Che cosa?
Castità forzata
Il giorno dopo Artemisia passò le prime ore della mattinata divorata dall'ansia: che cosa aveva in mente sua madre? E quando lo avrebbe messo in atto? Del tutto rapita da queste preoccupazioni, non era riuscita a concentrarsi sui suoi studi, rimanendo seduta sulla sua sedia facendo ondeggiare su e giù le gambe, tenendo le sue morbide pantofoline in equilibrio sulla punta dei piedi nudi.
Quando la porta si aprì senza nessun preavviso, lei si voltò in quella direzione e le pantofole caddero a terra rompendo il silenzio. Nella camera entrarono sua madre, la governante e quattro guardie del castello che erano state disarmate per l'occasione. "Andiamo, non perdiamo tempo" comandò severa la Regina, mentre intorno alla principessa si schierarono i quattro uomini alti e minacciosi. Il tempo che Artemisia ci mise per rimettersi le pantofole fu abbastanza perché sua madre facesse cenno di agire e quindi due di loro la presero per gli avambracci e iniziarono a scortarla fuori. La fanciulla non si ribellò e, a testa bassa, attraversò i corridoi del castello fino al cortile, dove fu scortata alla bottega del fabbro. Si dimostrò così remissiva che la presa degli uomini diventò poco più che simbolica: la loro signora li avrebbe castrati senza pensarci due volte se avessero fatto del male alla principessa!
Alla fine il corteo entrò nella fucina, dove ad attenderli c'erano il fabbro ed il suo apprendista. Con un oggetto misterioso su un tavolo, coperto da un telo. La Regina si mise accanto al tavolo e annunciò "Visto che non sai custodire la tua verginità da sola e visto che io ho di meglio da fare che tenere a bada tutti i maschi del regno perché non ti saltino addosso, sono costretta a ricorrere a questa soluzione che speravo di evitare". E, sollevato il telo, scoprì una cintura di castità.
Artemisia rimase a bocca aperta a contemplare quella nuova prigione che aveva concepito sua madre. Si girò verso di lei e la implorò "Mamma, no! Ti prego, no! Non puoi farmi questo!". Si gettò in ginocchio, si mise a piangere, la implorò ancora e ancora, ma non ottenne nessuna pietà. Anzi, la Regina tagliò corto "Rimettiti in piedi e sollevati il vestito. Meno facciamo durare questa scenata e meno dovrai vergognarti".
La fanciulla tirò su col naso e si rimise in piedi, composta. Helena stava prendendo la cintura di castità, pronta a infilargliela, mentre sua madre assisteva a braccia incrociate alla scena mostrando sempre meno pazienza. No, non poteva finire così, pensò Artemisia, e come un animale in trappolà scattò e con un gesto fulmineo liberò le braccia dalla debole presa dei suoi due carcerieri e allungò le mani in direzione dei testicoli di entrambi, assicurandosene la presa e strizzando più che poté.
I due uomini urlarono come disperati e poi si piegarono su se stessi incapacitati dal dolore. Gli altri due uomini si fecero avanti e Artemisia mollò la presa, arretrando verso la parete dietro di lei, apparentemente in trappola. Uno dei due si fece avanti e la ragazza rispose sollevando una gamba come per tirargli un calcio, ma, mentre quello abbassava le mani per pararsi i coglioni, l'effetto della mossa della fanciulla fu quello di sollevare in volo la pantofola e farla schizzare contro la faccia dell'aggressore, senza fargli troppo male, vista la sua morbidezza, ma facendogli istintivamente alzare le mani. Fu allora che lei sferrò il vero calcio, facendo sfracellare il proprio piedino nudo contro lo scroto di lui. In pochi istanti il maschio era a terra, con una pantofola in una mano e le proprie palle nell'altra!
L'ultima guardia le fu subito addosso, però, e la spinse contro il muro tenendola per entrambi i polsi. Lei sferrò una ginocchiata verso i suoi testicoli, ma l'omone la evitò in parte, procurandosi solo un debole contatto. "Puttana!" gridò comunque infuriato, stringendo la presa ai polsi e torcendoglieli con violenza, questa volta facendo gridare la fanciulla di dolore fino a farla scivolare a terra. I due uomini colpiti per primi, a questo punto un po' ripresisi, la presero in custodia e la trascinarono davanti ad Helena tenendola per gli avambracci: aveva lottato e aveva perso.
Il soldato che l'aveva sottomessa, intanto, si voltò verso la Regina soddisfatto per quello che aveva fatto: aveva rimesso in riga quella ragazza impertinente che pensava di poter liberamente colpire nelle palle lui, un maschio, che tutte le donne avrebbero dovuto trattare con rispetto e paura! Ma ad attenderlo c'era una brutta sorpresa perché la sua signora, infuriata per come quel plebeo aveva insultato e fatto soffrire la sua nobile figlia, aveva preso in mano un martello da fabbro e, appena lui fu a tiro, lo sferrò con tutta la furia che aveva dal basso verso l'alto contro i suoi genitali. Un breve ululato e poi, rovesciati gli occhi, il nuovo eunuco crollò a terra. Lei, posato il martello, sputò su quel corpo inferiore che giaceva ai suoi piedi. "Sempre più inutili questi animali" sibilò disgustata.
Intanto Artemisia viveva l'estrema sconfitta e, impotente, doveva assistere alla sua governante che le sistemava intorno alla vita quella sua nuova prigione, umiliata dalla presenza degli sguardi vogliosi di quegli uomini che la circondavano e assistevano a quel momento così intimo e così vergognoso. Riprese a singhiozzare, mentre tutte le sicure, i lucchetti e le serrature venivano richiusi fino a formare una barriera impenetrabile che avrebbe frustrato tutti i suoi tentativi di liberarsi . Quando tutto fu finito, indugiò qualche attimo prima di richiudere le gambe e abbassare il vestito sulla sua nuova prigione.
Cosa farà Artemisia?
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