja serrò i denti “quindi dobbiamo far finta di niente?” Lui abbassò lo sguardo “non dimentichiamo, ma dobbiamo essere prudenti. Per ora, tutto quello che possiamo fare è… tenere d’occhio la situazione.” Freja si alzò in piedi dicendo “io non farò finta di niente.” Rispose infine il superiore con un mezzo sorriso “lo so, è per questo che in Europa hai ancora molti amici.”

Aveva capito che l’America non era la paladina della libertà che si professava. Che il vero potere non stava nei discorsi, ma nelle azioni. E che se l’Europa voleva essere indipendente, doveva imparare a sporcarsi le mani. L’atlantismo ormai per lei era morto, rimaneva solo un forte pensiero europeista, femminista e democratico. Quel giorno, il suo principale penisero fu “non voglio più avere a che fare con americani in vita mia.”

Capitolo 16

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